Abbiamo tra le mani un libro uscito qualche anno fa che ci racconta l’esperienza (stra)ordinaria di un giudice che avrebbe compiuto cento anni a maggio prossimo.
Essere giudice al primo processo contro le Brigate Rosse può anche significare dormire in una Sagrestia perché nessuno voleva ospitare una persona che fosse nel mirino dei terroristi.
“La vita di un magistrato diventa un banco di prova per l’idea di giustizia e lo specchio di un’epoca” scrive Walter Veltroni nella prefazione al libro di Severino Santiapichi Le ragioni degli altri, Milano, SugarCo edizioni 1988.
Santiapichi (Scicli 25 maggio 1926 - Modica 17 settembre 2016) è il giudice dei grandi processi dal caso Moro al tentato omicidio di Giovanni Paolo II. È stato vicepresidente della Corte Suprema della Somalia, Presidente della Prima Corte di Assise di Roma, Procuratore Generale della Repubblica di Perugia, Procuratore ad Honorem della Corte di Cassazione fino a quando si è ritirato a vita privata cominciando una tarda carriera di scrittore.
Il libro merita attenta considerazione anche se l’autore lo presenta con modestia eccessiva nel sottotitolo come i “frammenti dall’esperienza di un giudice”.
Sono frammenti significativi. Consentono, in un momento in cui la giustizia italiana è sotto il fuoco di critiche non sempre serene né sufficientemente informate, la ricostruzione della globalità, vale a dire la comprensione del problema in tutti i suoi aspetti.
Vi è inoltre una ragione di ordine generale che raccomanda la lettura di questo libro.
Ricerche socio psicologiche hanno da tempo appurato che la deformazione professionale dei giudici, per così dire, consiste in una visione dicotomica dell’umanità: da una parte, noi giusti, e giudicanti; dall’altra, tutti gli altri, attuali o potenziali criminali. Ci sembra bello che un giudice cerchi di capire e di esprimere “le ragioni degli altri”, e non in un ponderoso trattato, ma in uno svelto volumetto che si colloca fra il diario intimo e la tranquilla riflessione su episodi del passato.
L’esperienza di Santiapichi, comune alla maggioranza dei giudici, ci ricorda il prezzo della pacata obiettività cui il magistrato è tenuto.
Il mugnaio di Potsdam, non rassegnato alla protervia assolutista, invoca “Ci sarà un giudice a Berlino”, manifestando così la speranza di potere arginare l’immenso potere di Federico II di Prussia che voleva espropriare e abbattere il suo mulino perché troppo vicino alla reggia che stava edificando a Sansoucì. Anche nella Prussia di Federico II dunque, non è per nulla scontato che il potere esecutivo possa sottomettere quello giudiziario, dando una speranza ai cittadini vessati dai tanti tiranni che li circondano. E allora noi speriamo che “ci sia un giudice” anche a Roma.
gaf