03 maggio 2026

Brutti tempi

Pronunciare anche una sola parola su questioni tanto controverse come quelle del conflitto arabo israeliano può provocare facilmente reazioni forti da parte di chi si trovi schierato dall’una o dall’altra parte. Riteniamo che proprio su una questione così controversa si debba cercare con cautela l’approccio giusto da adottare.

Esistono due fondamentali problemi alla base che non si potranno mai risolvere utilizzando atteggiamenti di rottura nei confronti della controparte: la tragedia di un popolo palestinese che versa in condizioni disperate da una parte, e il non riconoscimento da parte di alcuni Stati arabi, primo tra tutti l’Iran, dello Stato di Israele. Non smetteremo mai di credere che la prima regola per la composizione di un conflitto sia sempre e solo il dialogo, soprattutto favorito da un terzo attore che faccia da mediatore tra le parti, magari non sempre e non solo gli Stati Uniti, ma anche alcuni paesi europei, o addirittura l’Unione europea, che ha già dato una dimostrazione di grande coesione con l’invio del contingente ONU in Libano.

Nell’orazione funebre per il figlio Uri, pronunciata dallo scrittore David Grossman all’indomani della sua morte causata da un razzo di Hezbollah nell’agosto del 2006, colpiscono queste parole: 

“Noi, la nostra famiglia, questa guerra l’abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall’amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo, e che io ringrazio per l’illimitato sostegno. Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. E’ forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare” (L’addio di Grossman al figlio, www.repubblica.it). 

Più volte Grossman ha lanciato appelli alla classe politica 
israeliana per intraprendere con decisione un’iniziativa a favore della composizione pacifica del conflitto tra il suo e il popolo palestinese. Ma più di ogni cosa crediamo che sia da ammirare l’atteggiamento di un padre (e di un israeliano) che pur avendo perso un figlio per mano di un nemico di Israele, non esita ad ammettere le responsabilità del suo paese. Con questo spirito da entrambe le parti, il dialogo e la soluzione pacifica e concertata della questione arabo israeliana non sarebbero più solamente chimere. Il giovane Eitan Bondì ha soltanto 21 anni (Uri ne aveva 20 quando è stato ucciso) e nonostante la giovane età è già una persona così tanto imbevuta di odio.

Conrad Lorenz nel suo studio “Il cosiddetto male” ci racconta che ogni animale è necessariamente aggressivo nella misura in cui si autoafferma, che ogni gruppo difende il proprio territorio contro l’invasore, che c’è dentro di noi il mostro che sonnecchia, e che non possiamo fare altro che tenerci d’occhio, sorvegliarci, temerci come individui. Restano fuori dall’ambito di questa interpretazione la storia, gli interessi economici, le istituzioni politiche, cioè le ragioni e gli strumenti della violenza quotidiana. 

Lascio ai miei sette lettori tutti i dubbi.


gaf