21 giugno 2026

Di chi sono le case vuote?

 

Un libro che abbiamo tra le mani potrebbe suscitare qualche riflessione presso chi ci legge “Di chi sono le case vuote?” (di Ettore Sottsass ed Adelphi), una raccolta di scritti e saggi sul senso degli spazi vuoti e degli edifici abbandonati, considerati come luoghi pieni di presenze, di passato, di oggetti che non sono banali oggetti ma contengono pensieri e memorie. 

Il territorio è visto come spazio culturale e sociale, teatro necessario della vita quotidiana, fattore di equilibrio (o di disequilibrio) nell’esperienza individuale e collettiva, fonte di felicità (o di infelicità), e dunque stimolo a una vita più ricca e lieta (o meno piena e meno lieta). 

Lo spazio in cui viviamo costituisce un formidabile capitale sociale, in senso non solo simbolico ma propriamente cognitivo. Ci fornisce coordinate di vita, di comportamento e di memoria, determinate dall’equilibrio tra la stratificazione dei segni nel tempo e la relativa stabilità dell’insieme. Costruisce la nostra identità individuale e quella collettiva della comunità. Fonda e assicura la collettività intergenerazionale, garantisce un diritto di cittadinanza aperto non solo alle generazioni future, ma anche ai nuovi italiani di oggi e di domani (gli immigrati). 

Ma questo capitale sociale non gode dello stesso rispetto di cui gode il capitale economico. 

Dobbiamo allora generare e diffondere la coscienza non solo dei problemi, ma anche delle soluzioni possibili e dunque salutiamo con gioia e con speranza ogni segnale positivo, e ci adoperiamo perché questi segnali si moltiplichino. Cuore di ogni nostra azione deve essere la convinzione, moralmente e giuridicamente fondata, che l’ambiente, il paesaggio, il territorio (comunque definiti) sono un “bene comune”, sul quale tutti abbiamo, individualmente e collettivamente, non solo un passivo diritto di fruizione, ma un attivo diritto dovere di protezione e di difesa.

Questo significa riconquistare per sé un pieno diritto di cittadinanza, in nome della moralità, della legalità e della storia. Chiamiamo tutti dunque alla “resistenza collettiva” al degrado delle città e al sacco del paesaggio. 

Secondo Giuseppe Dossetti il diritto alla resistenza collettiva doveva entrare nella Costituzione (intervento alla Costituente, 21 novembre 1946): “La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino”. Non vi entrò, ma noi rimaniamo affezionati a quell’incitamento alla “Azione popolare”.


gaf


Un consiglio di lettura: “Ascolto il tuo cuore città" di Alberto Savinio, ed. Adelphi



14 giugno 2026

Creonte o dell’oltraggio



Antigone reclama la dignità di una tomba dove deporre il corpo del fratello Polinice. 

Antigone dunque reclama il diritto alla sepoltura, il primo dei diritti umani. E pone un dilemma etico che va oltre la semplice pietas. È Creonte che ha il potere: cosa farà? 

Il potere può fare male se chi ce l’ha non sa gestirlo. Ci sono tanti Creonte oggi, anche da queste parti. E noi come Antigone dobbiamo difendere quello che pensiamo essere giusto. Questa è la lezione: noi siamo responsabili di ciò che succede, non gli altri. E invece il novello Creonte è sempre alla ricerca dell’altro responsabile. 

Ma non vogliamo abusare della pazienza dei nostri sette lettori a proposito dei quali qualcuno ci ha chiesto se siamo sicuri che siano tutti maschi. Ma no che non lo siamo. Fatto è che ancora una volta siamo caduti nel trabocchetto della lingua al maschile fatta da noi maschietti. Speriamo anzi che qualche lettrice ci sia e che ci perdoni. 

Dicevamo della pazienza: siamo ricorsi a Sofocle non per fare sfoggio di una sapienza che non abbiamo, ma perché bene si propone a proposito di cimiteri di cui intendiamo parlare qui oggi, con la giusta misura. 

Una nostra visita recente ci ha messo sotto gli occhi lo stato di incuria in cui versano i cimiteri a Nerviano. Quello del capoluogo, che di recente abbiamo attraversato tra cumuli di erba alta un metro e sporcizia nei viali a recare oltraggio alle tombe, ne è l’epitome. 

“Né sia mio commensale//né concorde con me//sia mai//chi facesse questo” canta il coro nel primo stasimo dell’Antigone. Con questa invettiva per l’affronto al primo dei diritti inalienabili, Sofocle ci racconta dell’ambiguità nell’essere umano e del potere e dell’uso che se ne fa.

Nei giorni scorsi siamo ritornati al cimitero: l’erba è stata tagliata ma i viali sono ancora sporchi. E sporchi sono anche i viali dei cimiteri delle frazioni. E allora, presi dallo sconforto, ci viene da pensare che non basta Sofocle con l’Antigone. Ci vengano in aiuto dunque Euripide con l’Alcesti, Eschilo con i Persiani, Omero con l’Iliade. 

È possibile che le dinamiche di gesta antiche millenni siano ancora tanto, troppo attuali? Si, rispondiamo con certezza assoluta, considerando che la guerra di Troia è in fondo la battaglia per il controllo commerciale di uno stretto, e che oggi se ne combatte una simile per lo stretto di Hormuz tra contendenti la cui epica narrativa è però da farsa. 

Duemilacinquecento anni sono trascorsi, la democrazia è una pianta che ha bisogno di essere annaffiata tutti i giorni da ciascuno di noi: ad Atene nel 422 a.C., a Nerviano nel 2026 d.C.


gaf

Per saperne di più consigliamo: Morte e pianto rituale di Ernesto De Martino, ed Einaudi.

13 giugno 2026

Piazze vive e città più sicura


Il tema della piazza, o meglio della mancanza di una vera piazza, è ben presente a tutti i nervianesi. Chi di noi non si è trovato a dover spiegare che lo slargo tra via della Croce e via Rondanini è in realtà piazza Italia, il centro del paese?

In realtà pur non avendo una vera piazza centrale Nerviano ha più piazze che seguono il percorso del centro cittadino, partendo da piazza della Vittoria per arrivare in «piazza Quaranta» passando per piazza Olona e piazza Alessandro Manzoni: la piazza del Comune.

E’ per questo che quando la Giunta Colombo ha deciso di destinare 900.000 euro - l’intero importo derivante dalla convenzione con la nuova proprietà del cosiddetto "Fungo" finalmente ultimato in via XX Settembre a Garbatola - il gruppo consiliare PD ha invece proposto un intervento su viabilità e piazze del capoluogo.

L’idea è quella di creare un percorso formato dalle nostre piazze, rese fruibili e non più ridotte a parcheggio a tempo indefinito, perché diventino spazio per fermarsi riprendere a parlarsi ed essere il luogo per le iniziative e le feste che consentano ai nervianesi e non solo di incontrarsi. 

Certo c’è bisogno di un progetto che sappia conciliare le diverse esigenze di mobilità, per questo nel Consiglio comunale di giugno presenteremo una mozione chiedendo di promuovere un concorso di idee per le piazze: interventi non costosi, niente nuovi marmi o pietre, ma piuttosto verde e panchine per sedersi e chiacchierare con chi ci siede accanto.

Abbiamo bisogno di occupare gli spazi pubblici perché anche in questo si riconosce e si conferma la comunità.

Nel titolo parliamo anche di sicurezza, si perché crediamo che una Nerviano più viva, che non si ritira alle 18:30 quando in piazza Italia si abbassano tutte le saracinesche dei pochi esercizi commerciali rimasti, aiuti a sentirsi più sicuri. Senza però sottovalutare che una maggior presenza della polizia locale del nostro comando unico di Pogliano - Nerviano sarebbe utile e gradita.

Non sappiamo se la maggioranza, invertendo la modalità decisionista e contraria al dialogo che fino ad oggi l’ha contraddistinta, vorrà almeno confrontarsi sulla nostra proposta, ma per noi è importante sapere cosa ne pensano i diretti interessati.

Per questo vi aspettiamo in piazza Italia nella mattina di sabato 20 giugno, qualche giorno prima del prossimo Consiglio comunale, per parlarne insieme.

 

Antonella Forloni

Capogruppo consiliare PD a Nerviano


07 giugno 2026

Dio vive nella città


Ci è capitato di recente di passare per un breve saluto alla festa di fine anno del centro 
don Milani al quartiere Gescal. Tantissimi bambini e bambine e tante mamme. Una bella festa che si è protratta per tutto il pomeriggio e infine, a sera si è trasformata in una grande tavolata partecipata da intere famiglie. 

Nei giorni successivi continuavo a pensare a quel pomeriggio di festa. 

È recente una ricerca di Save the Children dal titolo indicativo di “I luoghi che contano” condotta nelle periferie di 14 Città metropolitane. Qualche dato. Un minore su 10 vive in periferie vulnerabili. Il 43% delle famiglie vive in povertà relativa. Tra ragazze e ragazzi dai 15 ai 29 anni 1 su 3 non studia e non lavora. Il 15,4% (uno su sette) di studentesse e studenti delle scuole medie inferiori e superiori ha abbandonato o ripetuto l‘anno scolastico (la media altrove è del 7,6%). Al 16,7% è capitato di non avere il materiale scolastico a inizio anno, e al 17,3% di non potersi permettere di partecipare a una gita scolastica. Un giovane su due soffre lo stigma del quartiere e ritiene di essere giudicato per questo dai suoi coetanei. 

La ricerca continua con tanti altri dati interessanti, ma ci fermiamo per dare spazio a una breve riflessione. 

Ci sembra che i bisogni espressi siano molto semplici: pulizia e decoro, luoghi dove trovarsi, spazi per fare sport, musica e cultura, e una maggiore considerazione per il luogo in cui si vive. 

Non solo l’ambiente familiare dunque, ma anche il contesto urbano e le possibilità che questo offre determina le scelte e le prospettive di vita. 

Tornando al quartiere Gescal, questo è solo una delle diverse “forme di rifiuto” che hanno contribuito in misura determinante a stabilire una gerarchia sociale nell’uso dei suoli urbani. “Il paese si disegna in ghetti ognuno con i propri modi di vita, i suoi modelli culturali specifici le sue abitudini e le sue “lealtà politiche”. (P. George, Fine di secolo in occidente). Il risultato è l’isolamento etnico e/o sociale, la solitudine, l’incomprensione e la paura, oltre all’aumento incontrollato della asocialità, del vandalismo e dell’aggressività. 

“Dio vive nella città”, si leggeva nel documento finale della conferenza di Aparecida (2007), presieduta dal cardinale Bergoglio, e l’abbiamo scelto come titolo di questa nostra nota domenicale. Un concetto che, diventato papa, Francesco ribadisce nella sua prima esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” promulgata il 24 novembre 2013. Da un papa all’altro ed ecco Leone XIV richiamare Agostino: ”Sono tempi cattivi, dicono gli uomini. Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi”.


gaf

31 maggio 2026

Per il 2 giugno Festa della Repubblica


Il 2 giugno 1946, gli italiani tutti, uomini e donne finalmente “elettori ed elettrici” si espressero per 
la scelta repubblicana. Fu una scelta di grande importanza: non si trattava solo di scegliere se avere un re o un presidente della repubblica. Era in gioco la continuità col regime precedente. Il popolo italiano scelse la rottura con il passato regime criminale, attraverso l’abolizione della monarchia, che avrebbe rappresentato il segno più visibile della continuità. 

Dopo la vittoria repubblicana al referendum il re fu allontanato dall’Italia e l’Assemblea costituente poté cominciare la sua opera in una atmosfera più serena. 

Quello che ne uscì fu il “patto” che diede luogo alla Costituzione. Non un manifesto ideologico, ma un compromesso capace di scrivere norme che potessero esprimere punti di incontro tra posizioni diverse, come erano quelle rappresentate dai diversi gruppi partecipanti all’assemblea costituente. Come si disse fin da allora, un “compromesso costituzionale”. 

La caduta del fascismo fu dunque l’inizio di una nuova fase della nostra storia, la democrazia, parola che suonò bella alle orecchie delle donne e degli uomini della metà del XX secolo che la sentivano per la prima volta. 

Da quel 2 giugno 1946 sono passati ottant’anni. Gli italiani di allora non immaginavano forse quello che sarebbe successo “dopo”. Molto sarebbe cambiato, in maniera dapprima lenta, ma poi sempre più veloce, e l’orizzonte della modernità sarebbe entrato in crisi, sino a dissolversi definitivamente con la caduta del muro di Berlino. 

Quel grande disegno di emancipazione politica degli italiani è andato incontro anche a grandi tragedie, ma ha permesso di realizzare i sogni di libertà, di uguaglianza e democrazia che avevano alimentato il lavoro dei Padri della Repubblica. 

Pensiamo che oggi ci sia una distanza molto forte, un solco profondo, tra quegli anni del novecento e questi nostri che stiamo vivendo. E forse non riusciamo ad affrontare con coraggio l’eredità del secolo passato, un’eredità che può davvero essere scomoda e può anche farci paura perché si rappresenta con sembianze diverse, che sono una sorta di deformazione e di degradazione dei valori novecenteschi privati della loro originaria funzione. Forse è arrivato il momento di recuperare il senso della passione politica che animò quei nostri Padri fondatori. E tornare a parlare di libertà, che sentiamo da più parti minacciata. Nessuno di noi dovrà farsi estraneo alla società in cui gli è toccato vivere e ai suoi problemi, né dovrà dire: “non mi riguarda. La libertà non è solo un imperativo morale individuale; è una esigenza collettiva che vale come premessa per la ricerca delle strade che conducono fuori dei vicoli ciechi in cui ci siamo cacciati. 

Su tutti noi grava la responsabilità dell’uso che ciascuno avrà fatto della sua libertà. Non c’è vita individuale fuori della società. Vivere in società è un nostro compito, un compito attivo e cosciente.


gaf



Madri e padri della Patria

“Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale//non si trattien lo strale, quando dall’arco uscì”. 

Nella nota domenicale ultima siamo incorsi in uno spiacevole errore. Eppure eravamo stati attenti ai generi ma, poi ecco l’inciampo, che riportiamo per intero. “Quel grande disegno di emancipazione politica degli italiani è andato incontro anche a grandi tragedie, ma ha permesso di realizzare i sogni di libertà, di uguaglianza e democrazia che avevano alimentato il lavoro dei Padri della Repubblica”. Una lettrice tra i sette che ci seguono ci ha fatto notare l’errore e noi proviamo a rimediare, in barba al Metastasio, l’autore dei versi che aprono questa nota. Quel 2 giugno 1946 vennero eletti in 556, chiamati a far parte dell’Assemblea costituente, che, in soli 18 mesi scrissero il testo della nostra Costituzione. Tra quei 556, per la prima volta nella nostra storia, c’erano 21 donne, madri della patria dunque, che ebbero un ruolo fondamentale. Con il loro impegno e il loro coraggio meritarono di sedere sui banchi della costituente, al pari degli uomini. Ventuno donne diverse, partigiane, insegnanti, sindacaliste, intellettuali, operaie, che contribuirono in misura determinante a scrivere la nostra Costituzione.

gaf (01/06/2026 19:28)


24 maggio 2026

Dell’area detta ex Meccanica, e di come renderla un autentico centro di vita comunitaria

Nella nota di domenica scorsa dicevamo della mancanza di un tempo città. Cominciamo dunque a parlarne. 

La questione del complesso noto come “ex Meccanica” rientra nel più generale problema del recupero degli spazi alla pubblica fruizione. L’edificio si prefigura come uno “spazio di vita” capace di produrre dinamiche relazionali. Si intende prendere in considerazione l’intero complesso e intervenire mantenendo ferma la sua evidente vocazione sociale. 

Si comincia dal parco, dall’area destinata alle attività sportive, dall’anfiteatro e dal porticato in fondo fin qui non valorizzati. Quindi si passa all’edificio e alla destinazione a cui votarlo e già fin d’ora noi immaginiamo di insediarci, tra le altre cose, la Biblioteca, e su questo torneremo. Il bar rappresenta una occasione straordinaria per un progetto di inclusione di soggetti diversamente abili, pensiamo a qualcosa di simile all’esperienza di Pizzaut, per intenderci. 

L’obiettivo è chiaro: creare la consuetudine a trovarsi con una certa ciclicità, frequentando il parco e le aree circostanti, affermando così la forte vocazione sociale del posto. Con tutte queste caratteristiche socializzanti, l’area assume i caratteri di un vano collettivo per più generazioni di cittadini, diversi per genere e per età, un’area ricca di simboli che ancora ci parlano. 

Un nostro vecchio progetto poneva la Biblioteca in questo luogo e comprendeva l’idea che una biblioteca non fosse solo uno spazio attrezzato per la lettura ma un sistema di comunicazione, finalmente costituita da spazi quantitativamente e qualitativamente adeguati, dalle attrezzature indispensabili e dal personale necessario. 

Ci sono poi le aree per i giochi all’aria aperta e per la pratica sportiva e c’è il Bocciodromo naturalmente. 

Abbiamo qualche nozione di sociologia urbana e nessuna di urbanistica, dunque ci perdonino gli esperti, corrano in nostro aiuto e ci diano una mano a ripensare gli spazi esistenti. Puntiamo infatti soprattutto sul “recupero dell’esistente”, sul risanamento conservativo e sulla riqualificazione delle aree e degli edifici, così che alla salvaguardia dell’ambiente architettonico si accompagni la “salvaguardia sociale”. 

La gente rivendica con sempre maggiore energia i propri “diritti urbanistici”, parte integrante dei diritti civili, e vuole che le aree e gli spazi urbani dismessi siano recuperati e destinati ai servizi pubblici e alle attrezzature collettive. 

Eccola dunque la ex Meccanica, per noi il luogo delle relazioni intense e serene tra i sessi e le generazioni diverse e di diversa provenienza geografica, capace di realizzare vicinanza e convivenza priva dei veleni dell’odio e della sopraffazione. 

Confessiamo una passione per la specie umana e per la vita, perciò con Zygmunt Bauman diciamo che “Occorre dare risposte sociali ai problemi individuali”.


gaf

23 maggio 2026

Spazi pubblici a Nerviano

A Nerviano mancano spazi pubblici per associazioni e cittadini e la Giunta Colombo conferma la destinazione a bar della sala civica "Sandro Pertini dell'ex Meccanica.

Quanti di voi hanno seguito i Consigli Comunali sanno che i Consiglieri PD, con gli altri colleghi di opposizione, hanno chiesto alla maggioranza di recuperare la sala civica all’interno dell’ex Meccanica all’uso per il quale è stata realizzata.

La richiesta era, ed è, semplice: in occasione del nuovo bando sottrarre dagli spazi da affittare ai nuovi gestori del bar dell’ex Meccanica la sala civica, diventata in questi anni parte integrante dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande, è occupata da frigoriferi, bancone, segni distintivi del bar a coprire le finestre. Chi di voi è entrato in questi anni ha sicuramente visto lo stato in cui versa la sala civica, o forse non ha neppure capito trattarsi della sala civica a meno di avere letto la targa apposta all’ingresso.

La risposta della Sindaca è stata negativa, solo una vaga, molto vaga, promessa di trovare un accordo per quantificare il numero di giorni per l’utilizzo della sala. In buona sostanza si dovrebbe concordare con il conduttore in locazione del bar l’uso della sala con destinazione pubblica!

Promessa vaga, ma soprattutto inaccettabile.

La sola risposta che possiamo accettare è quella di ridare senso e dignità alla sala civica, intitolata al più amato dei Presidenti, perché torni ad uso esclusivo pubblico: luogo di incontro e di confronto.

Quello che sta accadendo per la sala civica Pertini è un esempio del disinteresse e dell’incapacità della Giunta Colombo di occuparsi e valorizzare gli edifici pubblici che, abbandonati o dismessi per il trasferimento di uffici e funzioni ad altre amministrazioni, vanno via via degradandosi, mentre mancano luoghi di aggregazione per i giovani.

E di spazi che consentano e favoriscano l’aggregazione e l’inclusione Nerviano ha un gran bisogno; anche su questo stiamo lavorando in quest’anno che ci separa dalle prossime elezioni, nel confronto con i tanti, singoli e associazioni, che credono che l’Amministrazione Comunale, il Comune insomma, possa essere reale riferimento per una Nerviano aperta e accogliente per tutti. 

E, come ci piace dire, SI PUO’ FARE.


Antonella Forloni

Capogruppo consiliare PD a Nerviano


17 maggio 2026

Teatranti senza teatri

“Se prendiamo uno spazio vuoto, dentro un edificio, e ci mettiamo il palcoscenico, le poltrone, il sipario, le quinte, otteniamo una sala che chiunque riconosce come un teatro. Ma il teatro, dice, può stare ovunque. In una piazza, su un prato. Il teatro sono persone che si ritrovano e danno vita a una storia. Recitando e guardando, con le battute e gli applausi. Quindi, se si disegna la piantina di un teatro, escludendo i corpi, le parole, i gesti, si eliminano proprio gli ingredienti fondamentali per il teatro. Allo stesso modo, nella mappa di una città, mancano gli elementi che la rendono una città. Questo si può dire per qualunque luogo, perché i luoghi sono sempre teatri. Con la differenza che uno spettacolo dura un paio d’ore, e chi interpreta un senzatetto a fine serata può tornarsene a casa. Nei luoghi invece la rappresentazione non finisce, i ruoli sono appiccicosi e devi restare in scena anche quando non sai la parte. A maggior ragione, dice, per orientarsi nel paesaggio, le storie sono più utili delle mappe”. 

Fin qui non è farina del mio sacco, ma lo potete leggere insieme ad altre 469 pagine in “Mensaleri” di Wu Ming 2*, Einaudi, 2025. Ovunque l’Italia è piena di piazze, di giardini e di teatri, e la storia ci racconta come anche ogni piccola comunità locale non abbia voluto privarsi dei luoghi dove, come dice quel tale, si fa cultura. Luoghi che rappresentano le tracce storiche dell’integrazione tra uomo e ambiente. Ovunque ma non a Nerviano! A Nerviano non c’è una piazza, abbiamo già avuto occasione di rimarcarlo più volte. Ma non c’è neanche un cinema, per non dire di un teatro, non un auditorium, nemmeno una sala che possa in qualche modo fungere da spazio per una pubblica assemblea. E non c’è, a ben guardare, neanche un posto dove fare solo quattro chiacchiere, senza preoccuparsi di dover “consumare”. La biblioteca pubblica risulta in maniera evidente uno spazio rimediato e perciò inadeguato, nonostante gli operatori facciano miracoli. Molto poco è stato fatto in questi anni e quel poco lo si è fatto senza passione e quindi senza risultati. È, come il coraggio per don Abbondio: se uno la passione non ce l’ha non gliela si può dare. Siamo dunque alla ricerca di chi ce l’ha, questa passione e, insieme, poter finalmente offrire ai cittadini occasioni che li mettano in contatto, li facciano incontrare, in modo che possano cogliere a Nerviano e non altrove, le occasioni per trascorrere il tempo. Quelli che se ne intendono lo chiamano” tempo città”. Oggi a Nerviano il tempo città coincide con il disbrigo di pratiche quotidiane: si va in Comune, in Banca, dal medico, a comprare il pane. Poi più niente. Le strutture non ci sono. Sarà tempo di realizzarne qualcuna, cominciando dagli spazi dismessi o poco utilizzati.

gaf


Wu Ming 2 è un collettivo di narratori che ha scritto otto romanzi a più mani. Consigliamo vivamente di leggerli. Sono presenti in Biblioteca grazie all’acume della nostra bibliotecaria. 

10 maggio 2026

Resistere, resistere, resistere!

“Il palcoscenico è uno spazio nel tempo”. Così introduce il testo di "Metti una sera a cena" Giuseppe Patroni Griffi. Ho sempre pensato a questo quando, a teatro, siedo in platea e ho di fronte un sipario chiuso. 

Di lì a poco si aprirà e gli attori cominceranno a dar voce alla parola scritta, trasformandola in agente attivo e creativo dello spettacolo che si inscena. Che magia: la scena, la controscena, le luci che illuminano e definiscono la scena portante, i personaggi e le situazioni in cui transitano, i quadri scenici che si succedono e che guidano lo sguardo dello spettatore e indirizzano il fuoco della sua attenzione. 

Abitare nei dintorni di Londra e chiamarsi Smith è una ragione sufficiente per mangiare cibo inglese, bere acqua inglese a un’ora tipicamente inglese battuta da una pendola inglese. Cosa sta per succedere? Lo sapranno quanti assisteranno a La cantatrice calva di Eugéne Ionesco. In una società quasi totalmente addomesticata all’idiozia mediatica, il teatro è “resistenza”. Ci tiene vivi, mantenendo desta la curiosità, l’attenzione, la voglia di capire e, quando è necessario, di cambiare. 

Solo così possiamo sperare che il quotidiano non affondi nell’effimero ma si consolidi in storie e aiuti a costruire identità meglio definite. 

L’identità è dunque il prodotto di una costruzione sociale. Non affidiamola alla genetica: è una strada già percorsa che ha condotto l’umanità ad Auschwitz e dintorni.

B. Avrebbe un po’ di tempo? Allora venga con me.

V. Dove?

B. Da qualche parte.

V. Ah, ma ci sono già stato.

B. Ah, si?

V. Si, si!

… 

È l’inizio esilarante di “Conversazione interessante”, dai Dialoghi tratti da “Tingeltangel”, di Karl Valentin. I suoi testi di scena degli inizi del secolo scorso ancora conservano intatta la sua comicità.

È questo il teatro. E noi siamo grati a quanti lo mantengono in vita, professionisti e dilettanti che siano a calcare le tavole di un palcoscenico, seguaci di un’arte che sa rendere migliori.


gaf


Il titolo di questa nostra nota domenicale lo dobbiamo a Francesco Saverio Borrelli, Procuratore Generale di Milano e capo del pool di Mani Pulite.

Tingeltangel di Karl Valentin lo trovate, con qualche difficoltà, nelle edizioni Adelphi.

09 maggio 2026

Nerviano comunità aperta

Questo articolo è stato pubblicato nello scorso mese di Aprile su Nerviano Informa (Anno IV - Numero 1) e lo abbiamo scelto per inaugurare "il Sabato del Villaggio", la nuova rubrica del nostro blog che si affianca all'Editoriale della Domenica.

Torno al tema dell’inclusione, dell’ impegno ad essere una comunità aperta alle esigenze di chi è più fragile. Nei mesi scorsi ho cominciato a raccontare dell’ascolto di genitori che esprimono - anche a nome dei figli con qualche fragilità - l’esigenza di uno spazio per stare insieme, in particolare il fine settimana quando i centri, o le aziende per chi ha già un inserimento lavorativo, sono chiusi.

Ci eravamo dati appuntamento al bocciodromo presso la ex Meccanica, perché ritenuto un possibile luogo d’incontro. E così è stato.

Mentre si concretizzava la costituzione di un’associazione e andavano prendendo forma le prime proposte (quella che mi piace ricordare è il Coro… ma ne parleremo meglio un’altra volta) l’associazione “AbilMente”- realtà della comunità pastorale S. fermo di Nerviano - promuoveva incontri per presentare un progetto sull’inclusione lavorativa dei soggetti con fragilità, destinato ad accrescere l’attività dell’associazione che promuove momenti di incontro, laboratori, uscite collettive. E’ allora venuto spontaneo che genitori e ragazzi pensassero di andare avanti insieme, di mettersi in gioco per conoscersi, farsi comunità, utilizzando gli spazi che sono già aperti: gli oratori e anche il bocciodromo.

Con i campi di bocce rinnovati - ne scrive l’assessore allo sport proprio in questo numero - il primo appuntamento è stato domenica 15 marzo, per tifare Federico che partecipava a un torneo. È stato un momento di convivialità e di prova dei nuovi campi, scoprendo che “tirare le bocce è divertente”, ma altresì che sono pesanti e per qualcuno di noi occorrerà trovarne di più leggere.

Grazie alla pedana realizzata dagli amici del bocciodromo - in attesa di quella che l’amministrazione ha ordinato - è stato possibile accedere ai campi bocce con le carrozzine.

Domenica è stato davvero bello vedere chi provava per la prima volta a tirare le bocce sotto lo sguardo attento ed affettuoso di giocatori veterani, prodighi di consigli su come lanciare e fare punto.

L’incontro è servito anche a fare il punto con Silvia Tiraboschi - la referente dell’Associazione AbilMente - delle prossime iniziative, ma anche di mettere in luce con i genitori presenti la richiesta di attenzione per le nostre ragazze e i nostri ragazzi più fragili che passa anche dal sostegno nella esigenza di condividere attività e momenti di svago. Sul punto, ma abbiamo già avuto modo di sperimentarlo, Silvia ha evidenziato come lo spazio offerto dalle sedi parrocchiali Oratorio Santo Stefano e l’ex oratorio Femminile consentono di promuovere iniziative.

E’ necessario far sapere che possiamo costruire insieme momenti importanti di condivisione.

Per questo confido che anche la lettura di questo articolo, meglio testimonianza, possa essere utile alle ragazze, ai ragazzi e alle famiglie.

Ci sono già alcuni appuntamenti: Silvia ci ha parlato del 29 marzo a Parabiago per la giornata mondiale sull’autismo; e abbiamo in previsione di ritrovarci ad aprile all’ex Meccanica Bocciodromo per un pomeriggio in bocce… non che si debba per forza giocare si può tifare, applaudire, ridere insieme, così come insieme contiamo di mangiare una pizza.

Insomma, per fare delle cose insieme occorrono luoghi adeguati - ed è una richiesta che i genitori rivolgono all’amministrazione comunale - ma possiamo anche dire che le persone che vogliono fare cose insieme rendono adeguati i luoghi.


Antonella Forloni

Capogruppo consiliare PD a Nerviano

03 maggio 2026

Brutti tempi

Pronunciare anche una sola parola su questioni tanto controverse come quelle del conflitto arabo israeliano può provocare facilmente reazioni forti da parte di chi si trovi schierato dall’una o dall’altra parte. Riteniamo che proprio su una questione così controversa si debba cercare con cautela l’approccio giusto da adottare.

Esistono due fondamentali problemi alla base che non si potranno mai risolvere utilizzando atteggiamenti di rottura nei confronti della controparte: la tragedia di un popolo palestinese che versa in condizioni disperate da una parte, e il non riconoscimento da parte di alcuni Stati arabi, primo tra tutti l’Iran, dello Stato di Israele. Non smetteremo mai di credere che la prima regola per la composizione di un conflitto sia sempre e solo il dialogo, soprattutto favorito da un terzo attore che faccia da mediatore tra le parti, magari non sempre e non solo gli Stati Uniti, ma anche alcuni paesi europei, o addirittura l’Unione europea, che ha già dato una dimostrazione di grande coesione con l’invio del contingente ONU in Libano.

Nell’orazione funebre per il figlio Uri, pronunciata dallo scrittore David Grossman all’indomani della sua morte causata da un razzo di Hezbollah nell’agosto del 2006, colpiscono queste parole: 

“Noi, la nostra famiglia, questa guerra l’abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall’amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo, e che io ringrazio per l’illimitato sostegno. Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. E’ forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare” (L’addio di Grossman al figlio, www.repubblica.it). 

Più volte Grossman ha lanciato appelli alla classe politica 
israeliana per intraprendere con decisione un’iniziativa a favore della composizione pacifica del conflitto tra il suo e il popolo palestinese. Ma più di ogni cosa crediamo che sia da ammirare l’atteggiamento di un padre (e di un israeliano) che pur avendo perso un figlio per mano di un nemico di Israele, non esita ad ammettere le responsabilità del suo paese. Con questo spirito da entrambe le parti, il dialogo e la soluzione pacifica e concertata della questione arabo israeliana non sarebbero più solamente chimere. Il giovane Eitan Bondì ha soltanto 21 anni (Uri ne aveva 20 quando è stato ucciso) e nonostante la giovane età è già una persona così tanto imbevuta di odio.

Conrad Lorenz nel suo studio “Il cosiddetto male” ci racconta che ogni animale è necessariamente aggressivo nella misura in cui si autoafferma, che ogni gruppo difende il proprio territorio contro l’invasore, che c’è dentro di noi il mostro che sonnecchia, e che non possiamo fare altro che tenerci d’occhio, sorvegliarci, temerci come individui. Restano fuori dall’ambito di questa interpretazione la storia, gli interessi economici, le istituzioni politiche, cioè le ragioni e gli strumenti della violenza quotidiana. 

Lascio ai miei sette lettori tutti i dubbi.


gaf

01 maggio 2026

La festa del lavoro

Gli anni Cinquanta sono gli anni che hanno visto emigrare tanti italiani. Gli anni che avrebbero dovuto essere quelli delle grandi scelte, dell’emancipazione politica, dell’affrancamento culturale delle masse contadine e operaie e che nella realtà furono tutt’altro, registrarono la fuga dal bisogno attraverso l’emigrazione. 

Per alcuni le mete furono i centri industriali del nord Italia, della Svizzera, della Germania, della Francia, per altri ci fu la scelta dell’emigrazione di lunga distanza: l’America, il Canada e l’Australia. 

Un testimone rivive in questi termini la sua esperienza:”… trovai lavoro al bosco, e lì si lavorava la mattina a buon ora fino al calar del sole, sfiniti dalla stanchezza. Quando si tornava al campo si doveva pensare ad accendere il fuoco per preparare da mangiare. Così come finiva in un posto ci si spostava altrove, la condizione varia dove c’è più pioggia, e dove è più arida, ciò vale a dire manca acqua e selvaggina, e noi a un tempo che eravamo alla zona più arida il padrone di lavoro ci ha lasciati soli, ed eravamo senza acqua e senza mangiare, immaginate a che condizioni eravamo, e quella volta mi pigliai di scoramento, avvilito e rivolsi la testa al cielo piangendo! E non mi vergogno a dirvelo: e dissi al cielo o Signore che male ho fatto per essere punito così? Altro che America stavamo morendo di fame e di sete, perché eravamo otto di noi, e tutti noi senza un mezzo per muoverci, soli desolati, che non vedevamo altro che cielo e terra senza un’anima viva, uno aveva il fucile e cercammo qualche coniglio, ma la zona era scarsa, e trovammo una grande gatta selvatica, questa persona di nome Carmine, siciliano di provenienza mi disse che facciamo? Io gli rispose spara! Così portammo questa grande gatta al campo e tirammo avanti per un paio di giorni Al riguardo dell’acqua avevamo l’acqua di una diga fatta di terra dove il terreno forma come una buca, e la qualità era pessima, pensate era fatto per abbeverare le pecore che in seguito dovevamo avere, e l’acqua era colore latte, e impossibile di bere, la conclusione si doveva bollirlo e lasciarlo, il giorno seguente tornava ad essere discreto. Dimenticavo di dire che questa cosa durò per una settimana, poi il padrone era di ritorno con la macchina e si poteva andare a fare rifornimento di viveri”. Molto spesso mi afferrava la nostalgia della famiglia, della nostra cara Italia, ma purtroppo non si poteva pensare neanche di tornare indietro perché ci si ricordava della povertà che si era lasciata”. 

Quanto qui si propone (grazie a Eide Sperticato Iengo) si fonda sul “detto” di un emigrante abruzzese, e ci è sembrato il modo migliore per riflettere su quanto accade oggi quando assistiamo a forme più o meno larvate di ostilità di tipo razzista nei confronti di chi ha lasciato il proprio paese in cerca di un lavoro e di una vita migliore. 

“Non è più nostra madre//avara di figli partorisce disastri. (Italia, da Le risonanze, di Nelo Risi). 

Buona Festa del Lavoro.


gaf




26 aprile 2026

Tradizioni e identità

Da qualche tempo al tavolo della nostra colazione abituale è comparsa la bsissa, una polvere di orzo e ceci tostati a cui si aggiunge un po’ di olio d’oliva, del miele e della frutta secca, diluendo il tutto con dell’acqua in modo che assuma la consistenza di uno yogurt. È un cibo considerato sacro nella cultura tunisina, molto nutriente che non manca mai nella sacca di chi si prepara a lunghi viaggi. 

Putignano, in Puglia, si usa preparare con gli stessi ingredienti un prodotto tradizionale che prende il nome di farinella

C’è da stupirsi? Non direi se guardiamo dall’alto il Mediterraneo e tutti i paesi che si affacciano su questo mare antico e ricco di storie. 

Niente di più facile che i Saraceni l’abbiano portata ai tempi dell’Emirato di Bari. 

A Palermo, nel Palazzo dei Normanni (invasori questi che arrivavano dal nord) ha sede l’Assemblea regionale della Sicilia: è forse il palazzo simbolo di quella “identità siciliana” a cui è dedicato anche un assessorato. 

Orbene in questo palazzo troviamo la Cappella Palatina, luogo di culto e sala del trono di Ruggero II. L’ambiente è rivestito da mosaici realizzati da artisti provenienti da Costantinopoli e coperto da uno strepitoso soffitto ligneo “a muqarnas”, un complicato sistema decorativo a nido d’ape tipico dell’architettura islamica che troviamo anche all’Alhambra di Granada (e l’identità spagnola?). 

Dunque sulla testa di generazioni di siciliani, ferventi fedeli, che assistevano alla messa e pregavano assorti rivolgendo gli occhi al cielo (e al soffitto), incombe da quasi mille anni il racconto della vita di Ruggero con scritte arabe in alfabeto cufico.

Una mescola di culture e religioni, come ci ricordano le figure di musici, danzatrici, animali feroci, atleti che sovrastano il Cristo. 

Il tutto è lì dal 1140, opera di maestranze iraniane o egiziane. Eccoli i tratti ricorrenti nel corso dei millenni di storia del Mediterraneo. 

Uno striscione intravisto sabato pomeriggio 18 aprile in piazza Duomo a Milano, al raduno dei “patrioti”, portava una scritta: “tradizioni e identità”

Quali tradizioni e quali identità? 

Così, ripensandoci, oggi abbiamo raccolto in questa nota alcune riflessioni, senza scomodare la Sociologia o la Storia o l’Antropologia culturale, ma partendo da fatti di vita quotidiana. 

E tanti altri ce ne sarebbero. 

Di quale identità stiamo dunque parlando? 

“La Patria è nel sangue che porti nelle vene” urlava un tizio quel pomeriggio. 

Quale Patria? Quella chiamata Repubblica, in cui tutti possono esprimere liberamente il proprio pensiero e che ci è costata vent’anni di lotta antifascista? Quella Patria che ha una Costituzione che all’art. 3 ci parla di uguaglianza “senza distinzione di razza”

Meno male che ieri, 25 aprile, quella piazza è stata ripulita dai manifestanti che avevano altre facce, più belle e più colorate. 

Come ricordava Michela Murgia, i confini non ci circondano, ma ci attraversano: siamo il frutto di mille incroci, siamo felicemente bastardi.


gaf

19 aprile 2026

Sfidare il racconto dei potenti

5 broken cameras è un bel film, che apprezzo molto e che ho consigliato a tutti i miei amici. L’ho visto in un piccolo cinema a Bristol, insieme a un centinaio di altre persone. Tutti hanno lasciato la sala convinti di aver visto un buon film. È necessario fare film sulla Palestina e tocca ai palestinesi realizzarli. Nel mondo ci sono molti popoli oppressi, ma alcuni aspetti nel conflitto israelo-palestinese lo rendono particolare. 

Innanzitutto Israele si presenta come una democrazia, come una nazione uguale a tutti gli altri Paesi occidentali, malgrado commetta dei crimini contro l’umanità e sebbene abbia instaurato con il sostegno militare e finanziario dell’Europa e degli Stati Uniti, un regime di apartheid simile a quello in vigore in Sudafrica fino agli anni ’90. 

Un’ipocrisia senza limiti. 

Appoggiamo un Paese che si dichiara democratico, lo sosteniamo a tutti i livelli nonostante i crimini che commette. Siamo cittadini, e dunque quando ci confrontiamo con questi crimini dobbiamo reagire in primo luogo da esseri umani, non importa quale sia la nostra posizione sociale o la nostra professione. La cosa fondamentale è informare le persone su quel che sta accadendo ai palestinesi. 

Con il progetto Brand Israel, Israele ha voluto presentare al mondo la sua immagine migliore coinvolgendo numerosi artisti. Si tratta di un’operazione in risposta alla campagna BDS (Boycott, Divestment and Sanctions – Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, avviata nel 2005), della quale sono stato sostenitore sin dall’inizio e che propone il boicottaggio culturale di Israele. Brand Israel è la prova che lo Stato israeliano, che si presenta come un pilastro culturale del mondo occidentale, è sensibile a questo tipo di boicottaggio. Dobbiamo rifiutare di farci coinvolgere nei progetti promossi da Israele. Il nostro obiettivo non sono gli individui, sono le azioni dello Stato israeliano che dobbiamo prendere di mira. Pensare il cinema come un mezzo per rompere la narrazione delle élite, dei potenti, questa è l’idea fondamentale di Ken Loach. Si, perché quello che avete letto fin qui “non è farina del mio sacco” come dice quel tale. È invece quanto scriveva il grande regista inglese nel 2015, autore di film straordinari che raccontano della gente comune alle prese con la superbia e l’arroganza del potere. Chiudiamo questa nostra nota domenicale ancora con le sue parole:” Se non vigiliamo, se non resistiamo finiremo col vivere in un mondo totalmente uniformato, in cui la lingua ufficiale sarà l’inglese americano. Ma l’arte può fare da detonatore, essere la scintilla che dà fuoco alle polveri. Dopodiché spetterà a noi alimentare la fiamma, tenere viva la rabbia e trasformarla in un movimento globale che possa condurre a un cambiamento radicale e profondo della nostra società nel suo complesso”. 

Per questo venerdì 24 aprile alle ore 20,45 nella Sala Bergognone verrà proiettato il film La voce di Hind Rajab che Kawthar ibn Haniyya ha scritto e diretto nel 2025.


gaf


5 broken cameras è un documentario del 2011 diretto dal palestinese Emad Burnat e dall’israeliano Guy Davidi. In Italia è stato mandato in onda su Rai3, nel 2013, col titolo 5 telecamere rotte, all’interno della trasmissione Doc 3.

12 aprile 2026

Piazza bella piazza ci passò la lepre pazza

Le città sono figlie della loro storia e delle loro storie. 

Da qui l’idea che se Nerviano non ha una piazza centrale è perché, negli anni non si è sentita alcuna necessità di averne una. 

La storia urbanistica italiana ha fatto della piazza il centro nevralgico della cultura e dello scambio mercantile e non solo, distinguendo quattro tipi di piazze: la piazza mercato, del sacro, del civile e del militare.

La piazza del sacro ce l’abbiamo, è la piazza della Chiesa. Quella del mercato resiste. Quella del militare, per fortuna non ci serve. Infine la piazza del civile, quella su cui si apre il Municipio, che ci siamo persi dopo lo scellerato rifacimento del ponte sull’Olona e la definitiva compromissione di piazza Manzoni, che piazza non è più.

L’Italia è una terra di città, fin dall’epoca romana, quando nacque la maggior parte delle città italiane, una tradizione che si è mantenuta e consolidata in epoca medievale, dando al territorio l’assetto che conserva tuttora. Nel corso del Rinascimento, gli architetti italiani lavorarono molto intorno al tema della “città ideale”, ricordiamo il Filarete tra tutti.

E la piazza, diretta erede dell’Agorà greco e del Forum romano? Che dire dell’importanza dellapiazza nello sviluppo della cultura del singolo e più in generale del pubblico? La piazza è da sempre il perno intorno al quale gravitano la vita civile e la vita religiosa. E’ un sistema di spazi pubblici pulsanti di una attiva vita comunitaria. Il concetto tipicamente italiano della piazza come “luogo teatrale” della vita cittadina trova in Piazza del Campo a Siena la sua più evidente semplificazione.

Ma noi non siamo a Siena e allora vale la pena soffermarsi sul perché della mancanza di una piazza “centrale”a Nerviano. Abbiamo in mente di indagare su questo tema, magari ricorrendo all’aiuto del Collettivo Pro Memoria. Per ora la risposta che ci viene in mente individua nelle diverse attività lavorative, l’imputato principale. Il lavoro sembra aver costruito il paese e costituito la ragione della sua vita, della sua progettualità e della sua definizione complessiva. Il lavoro, però, per dirla con Calvino, rende “le città invisibili”, costringendole a riempirsi e a svuotarsi di utenti, di clienti meglio, conformandole in maniera disordinata e trasformandole nei loro aspetti originari. Gli Dei di Platone si commuovono per l’uomo condannato al lavoro e gli regalano la pausa alla fatica, il riposo, gli regalano cioè le feste ricorrenti in Loro onore (Platone, Leggi). E alle feste serve una piazza, un palcoscenico naturale da percorrere da soli o in compagnia. 

Dunque quello della piazza sembra essere un tema importante, una questione attinente allo spazio cittadino, quello della socializzazione per intenderci. 

Il dibattito è aperto.


gaf


Il titolo della nota di oggi lo dobbiamo a Claudio Lolli

29 marzo 2026

Ancora un gallo per Mnemosine

La memoria autentica non guarda indietro, perché guardare indietro è mortale.

Orfeo perde Euridice perché si volta verso di lei; la moglie di Lot diventa una statua di sale perché trasgredisce il divieto divino di voltarsi, di guardare la catastrofe della sua città. Anche Enea va a fondare un grande impero del futuro, e per questo ha per mano il figlioletto Ascanio, ma portandosi dietro sulle spalle suo padre Anchise custode dei Penati. La cultura greca e quella ebraica guardano avanti. Ma guardano e procedono avanti portandosi dietro il senso e il valore della propria vita, ciò che non muore.

Dobbiamo essere capaci di ricordare chi siamo stati e chi siamo, perché siamo depositari di una memoria che appartiene ai cittadini ed è costitutiva del patto sociale. 

La memoria fa sì che ciò che è scomparso diventi realtà e valore. Ciò che è scomparso persiste come traccia disponibile a ulteriori operazioni. La storia è una macchina di racconti possibili dunque, una eredità destinata ad essere estesa, studiata e trasmessa. 

Proprio l’altra sera abbiamo assistito ad uno di questi racconti, magistralmente guidati da Aldo Bosotti, uno “ storico locale” che non ci sentiamo di definire dilettante visto il rigore filologico che ha guidato il suo lavoro. Egli è infatti l’autore di una ricerca sugli “Antichi rimedi per la cura di animali nella metà del XVI secolo”, la cui pubblicazione è stata curata dal collettivo Pro Memoria, presto destinato a diventare associazione; un gruppo che si è negli anni distinto per le ricerche accurate sulla storia locale. Questa volta l’argomento risulta particolarmente interessante e curato nei suoi riferimenti linguistici da sfiorare, con risultati sorprendenti, i temi cari alla sociolinguistica. 

Mentre ascoltavamo ci venivano in mente alcune pagine di Antonio Gramsci, sempre interessato alle tradizioni popolari. Così, una volta a casa ci siamo messi sulle tracce di vecchi ricordi e antiche letture. L’ora era tarda ma la serata ci aveva tenuti ben svegli e alla fine siamo riusciti nell’intento. Scrivendo alla sorella Teresina, in data 16 novembre 1931, Gramsci le dice: “ ricordi che zia Grazia credeva che fosse esistita una donna Bisòdia molto pia tanto che il suo nome veniva sempre ripetuto nel Pater Noster? Era il dona nobis hodie che lei, come altre, leggeva donna Bisòdia e impersonava in una dama del tempo passato …”. Donna Bisòdia diventa una santa puramente immaginaria documentata dalle ricerche dell’Antropologo Ernesto De Martino (Sud e magia): in Calabria ad esempio si crede in donna Bisòdia o donna Pissòdia, madre del Padreterno. Disponiamo di pochi documenti della vita popolare di alcune epoche, mentre, per le stesse epoche, abbondano i documenti di vita della cosiddetta cultura egemone. 

Mnemosine ringrazia Pro Memoria Nerviano!


gaf


Antonio Gramsci, Lettere dal Carcere, Torino, Einaudi, 1965

22 marzo 2026

Ci sarà un giudice a Roma

Abbiamo tra le mani un libro uscito qualche anno fa che ci racconta l’esperienza (stra)ordinaria di un giudice che avrebbe compiuto cento anni a maggio prossimo. 

Essere giudice al primo processo contro le Brigate Rosse può anche significare dormire in una Sagrestia perché nessuno voleva ospitare una persona che fosse nel mirino dei terroristi. 

“La vita di un magistrato diventa un banco di prova per l’idea di giustizia e lo specchio di un’epoca” scrive Walter Veltroni nella prefazione al libro di Severino Santiapichi Le ragioni degli altri, Milano, SugarCo edizioni 1988. 

Santiapichi (Scicli 25 maggio 1926 - Modica 17 settembre 2016) è il giudice dei grandi processi dal caso Moro al tentato omicidio di Giovanni Paolo II. È stato vicepresidente della Corte Suprema della Somalia, Presidente della Prima Corte di Assise di Roma, Procuratore Generale della Repubblica di Perugia, Procuratore ad Honorem della Corte di Cassazione fino a quando si è ritirato a vita privata cominciando una tarda carriera di scrittore. 

Il libro merita attenta considerazione anche se l’autore lo presenta con modestia eccessiva nel sottotitolo come i “frammenti dall’esperienza di un giudice”.

Sono frammenti significativi. Consentono, in un momento in cui la giustizia italiana è sotto il fuoco di critiche non sempre serene né sufficientemente informate, la ricostruzione della globalità, vale a dire la comprensione del problema in tutti i suoi aspetti. 

Vi è inoltre una ragione di ordine generale che raccomanda la lettura di questo libro. 

Ricerche socio psicologiche hanno da tempo appurato che la deformazione professionale dei giudici, per così dire, consiste in una visione dicotomica dell’umanità: da una parte, noi giusti, e giudicanti; dall’altra, tutti gli altri, attuali o potenziali criminali. Ci sembra bello che un giudice cerchi di capire e di esprimere “le ragioni degli altri”, e non in un ponderoso trattato, ma in uno svelto volumetto che si colloca fra il diario intimo e la tranquilla riflessione su episodi del passato. 

L’esperienza di Santiapichi, comune alla maggioranza dei giudici, ci ricorda il prezzo della pacata obiettività cui il magistrato è tenuto.

Il mugnaio di Potsdam, non rassegnato alla protervia assolutista, invoca “Ci sarà un giudice a Berlino”, manifestando così la speranza di potere arginare l’immenso potere di Federico II di Prussia che voleva espropriare e abbattere il suo mulino perché troppo vicino alla reggia che stava edificando a Sansoucì. Anche nella Prussia di Federico II dunque, non è per nulla scontato che il potere esecutivo possa sottomettere quello giudiziario, dando una speranza ai cittadini vessati dai tanti tiranni che li circondano. E allora noi speriamo che “ci sia un giudice” anche a Roma. 


gaf