31 maggio 2026

Per il 2 giugno Festa della Repubblica


Il 2 giugno 1946, gli italiani tutti, uomini e donne finalmente “elettori ed elettrici” si espressero per 
la scelta repubblicana. Fu una scelta di grande importanza: non si trattava solo di scegliere se avere un re o un presidente della repubblica. Era in gioco la continuità col regime precedente. Il popolo italiano scelse la rottura con il passato regime criminale, attraverso l’abolizione della monarchia, che avrebbe rappresentato il segno più visibile della continuità. 

Dopo la vittoria repubblicana al referendum il re fu allontanato dall’Italia e l’Assemblea costituente poté cominciare la sua opera in una atmosfera più serena. 

Quello che ne uscì fu il “patto” che diede luogo alla Costituzione. Non un manifesto ideologico, ma un compromesso capace di scrivere norme che potessero esprimere punti di incontro tra posizioni diverse, come erano quelle rappresentate dai diversi gruppi partecipanti all’assemblea costituente. Come si disse fin da allora, un “compromesso costituzionale”. 

La caduta del fascismo fu dunque l’inizio di una nuova fase della nostra storia, la democrazia, parola che suonò bella alle orecchie delle donne e degli uomini della metà del XX secolo che la sentivano per la prima volta. 

Da quel 2 giugno 1946 sono passati ottant’anni. Gli italiani di allora non immaginavano forse quello che sarebbe successo “dopo”. Molto sarebbe cambiato, in maniera dapprima lenta, ma poi sempre più veloce, e l’orizzonte della modernità sarebbe entrato in crisi, sino a dissolversi definitivamente con la caduta del muro di Berlino. 

Quel grande disegno di emancipazione politica degli italiani è andato incontro anche a grandi tragedie, ma ha permesso di realizzare i sogni di libertà, di uguaglianza e democrazia che avevano alimentato il lavoro dei Padri della Repubblica. 

Pensiamo che oggi ci sia una distanza molto forte, un solco profondo, tra quegli anni del novecento e questi nostri che stiamo vivendo. E forse non riusciamo ad affrontare con coraggio l’eredità del secolo passato, un’eredità che può davvero essere scomoda e può anche farci paura perché si rappresenta con sembianze diverse, che sono una sorta di deformazione e di degradazione dei valori novecenteschi privati della loro originaria funzione. Forse è arrivato il momento di recuperare il senso della passione politica che animò quei nostri Padri fondatori. E tornare a parlare di libertà, che sentiamo da più parti minacciata. Nessuno di noi dovrà farsi estraneo alla società in cui gli è toccato vivere e ai suoi problemi, né dovrà dire: “non mi riguarda. La libertà non è solo un imperativo morale individuale; è una esigenza collettiva che vale come premessa per la ricerca delle strade che conducono fuori dei vicoli ciechi in cui ci siamo cacciati. 

Su tutti noi grava la responsabilità dell’uso che ciascuno avrà fatto della sua libertà. Non c’è vita individuale fuori della società. Vivere in società è un nostro compito, un compito attivo e cosciente.


gaf



Madri e padri della Patria

“Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale//non si trattien lo strale, quando dall’arco uscì”. 

Nella nota domenicale ultima siamo incorsi in uno spiacevole errore. Eppure eravamo stati attenti ai generi ma, poi ecco l’inciampo, che riportiamo per intero. “Quel grande disegno di emancipazione politica degli italiani è andato incontro anche a grandi tragedie, ma ha permesso di realizzare i sogni di libertà, di uguaglianza e democrazia che avevano alimentato il lavoro dei Padri della Repubblica”. Una lettrice tra i sette che ci seguono ci ha fatto notare l’errore e noi proviamo a rimediare, in barba al Metastasio, l’autore dei versi che aprono questa nota. Quel 2 giugno 1946 vennero eletti in 556, chiamati a far parte dell’Assemblea costituente, che, in soli 18 mesi scrissero il testo della nostra Costituzione. Tra quei 556, per la prima volta nella nostra storia, c’erano 21 donne, madri della patria dunque, che ebbero un ruolo fondamentale. Con il loro impegno e il loro coraggio meritarono di sedere sui banchi della costituente, al pari degli uomini. Ventuno donne diverse, partigiane, insegnanti, sindacaliste, intellettuali, operaie, che contribuirono in misura determinante a scrivere la nostra Costituzione.

gaf (01/06/2026 19:28)


24 maggio 2026

Dell’area detta ex Meccanica, e di come renderla un autentico centro di vita comunitaria

Nella nota di domenica scorsa dicevamo della mancanza di un tempo città. Cominciamo dunque a parlarne. 

La questione del complesso noto come “ex Meccanica” rientra nel più generale problema del recupero degli spazi alla pubblica fruizione. L’edificio si prefigura come uno “spazio di vita” capace di produrre dinamiche relazionali. Si intende prendere in considerazione l’intero complesso e intervenire mantenendo ferma la sua evidente vocazione sociale. 

Si comincia dal parco, dall’area destinata alle attività sportive, dall’anfiteatro e dal porticato in fondo fin qui non valorizzati. Quindi si passa all’edificio e alla destinazione a cui votarlo e già fin d’ora noi immaginiamo di insediarci, tra le altre cose, la Biblioteca, e su questo torneremo. Il bar rappresenta una occasione straordinaria per un progetto di inclusione di soggetti diversamente abili, pensiamo a qualcosa di simile all’esperienza di Pizzaut, per intenderci. 

L’obiettivo è chiaro: creare la consuetudine a trovarsi con una certa ciclicità, frequentando il parco e le aree circostanti, affermando così la forte vocazione sociale del posto. Con tutte queste caratteristiche socializzanti, l’area assume i caratteri di un vano collettivo per più generazioni di cittadini, diversi per genere e per età, un’area ricca di simboli che ancora ci parlano. 

Un nostro vecchio progetto poneva la Biblioteca in questo luogo e comprendeva l’idea che una biblioteca non fosse solo uno spazio attrezzato per la lettura ma un sistema di comunicazione, finalmente costituita da spazi quantitativamente e qualitativamente adeguati, dalle attrezzature indispensabili e dal personale necessario. 

Ci sono poi le aree per i giochi all’aria aperta e per la pratica sportiva e c’è il Bocciodromo naturalmente. 

Abbiamo qualche nozione di sociologia urbana e nessuna di urbanistica, dunque ci perdonino gli esperti, corrano in nostro aiuto e ci diano una mano a ripensare gli spazi esistenti. Puntiamo infatti soprattutto sul “recupero dell’esistente”, sul risanamento conservativo e sulla riqualificazione delle aree e degli edifici, così che alla salvaguardia dell’ambiente architettonico si accompagni la “salvaguardia sociale”. 

La gente rivendica con sempre maggiore energia i propri “diritti urbanistici”, parte integrante dei diritti civili, e vuole che le aree e gli spazi urbani dismessi siano recuperati e destinati ai servizi pubblici e alle attrezzature collettive. 

Eccola dunque la ex Meccanica, per noi il luogo delle relazioni intense e serene tra i sessi e le generazioni diverse e di diversa provenienza geografica, capace di realizzare vicinanza e convivenza priva dei veleni dell’odio e della sopraffazione. 

Confessiamo una passione per la specie umana e per la vita, perciò con Zygmunt Bauman diciamo che “Occorre dare risposte sociali ai problemi individuali”.


gaf

23 maggio 2026

Spazi pubblici a Nerviano

A Nerviano mancano spazi pubblici per associazioni e cittadini e la Giunta Colombo conferma la destinazione a bar della sala civica "Sandro Pertini dell'ex Meccanica.

Quanti di voi hanno seguito i Consigli Comunali sanno che i Consiglieri PD, con gli altri colleghi di opposizione, hanno chiesto alla maggioranza di recuperare la sala civica all’interno dell’ex Meccanica all’uso per il quale è stata realizzata.

La richiesta era, ed è, semplice: in occasione del nuovo bando sottrarre dagli spazi da affittare ai nuovi gestori del bar dell’ex Meccanica la sala civica, diventata in questi anni parte integrante dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande, è occupata da frigoriferi, bancone, segni distintivi del bar a coprire le finestre. Chi di voi è entrato in questi anni ha sicuramente visto lo stato in cui versa la sala civica, o forse non ha neppure capito trattarsi della sala civica a meno di avere letto la targa apposta all’ingresso.

La risposta della Sindaca è stata negativa, solo una vaga, molto vaga, promessa di trovare un accordo per quantificare il numero di giorni per l’utilizzo della sala. In buona sostanza si dovrebbe concordare con il conduttore in locazione del bar l’uso della sala con destinazione pubblica!

Promessa vaga, ma soprattutto inaccettabile.

La sola risposta che possiamo accettare è quella di ridare senso e dignità alla sala civica, intitolata al più amato dei Presidenti, perché torni ad uso esclusivo pubblico: luogo di incontro e di confronto.

Quello che sta accadendo per la sala civica Pertini è un esempio del disinteresse e dell’incapacità della Giunta Colombo di occuparsi e valorizzare gli edifici pubblici che, abbandonati o dismessi per il trasferimento di uffici e funzioni ad altre amministrazioni, vanno via via degradandosi, mentre mancano luoghi di aggregazione per i giovani.

E di spazi che consentano e favoriscano l’aggregazione e l’inclusione Nerviano ha un gran bisogno; anche su questo stiamo lavorando in quest’anno che ci separa dalle prossime elezioni, nel confronto con i tanti, singoli e associazioni, che credono che l’Amministrazione Comunale, il Comune insomma, possa essere reale riferimento per una Nerviano aperta e accogliente per tutti. 

E, come ci piace dire, SI PUO’ FARE.


Antonella Forloni

Capogruppo consiliare PD a Nerviano


17 maggio 2026

Teatranti senza teatri

“Se prendiamo uno spazio vuoto, dentro un edificio, e ci mettiamo il palcoscenico, le poltrone, il sipario, le quinte, otteniamo una sala che chiunque riconosce come un teatro. Ma il teatro, dice, può stare ovunque. In una piazza, su un prato. Il teatro sono persone che si ritrovano e danno vita a una storia. Recitando e guardando, con le battute e gli applausi. Quindi, se si disegna la piantina di un teatro, escludendo i corpi, le parole, i gesti, si eliminano proprio gli ingredienti fondamentali per il teatro. Allo stesso modo, nella mappa di una città, mancano gli elementi che la rendono una città. Questo si può dire per qualunque luogo, perché i luoghi sono sempre teatri. Con la differenza che uno spettacolo dura un paio d’ore, e chi interpreta un senzatetto a fine serata può tornarsene a casa. Nei luoghi invece la rappresentazione non finisce, i ruoli sono appiccicosi e devi restare in scena anche quando non sai la parte. A maggior ragione, dice, per orientarsi nel paesaggio, le storie sono più utili delle mappe”. 

Fin qui non è farina del mio sacco, ma lo potete leggere insieme ad altre 469 pagine in “Mensaleri” di Wu Ming 2*, Einaudi, 2025. Ovunque l’Italia è piena di piazze, di giardini e di teatri, e la storia ci racconta come anche ogni piccola comunità locale non abbia voluto privarsi dei luoghi dove, come dice quel tale, si fa cultura. Luoghi che rappresentano le tracce storiche dell’integrazione tra uomo e ambiente. Ovunque ma non a Nerviano! A Nerviano non c’è una piazza, abbiamo già avuto occasione di rimarcarlo più volte. Ma non c’è neanche un cinema, per non dire di un teatro, non un auditorium, nemmeno una sala che possa in qualche modo fungere da spazio per una pubblica assemblea. E non c’è, a ben guardare, neanche un posto dove fare solo quattro chiacchiere, senza preoccuparsi di dover “consumare”. La biblioteca pubblica risulta in maniera evidente uno spazio rimediato e perciò inadeguato, nonostante gli operatori facciano miracoli. Molto poco è stato fatto in questi anni e quel poco lo si è fatto senza passione e quindi senza risultati. È, come il coraggio per don Abbondio: se uno la passione non ce l’ha non gliela si può dare. Siamo dunque alla ricerca di chi ce l’ha, questa passione e, insieme, poter finalmente offrire ai cittadini occasioni che li mettano in contatto, li facciano incontrare, in modo che possano cogliere a Nerviano e non altrove, le occasioni per trascorrere il tempo. Quelli che se ne intendono lo chiamano” tempo città”. Oggi a Nerviano il tempo città coincide con il disbrigo di pratiche quotidiane: si va in Comune, in Banca, dal medico, a comprare il pane. Poi più niente. Le strutture non ci sono. Sarà tempo di realizzarne qualcuna, cominciando dagli spazi dismessi o poco utilizzati.

gaf


Wu Ming 2 è un collettivo di narratori che ha scritto otto romanzi a più mani. Consigliamo vivamente di leggerli. Sono presenti in Biblioteca grazie all’acume della nostra bibliotecaria. 

10 maggio 2026

Resistere, resistere, resistere!

“Il palcoscenico è uno spazio nel tempo”. Così introduce il testo di "Metti una sera a cena" Giuseppe Patroni Griffi. Ho sempre pensato a questo quando, a teatro, siedo in platea e ho di fronte un sipario chiuso. 

Di lì a poco si aprirà e gli attori cominceranno a dar voce alla parola scritta, trasformandola in agente attivo e creativo dello spettacolo che si inscena. Che magia: la scena, la controscena, le luci che illuminano e definiscono la scena portante, i personaggi e le situazioni in cui transitano, i quadri scenici che si succedono e che guidano lo sguardo dello spettatore e indirizzano il fuoco della sua attenzione. 

Abitare nei dintorni di Londra e chiamarsi Smith è una ragione sufficiente per mangiare cibo inglese, bere acqua inglese a un’ora tipicamente inglese battuta da una pendola inglese. Cosa sta per succedere? Lo sapranno quanti assisteranno a La cantatrice calva di Eugéne Ionesco. In una società quasi totalmente addomesticata all’idiozia mediatica, il teatro è “resistenza”. Ci tiene vivi, mantenendo desta la curiosità, l’attenzione, la voglia di capire e, quando è necessario, di cambiare. 

Solo così possiamo sperare che il quotidiano non affondi nell’effimero ma si consolidi in storie e aiuti a costruire identità meglio definite. 

L’identità è dunque il prodotto di una costruzione sociale. Non affidiamola alla genetica: è una strada già percorsa che ha condotto l’umanità ad Auschwitz e dintorni.

B. Avrebbe un po’ di tempo? Allora venga con me.

V. Dove?

B. Da qualche parte.

V. Ah, ma ci sono già stato.

B. Ah, si?

V. Si, si!

… 

È l’inizio esilarante di “Conversazione interessante”, dai Dialoghi tratti da “Tingeltangel”, di Karl Valentin. I suoi testi di scena degli inizi del secolo scorso ancora conservano intatta la sua comicità.

È questo il teatro. E noi siamo grati a quanti lo mantengono in vita, professionisti e dilettanti che siano a calcare le tavole di un palcoscenico, seguaci di un’arte che sa rendere migliori.


gaf


Il titolo di questa nostra nota domenicale lo dobbiamo a Francesco Saverio Borrelli, Procuratore Generale di Milano e capo del pool di Mani Pulite.

Tingeltangel di Karl Valentin lo trovate, con qualche difficoltà, nelle edizioni Adelphi.

09 maggio 2026

Nerviano comunità aperta

Questo articolo è stato pubblicato nello scorso mese di Aprile su Nerviano Informa (Anno IV - Numero 1) e lo abbiamo scelto per inaugurare "il Sabato del Villaggio", la nuova rubrica del nostro blog che si affianca all'Editoriale della Domenica.

Torno al tema dell’inclusione, dell’ impegno ad essere una comunità aperta alle esigenze di chi è più fragile. Nei mesi scorsi ho cominciato a raccontare dell’ascolto di genitori che esprimono - anche a nome dei figli con qualche fragilità - l’esigenza di uno spazio per stare insieme, in particolare il fine settimana quando i centri, o le aziende per chi ha già un inserimento lavorativo, sono chiusi.

Ci eravamo dati appuntamento al bocciodromo presso la ex Meccanica, perché ritenuto un possibile luogo d’incontro. E così è stato.

Mentre si concretizzava la costituzione di un’associazione e andavano prendendo forma le prime proposte (quella che mi piace ricordare è il Coro… ma ne parleremo meglio un’altra volta) l’associazione “AbilMente”- realtà della comunità pastorale S. fermo di Nerviano - promuoveva incontri per presentare un progetto sull’inclusione lavorativa dei soggetti con fragilità, destinato ad accrescere l’attività dell’associazione che promuove momenti di incontro, laboratori, uscite collettive. E’ allora venuto spontaneo che genitori e ragazzi pensassero di andare avanti insieme, di mettersi in gioco per conoscersi, farsi comunità, utilizzando gli spazi che sono già aperti: gli oratori e anche il bocciodromo.

Con i campi di bocce rinnovati - ne scrive l’assessore allo sport proprio in questo numero - il primo appuntamento è stato domenica 15 marzo, per tifare Federico che partecipava a un torneo. È stato un momento di convivialità e di prova dei nuovi campi, scoprendo che “tirare le bocce è divertente”, ma altresì che sono pesanti e per qualcuno di noi occorrerà trovarne di più leggere.

Grazie alla pedana realizzata dagli amici del bocciodromo - in attesa di quella che l’amministrazione ha ordinato - è stato possibile accedere ai campi bocce con le carrozzine.

Domenica è stato davvero bello vedere chi provava per la prima volta a tirare le bocce sotto lo sguardo attento ed affettuoso di giocatori veterani, prodighi di consigli su come lanciare e fare punto.

L’incontro è servito anche a fare il punto con Silvia Tiraboschi - la referente dell’Associazione AbilMente - delle prossime iniziative, ma anche di mettere in luce con i genitori presenti la richiesta di attenzione per le nostre ragazze e i nostri ragazzi più fragili che passa anche dal sostegno nella esigenza di condividere attività e momenti di svago. Sul punto, ma abbiamo già avuto modo di sperimentarlo, Silvia ha evidenziato come lo spazio offerto dalle sedi parrocchiali Oratorio Santo Stefano e l’ex oratorio Femminile consentono di promuovere iniziative.

E’ necessario far sapere che possiamo costruire insieme momenti importanti di condivisione.

Per questo confido che anche la lettura di questo articolo, meglio testimonianza, possa essere utile alle ragazze, ai ragazzi e alle famiglie.

Ci sono già alcuni appuntamenti: Silvia ci ha parlato del 29 marzo a Parabiago per la giornata mondiale sull’autismo; e abbiamo in previsione di ritrovarci ad aprile all’ex Meccanica Bocciodromo per un pomeriggio in bocce… non che si debba per forza giocare si può tifare, applaudire, ridere insieme, così come insieme contiamo di mangiare una pizza.

Insomma, per fare delle cose insieme occorrono luoghi adeguati - ed è una richiesta che i genitori rivolgono all’amministrazione comunale - ma possiamo anche dire che le persone che vogliono fare cose insieme rendono adeguati i luoghi.


Antonella Forloni

Capogruppo consiliare PD a Nerviano

03 maggio 2026

Brutti tempi

Pronunciare anche una sola parola su questioni tanto controverse come quelle del conflitto arabo israeliano può provocare facilmente reazioni forti da parte di chi si trovi schierato dall’una o dall’altra parte. Riteniamo che proprio su una questione così controversa si debba cercare con cautela l’approccio giusto da adottare.

Esistono due fondamentali problemi alla base che non si potranno mai risolvere utilizzando atteggiamenti di rottura nei confronti della controparte: la tragedia di un popolo palestinese che versa in condizioni disperate da una parte, e il non riconoscimento da parte di alcuni Stati arabi, primo tra tutti l’Iran, dello Stato di Israele. Non smetteremo mai di credere che la prima regola per la composizione di un conflitto sia sempre e solo il dialogo, soprattutto favorito da un terzo attore che faccia da mediatore tra le parti, magari non sempre e non solo gli Stati Uniti, ma anche alcuni paesi europei, o addirittura l’Unione europea, che ha già dato una dimostrazione di grande coesione con l’invio del contingente ONU in Libano.

Nell’orazione funebre per il figlio Uri, pronunciata dallo scrittore David Grossman all’indomani della sua morte causata da un razzo di Hezbollah nell’agosto del 2006, colpiscono queste parole: 

“Noi, la nostra famiglia, questa guerra l’abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall’amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo, e che io ringrazio per l’illimitato sostegno. Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. E’ forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare” (L’addio di Grossman al figlio, www.repubblica.it). 

Più volte Grossman ha lanciato appelli alla classe politica 
israeliana per intraprendere con decisione un’iniziativa a favore della composizione pacifica del conflitto tra il suo e il popolo palestinese. Ma più di ogni cosa crediamo che sia da ammirare l’atteggiamento di un padre (e di un israeliano) che pur avendo perso un figlio per mano di un nemico di Israele, non esita ad ammettere le responsabilità del suo paese. Con questo spirito da entrambe le parti, il dialogo e la soluzione pacifica e concertata della questione arabo israeliana non sarebbero più solamente chimere. Il giovane Eitan Bondì ha soltanto 21 anni (Uri ne aveva 20 quando è stato ucciso) e nonostante la giovane età è già una persona così tanto imbevuta di odio.

Conrad Lorenz nel suo studio “Il cosiddetto male” ci racconta che ogni animale è necessariamente aggressivo nella misura in cui si autoafferma, che ogni gruppo difende il proprio territorio contro l’invasore, che c’è dentro di noi il mostro che sonnecchia, e che non possiamo fare altro che tenerci d’occhio, sorvegliarci, temerci come individui. Restano fuori dall’ambito di questa interpretazione la storia, gli interessi economici, le istituzioni politiche, cioè le ragioni e gli strumenti della violenza quotidiana. 

Lascio ai miei sette lettori tutti i dubbi.


gaf

01 maggio 2026

La festa del lavoro

Gli anni Cinquanta sono gli anni che hanno visto emigrare tanti italiani. Gli anni che avrebbero dovuto essere quelli delle grandi scelte, dell’emancipazione politica, dell’affrancamento culturale delle masse contadine e operaie e che nella realtà furono tutt’altro, registrarono la fuga dal bisogno attraverso l’emigrazione. 

Per alcuni le mete furono i centri industriali del nord Italia, della Svizzera, della Germania, della Francia, per altri ci fu la scelta dell’emigrazione di lunga distanza: l’America, il Canada e l’Australia. 

Un testimone rivive in questi termini la sua esperienza:”… trovai lavoro al bosco, e lì si lavorava la mattina a buon ora fino al calar del sole, sfiniti dalla stanchezza. Quando si tornava al campo si doveva pensare ad accendere il fuoco per preparare da mangiare. Così come finiva in un posto ci si spostava altrove, la condizione varia dove c’è più pioggia, e dove è più arida, ciò vale a dire manca acqua e selvaggina, e noi a un tempo che eravamo alla zona più arida il padrone di lavoro ci ha lasciati soli, ed eravamo senza acqua e senza mangiare, immaginate a che condizioni eravamo, e quella volta mi pigliai di scoramento, avvilito e rivolsi la testa al cielo piangendo! E non mi vergogno a dirvelo: e dissi al cielo o Signore che male ho fatto per essere punito così? Altro che America stavamo morendo di fame e di sete, perché eravamo otto di noi, e tutti noi senza un mezzo per muoverci, soli desolati, che non vedevamo altro che cielo e terra senza un’anima viva, uno aveva il fucile e cercammo qualche coniglio, ma la zona era scarsa, e trovammo una grande gatta selvatica, questa persona di nome Carmine, siciliano di provenienza mi disse che facciamo? Io gli rispose spara! Così portammo questa grande gatta al campo e tirammo avanti per un paio di giorni Al riguardo dell’acqua avevamo l’acqua di una diga fatta di terra dove il terreno forma come una buca, e la qualità era pessima, pensate era fatto per abbeverare le pecore che in seguito dovevamo avere, e l’acqua era colore latte, e impossibile di bere, la conclusione si doveva bollirlo e lasciarlo, il giorno seguente tornava ad essere discreto. Dimenticavo di dire che questa cosa durò per una settimana, poi il padrone era di ritorno con la macchina e si poteva andare a fare rifornimento di viveri”. Molto spesso mi afferrava la nostalgia della famiglia, della nostra cara Italia, ma purtroppo non si poteva pensare neanche di tornare indietro perché ci si ricordava della povertà che si era lasciata”. 

Quanto qui si propone (grazie a Eide Sperticato Iengo) si fonda sul “detto” di un emigrante abruzzese, e ci è sembrato il modo migliore per riflettere su quanto accade oggi quando assistiamo a forme più o meno larvate di ostilità di tipo razzista nei confronti di chi ha lasciato il proprio paese in cerca di un lavoro e di una vita migliore. 

“Non è più nostra madre//avara di figli partorisce disastri. (Italia, da Le risonanze, di Nelo Risi). 

Buona Festa del Lavoro.


gaf