11 ottobre 2026

Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato Nerviano

“A Nerviano non c’è un cinema, non un teatro, non un auditorium (….) non c’è neanche un posto dove fare quattro chiacchiere, senza preoccuparsi di dover per forza consumare”. Questo scrivevamo anni fa e da qui riprendiamo, non essendo cambiato granché se non in peggio.

Rispetto ad allora oggi non ci sono quasi più negozi e le vetrine, tutte uguali espongono cartelli con annunci di case in vendita. La suddivisione dei tempi di vita di una città si realizza in tre grandi classi: il lavoro, la residenza e il tempo libero; a noi qui interessa il tempo libero e rinviamo ad altro momento le altre due classi. Non c’è città senza un immaginario collettivo in grado di pensarla, di sentirla come orizzonte comune della vita quotidiana. Noi ci abbiamo provato in questi anni, ma abbiamo sempre trovato un muro, eretto da chi ha lavorato con la calce della presunzione e dell’insulto, senza alcun disegno condiviso, senza disporre di un progetto o di una visione di città, né di comunità.

Si è partiti da lontano, dal Giappone addirittura, si è proseguito con spot e bizzarre espressioni, spesso in un inglese inzuppato nelle acque del Villoresi, e si è finiti a parlare, buon ultimi, di “saperi e sapori”, formula rubata evidentemente a Slow Food che da anni ci racconta storie di cibo e dintorni attraverso l’area dell’esperienza (i sapori) e della narrativa (i saperi).  Cosa abbiano in mente i nostri non si capisce, non avendo noi pregiati pennuti, vini e ricette e piatti da tutelare. È dunque difficile immaginare il passo dai sapori ai saperi: quali saranno mai, gli aneddoti, le storie e i sapori da raccontare?

Tant’è, intanto oggi ci ritroviamo a cantare il de profundis per un’altra realtà che scompare: il Bar dell’ex Meccanica. Uno “spazio di vita”
capace di produrre dinamiche relazionali in un luogo fortemente caratterizzante. Il bar sigla, o dovremmo dire siglava, questo spazio come luogo ospitale degno di attenzione, proponendosi come stimolo per eventi e iniziative. Un vano collettivo per più generazioni di cittadini, diversi per genere e per età, che si ritrovano spesso insieme realizzando uno spazio reale di una possibile e comunicante comunità. La sera poi diventa un luogo dove passare qualche ora ascoltando musica e mangiando e bevendo in buona compagnia.

Un paese è abitabile se si configura come spazio di incontro, di occasioni e di luoghi di produzione e di riproduzione di saperi, di ambienti e di spazi per il divertimento e per il tempo libero. Questa amministrazione si è dimostrata incapace di accogliere e di rinnovare risorse creative, che potessero contribuire a rendere costruttiva e stimolante l’esperienza di vita quotidiana dei cittadini.

gaf

 

03 ottobre 2026

…….. ebbasta

Abbiamo lo stesso avversario e non lo stesso programma politico. Vallo a spiegare a chi pratica con singolare costanza l’ingiuria nel linguaggio della politica, abusando di offese, vuote allusioni e illazioni che in questi anni ne hanno caratterizzato lo stile comunicativo.  In politica il linguaggio offensivo, particolarmente seducente per alcuni, è uno dei più efficaci strumenti di delegittimazione dell’avversario, che punta a squalificare e irridere. E che naturalmente presuppone una superiorità gerarchica dell’insultante sull’insultato. Purtroppo, che lo si voglia o meno, occorre fare i conti col fatto che la competenza denigratoria necessaria noi non ce l’abbiamo. Questo però non vuol dire per forza essere disposti a gettare la spugna se chiamati in causa, e rinunciare a produrre risposte scegliendo però di agire “come parlanti competenti”.

Ecco, questo è quanto dovevamo a mo’ di sfogo, dopo aver saputo (non siamo adusi ai social) delle voci e soprattutto degli scritti, intorno alla vicenda dell’insediamento di una struttura per il “fotovoltaico” sui terreni della Bergamina. Alla politica spetta il compito di creare un clima generale di rispetto reciproco e di condivisione di valori necessari per misurarsi sulle vicende attuali, senza agitare polemiche. Un dialogo dunque, si rende necessario. Un dialogo che per affermarsi ha bisogno di un ambiente coltivato, sereno, costruito sui rapporti personali, e che invece è stato completamente sommerso da una cultura che ha altri veicoli, e che sicuramente è impossibile per noi praticare.

Vediamo boschi, prati e campagne arretrare ogni giorno davanti all’invasione di mesti condomini come il nuovo disgraziato insediamento sul Sempione sui terreni accanto al Pittarello che ha sacrificato dei bellissimi alberi. O sparire cedendo il posto ai nuovi segni del benessere come gli impianti fotovoltaici nei prati della Bergamina. Gravissimi saranno gli effetti sull’ambiente di questa cieca invasione del territorio nervianese. Questa cieca, suicida devastazione dello spazio in cui viviamo, non avverrebbe impunemente se vi fosse fra i cittadini una chiara percezione del valore delle risorse ambientali e dell’irreversibilità del loro consumo.

Il nostro sforzo nelle piazze per la raccolta delle firme “contro” l’insediamento fotovoltaico e in Consiglio Comunale è volto a vedere possibili alternative a modalità di “produzione di ricchezza” per altri e devastanti per noi. È ancora possibile indignarsi, recuperare una memoria storica necessaria che ci leghi al nostro territorio per difenderlo all’insegna della Costituzione. È questo l’impegno che ci tiene insieme, noi così diversi!

gaf

  

20 settembre 2026

Contro il degrado civile

“ La natura e i suoi liberi abitanti non sono come i palazzi distrutti dalla guerra. Questi si possono ricostruire, ma se la natura sarà annientata nessuno potrà farla rivivere …”.

Questo è quanto leggiamo in un prezioso libretto curato per Italia Nostra da Antonio Cederna, Italo Insolera e Fulco Pratesi (La difesa del territorio, Oscar Mondadori,1976).

Siamo ancora a difenderci dagli “appetiti” del cosiddetto progresso. A farne le spese ancora una volta è il verde urbano, perché questo è da considerarsi un’area come la Bergamina. Per questo ci si è mossi in risposta al tentativo di “rapinare” uno spazio che ha grande significato per la comunità. E ci si è mossi in tanti, un “campo largo” l’ha definito qualcuno, ironizzando sulle diverse provenienze politiche dei convenuti. Un “campo vasto”abbiamo precisato noi, perché comprende tutti quelli che hanno a cuore la storia di Nerviano. 

Il Governo cittadino al momento “riflette” ma contiamo su alcune sensibilità al suo interno che lo spingano nella direzione giusta. Per secoli Nerviano ha saputo crescere conservando l’impronta di una cultura dell’abitare tanto più nobile quanto più povera e da troppo tempo è assediata da nuovi, anonimi quartieri che cancellano dall’orizzonte campanili, torri, mura e alberi secolari. 

Leggiamo in Paesaggio Costituzione cemento di Salvatore Settis (Einaudi,2010): “A un estremo, il territorio è visto come factum brutum, un fattore di per sé inerte, e per tanto interamente asservito ai meccanismi produttivi, consumandolo senza freni. All’altro, il territorio è visto come spazio culturale e sociale, teatro necessario della vita quotidiana, fattore di equilibrio (o disequilibrio) nell’esperienza individuale e collettiva, fonte di felicità (o infelicità), e dunque stimolo a una vita più ricca e lieta (o meno piena, meno lieta), con evidenti ricadute non solo sul benessere psicofisico, ma anche sulla produttività individuale e collettiva, dunque sull’economia. Non è possibile esercitare una di queste due opzioni in toto; ma di fronte a quella che oggi si presenta come la crescente vittoria della prima, e ai disastri che porta con sé, le ragioni del paesaggio come spazio socioculturale, e come ambito vitale, vanno ripercorse e rivendicate”.

“Finché il sole risplenderà su le sciagure” la pecora sarà mangiata dal lupo: rimane solo che chi sa e può non si faccia pecora. (Vilfredo Pareto, Un’applicazione di teorie sociologiche, 1900)


gaf






13 settembre 2026

Dove eravamo rimasti

Ci eravamo lasciati parlando di irrisioni e insulti che mirano a screditare l’avversario (politico) e di cui noi qui a Nerviano, in anni recenti, abbiamo avuto esempi eloquenti. E di arroganza, che abbiamo sempre creduto nasconda un senso di inferiorità. Quasi uno stile di vita per qualcuno, un modo in cui si finisce per concepire le relazioni con gli altri. Siamo posti quotidianamente di fronte a conflitti e ostilità e la lingua ci viene incontro offrendoci strumenti idonei alle varie contingenze. Sta a noi decidere quali forme usare, se quelle dell’offesa o quelle della conciliazione; dobbiamo scegliere di agire come “parlanti competenti” (questa la dobbiamo a Wittgenstein). 

E proprio pensando a quanto in questi ultimi anni abbiamo dovuto “subire” rimandiamo a una stupenda poesia del tempo dei trovatori di Francia. Una sublime poesia sul nulla, che invitiamo chi ha la bontà di leggerci a indovinare a chi ci rimanda.

Farò un verso di puro niente,

non su di me né su altra gente,

né d’amore o di gioventù,

né d’altro mai,

anzi a cavallo fu, dormendo,

che l’inventai.

Ci fermiamo alla prima delle sette strofe di cui si compone la più famosa e celebre lirica di Guglielmo IX d’Aquitania (1071-1126), considerato il primo trovatore della storia le cui opere ci siano pervenute in lingua d’oc. Chi volesse godersela per intero la trova in rete.

Dopo una lunga pausa riprendiamo dunque la consuetudine delle nostre note domenicali. Non sappiamo come siano andate le vostre vacanze e, soprattutto, non sappiamo se siete riusciti a farle, le vacanze. Sappiamo però dove non le ha fatte le sue vacanze lo scrittore francese Daniel Pennac che intervistato al Festivaletteratura di Mantova afferma tra l’altro: “Non faccio più il bagno nel Mediterraneo, un mare che abbiamo trasformato in un cimitero”. Come si può dargli torto.

gaf



05 luglio 2026

Io, eccetera

Tutti, a parole, auspichiamo un confronto politico civile e tollerante, che si sottragga al
facile e seducente gioco del linguaggio dell’odio e dell’insulto. 
Tutti, a parole. Nei fatti sempre più spesso ci capita di ascoltare e/o leggere espressioni che ci disorientano, ci spiazzano perché mai dispongono al confronto. Non è mai un discorso sereno e
soprattutto non è mai un dialogo (dia, attraverso, e logos, parola) dove non si impongono
idee ma si cercano punti di contatto che non sempre si trovano ma non per questo ci si
deve detestare. 
Dipende dagli interlocutori, dice quel tale. Se da una parte c’è uno o una
con un Io come quello richiamato dal titolo di questa nostra nota, non ce la caviamo. Noi
abbiamo una identità debole come politici, eppure ci sentiamo sempre più fieri di questa
debolezza. Crediamo che possa essere una risorsa se siamo capaci di metterla in
comune. 
Il pensiero va a chi, nel discorso politico e ancor più entro i confini dei social
media, ricorre con singolare e inquietante frequenza a forme di linguaggio di violenza
verbale; ne parlavamo domenica scorsa. Da un po’ di tempo a questa parte sembra che la
competenza denigratoria sia diventata un ingrediente fondamentale di una comunicazione
politica che voglia essere persuasiva ed efficace. Una spiccata propensione a un
linguaggio aggressivo si registra in taluni individui tendenti a comportamenti competitivi,
impazienti e, soprattutto, ostili e litigiosi.
“Ogni monologo puro, incapace di correggersi e modificarsi nella dialettica del dialogo, è tendenzialmente un discorso della follia. Bloch identificava il delirio con l’assenza di dialettica, di quel confronto con l’altro e di quel superamento e correzione delle proprie posizioni che consentono al pensiero di non irrigidirsi mai nell’immobile identità con se stesso, ma di straniarsi, di diventare altro da sé, di scindersi e riunirsi di continuo, di trasformarsi, di divenire. Anche il colloquio con se stessi può essere un dialogo, un confronto con una voce che è nostra ma nella quale echeggiano la voce e le esigenze degli altri.” (Claudio Magris, Itaca e oltre, ed. Garzanti 1982)

gaf


Il titolo della nota domenicale di oggi l’abbiamo rubato a Susan Sontag. Il suo libro, che si
intitola “Io, eccetera”, ed. Einaudi. Vi consigliamo di leggerlo.