17 maggio 2026

Teatranti senza teatri

“Se prendiamo uno spazio vuoto, dentro un edificio, e ci mettiamo il palcoscenico, le poltrone, il sipario, le quinte, otteniamo una sala che chiunque riconosce come un teatro. Ma il teatro, dice, può stare ovunque. In una piazza, su un prato. Il teatro sono persone che si ritrovano e danno vita a una storia. Recitando e guardando, con le battute e gli applausi. Quindi, se si disegna la piantina di un teatro, escludendo i corpi, le parole, i gesti, si eliminano proprio gli ingredienti fondamentali per il teatro. Allo stesso modo, nella mappa di una città, mancano gli elementi che la rendono una città. Questo si può dire per qualunque luogo, perché i luoghi sono sempre teatri. Con la differenza che uno spettacolo dura un paio d’ore, e chi interpreta un senzatetto a fine serata può tornarsene a casa. Nei luoghi invece la rappresentazione non finisce, i ruoli sono appiccicosi e devi restare in scena anche quando non sai la parte. A maggior ragione, dice, per orientarsi nel paesaggio, le storie sono più utili delle mappe”. 

Fin qui non è farina del mio sacco, ma lo potete leggere insieme ad altre 469 pagine in “Mensaleri” di Wu Ming 2*, Einaudi, 2025. Ovunque l’Italia è piena di piazze, di giardini e di teatri, e la storia ci racconta come anche ogni piccola comunità locale non abbia voluto privarsi dei luoghi dove, come dice quel tale, si fa cultura. Luoghi che rappresentano le tracce storiche dell’integrazione tra uomo e ambiente. Ovunque ma non a Nerviano! A Nerviano non c’è una piazza, abbiamo già avuto occasione di rimarcarlo più volte. Ma non c’è neanche un cinema, per non dire di un teatro, non un auditorium, nemmeno una sala che possa in qualche modo fungere da spazio per una pubblica assemblea. E non c’è, a ben guardare, neanche un posto dove fare solo quattro chiacchiere, senza preoccuparsi di dover “consumare”. La biblioteca pubblica risulta in maniera evidente uno spazio rimediato e perciò inadeguato, nonostante gli operatori facciano miracoli. Molto poco è stato fatto in questi anni e quel poco lo si è fatto senza passione e quindi senza risultati. È, come il coraggio per don Abbondio: se uno la passione non ce l’ha non gliela si può dare. Siamo dunque alla ricerca di chi ce l’ha, questa passione e, insieme, poter finalmente offrire ai cittadini occasioni che li mettano in contatto, li facciano incontrare, in modo che possano cogliere a Nerviano e non altrove, le occasioni per trascorrere il tempo. Quelli che se ne intendono lo chiamano” tempo città”. Oggi a Nerviano il tempo città coincide con il disbrigo di pratiche quotidiane: si va in Comune, in Banca, dal medico, a comprare il pane. Poi più niente. Le strutture non ci sono. Sarà tempo di realizzarne qualcuna, cominciando dagli spazi dismessi o poco utilizzati.

gaf


Wu Ming 2 è un collettivo di narratori che ha scritto otto romanzi a più mani. Consigliamo vivamente di leggerli. Sono presenti in Biblioteca grazie all’acume della nostra bibliotecaria. 

10 maggio 2026

Resistere, resistere, resistere!

“Il palcoscenico è uno spazio nel tempo”. Così introduce il testo di "Metti una sera a cena" Giuseppe Patroni Griffi. Ho sempre pensato a questo quando, a teatro, siedo in platea e ho di fronte un sipario chiuso. 

Di lì a poco si aprirà e gli attori cominceranno a dar voce alla parola scritta, trasformandola in agente attivo e creativo dello spettacolo che si inscena. Che magia: la scena, la controscena, le luci che illuminano e definiscono la scena portante, i personaggi e le situazioni in cui transitano, i quadri scenici che si succedono e che guidano lo sguardo dello spettatore e indirizzano il fuoco della sua attenzione. 

Abitare nei dintorni di Londra e chiamarsi Smith è una ragione sufficiente per mangiare cibo inglese, bere acqua inglese a un’ora tipicamente inglese battuta da una pendola inglese. Cosa sta per succedere? Lo sapranno quanti assisteranno a La cantatrice calva di Eugéne Ionesco. In una società quasi totalmente addomesticata all’idiozia mediatica, il teatro è “resistenza”. Ci tiene vivi, mantenendo desta la curiosità, l’attenzione, la voglia di capire e, quando è necessario, di cambiare. 

Solo così possiamo sperare che il quotidiano non affondi nell’effimero ma si consolidi in storie e aiuti a costruire identità meglio definite. 

L’identità è dunque il prodotto di una costruzione sociale. Non affidiamola alla genetica: è una strada già percorsa che ha condotto l’umanità ad Auschwitz e dintorni.

B. Avrebbe un po’ di tempo? Allora venga con me.

V. Dove?

B. Da qualche parte.

V. Ah, ma ci sono già stato.

B. Ah, si?

V. Si, si!

… 

È l’inizio esilarante di “Conversazione interessante”, dai Dialoghi tratti da “Tingeltangel”, di Karl Valentin. I suoi testi di scena degli inizi del secolo scorso ancora conservano intatta la sua comicità.

È questo il teatro. E noi siamo grati a quanti lo mantengono in vita, professionisti e dilettanti che siano a calcare le tavole di un palcoscenico, seguaci di un’arte che sa rendere migliori.


gaf


Il titolo di questa nostra nota domenicale lo dobbiamo a Francesco Saverio Borrelli, Procuratore Generale di Milano e capo del pool di Mani Pulite.

Tingeltangel di Karl Valentin lo trovate, con qualche difficoltà, nelle edizioni Adelphi.

09 maggio 2026

Nerviano comunità aperta

Questo articolo è stato pubblicato nello scorso mese di Aprile su Nerviano Informa (Anno IV - Numero 1) e lo abbiamo scelto per inaugurare "il Sabato del Villaggio", la nuova rubrica del nostro blog che si affianca all'Editoriale della Domenica.

Torno al tema dell’inclusione, dell’ impegno ad essere una comunità aperta alle esigenze di chi è più fragile. Nei mesi scorsi ho cominciato a raccontare dell’ascolto di genitori che esprimono - anche a nome dei figli con qualche fragilità - l’esigenza di uno spazio per stare insieme, in particolare il fine settimana quando i centri, o le aziende per chi ha già un inserimento lavorativo, sono chiusi.

Ci eravamo dati appuntamento al bocciodromo presso la ex Meccanica, perché ritenuto un possibile luogo d’incontro. E così è stato.

Mentre si concretizzava la costituzione di un’associazione e andavano prendendo forma le prime proposte (quella che mi piace ricordare è il Coro… ma ne parleremo meglio un’altra volta) l’associazione “AbilMente”- realtà della comunità pastorale S. fermo di Nerviano - promuoveva incontri per presentare un progetto sull’inclusione lavorativa dei soggetti con fragilità, destinato ad accrescere l’attività dell’associazione che promuove momenti di incontro, laboratori, uscite collettive. E’ allora venuto spontaneo che genitori e ragazzi pensassero di andare avanti insieme, di mettersi in gioco per conoscersi, farsi comunità, utilizzando gli spazi che sono già aperti: gli oratori e anche il bocciodromo.

Con i campi di bocce rinnovati - ne scrive l’assessore allo sport proprio in questo numero - il primo appuntamento è stato domenica 15 marzo, per tifare Federico che partecipava a un torneo. È stato un momento di convivialità e di prova dei nuovi campi, scoprendo che “tirare le bocce è divertente”, ma altresì che sono pesanti e per qualcuno di noi occorrerà trovarne di più leggere.

Grazie alla pedana realizzata dagli amici del bocciodromo - in attesa di quella che l’amministrazione ha ordinato - è stato possibile accedere ai campi bocce con le carrozzine.

Domenica è stato davvero bello vedere chi provava per la prima volta a tirare le bocce sotto lo sguardo attento ed affettuoso di giocatori veterani, prodighi di consigli su come lanciare e fare punto.

L’incontro è servito anche a fare il punto con Silvia Tiraboschi - la referente dell’Associazione AbilMente - delle prossime iniziative, ma anche di mettere in luce con i genitori presenti la richiesta di attenzione per le nostre ragazze e i nostri ragazzi più fragili che passa anche dal sostegno nella esigenza di condividere attività e momenti di svago. Sul punto, ma abbiamo già avuto modo di sperimentarlo, Silvia ha evidenziato come lo spazio offerto dalle sedi parrocchiali Oratorio Santo Stefano e l’ex oratorio Femminile consentono di promuovere iniziative.

E’ necessario far sapere che possiamo costruire insieme momenti importanti di condivisione.

Per questo confido che anche la lettura di questo articolo, meglio testimonianza, possa essere utile alle ragazze, ai ragazzi e alle famiglie.

Ci sono già alcuni appuntamenti: Silvia ci ha parlato del 29 marzo a Parabiago per la giornata mondiale sull’autismo; e abbiamo in previsione di ritrovarci ad aprile all’ex Meccanica Bocciodromo per un pomeriggio in bocce… non che si debba per forza giocare si può tifare, applaudire, ridere insieme, così come insieme contiamo di mangiare una pizza.

Insomma, per fare delle cose insieme occorrono luoghi adeguati - ed è una richiesta che i genitori rivolgono all’amministrazione comunale - ma possiamo anche dire che le persone che vogliono fare cose insieme rendono adeguati i luoghi.


Antonella Forloni

Capogruppo consiliare PD a Nerviano

03 maggio 2026

Brutti tempi

Pronunciare anche una sola parola su questioni tanto controverse come quelle del conflitto arabo israeliano può provocare facilmente reazioni forti da parte di chi si trovi schierato dall’una o dall’altra parte. Riteniamo che proprio su una questione così controversa si debba cercare con cautela l’approccio giusto da adottare.

Esistono due fondamentali problemi alla base che non si potranno mai risolvere utilizzando atteggiamenti di rottura nei confronti della controparte: la tragedia di un popolo palestinese che versa in condizioni disperate da una parte, e il non riconoscimento da parte di alcuni Stati arabi, primo tra tutti l’Iran, dello Stato di Israele. Non smetteremo mai di credere che la prima regola per la composizione di un conflitto sia sempre e solo il dialogo, soprattutto favorito da un terzo attore che faccia da mediatore tra le parti, magari non sempre e non solo gli Stati Uniti, ma anche alcuni paesi europei, o addirittura l’Unione europea, che ha già dato una dimostrazione di grande coesione con l’invio del contingente ONU in Libano.

Nell’orazione funebre per il figlio Uri, pronunciata dallo scrittore David Grossman all’indomani della sua morte causata da un razzo di Hezbollah nell’agosto del 2006, colpiscono queste parole: 

“Noi, la nostra famiglia, questa guerra l’abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall’amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo, e che io ringrazio per l’illimitato sostegno. Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. E’ forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare” (L’addio di Grossman al figlio, www.repubblica.it). 

Più volte Grossman ha lanciato appelli alla classe politica 
israeliana per intraprendere con decisione un’iniziativa a favore della composizione pacifica del conflitto tra il suo e il popolo palestinese. Ma più di ogni cosa crediamo che sia da ammirare l’atteggiamento di un padre (e di un israeliano) che pur avendo perso un figlio per mano di un nemico di Israele, non esita ad ammettere le responsabilità del suo paese. Con questo spirito da entrambe le parti, il dialogo e la soluzione pacifica e concertata della questione arabo israeliana non sarebbero più solamente chimere. Il giovane Eitan Bondì ha soltanto 21 anni (Uri ne aveva 20 quando è stato ucciso) e nonostante la giovane età è già una persona così tanto imbevuta di odio.

Conrad Lorenz nel suo studio “Il cosiddetto male” ci racconta che ogni animale è necessariamente aggressivo nella misura in cui si autoafferma, che ogni gruppo difende il proprio territorio contro l’invasore, che c’è dentro di noi il mostro che sonnecchia, e che non possiamo fare altro che tenerci d’occhio, sorvegliarci, temerci come individui. Restano fuori dall’ambito di questa interpretazione la storia, gli interessi economici, le istituzioni politiche, cioè le ragioni e gli strumenti della violenza quotidiana. 

Lascio ai miei sette lettori tutti i dubbi.


gaf

01 maggio 2026

La festa del lavoro

Gli anni Cinquanta sono gli anni che hanno visto emigrare tanti italiani. Gli anni che avrebbero dovuto essere quelli delle grandi scelte, dell’emancipazione politica, dell’affrancamento culturale delle masse contadine e operaie e che nella realtà furono tutt’altro, registrarono la fuga dal bisogno attraverso l’emigrazione. 

Per alcuni le mete furono i centri industriali del nord Italia, della Svizzera, della Germania, della Francia, per altri ci fu la scelta dell’emigrazione di lunga distanza: l’America, il Canada e l’Australia. 

Un testimone rivive in questi termini la sua esperienza:”… trovai lavoro al bosco, e lì si lavorava la mattina a buon ora fino al calar del sole, sfiniti dalla stanchezza. Quando si tornava al campo si doveva pensare ad accendere il fuoco per preparare da mangiare. Così come finiva in un posto ci si spostava altrove, la condizione varia dove c’è più pioggia, e dove è più arida, ciò vale a dire manca acqua e selvaggina, e noi a un tempo che eravamo alla zona più arida il padrone di lavoro ci ha lasciati soli, ed eravamo senza acqua e senza mangiare, immaginate a che condizioni eravamo, e quella volta mi pigliai di scoramento, avvilito e rivolsi la testa al cielo piangendo! E non mi vergogno a dirvelo: e dissi al cielo o Signore che male ho fatto per essere punito così? Altro che America stavamo morendo di fame e di sete, perché eravamo otto di noi, e tutti noi senza un mezzo per muoverci, soli desolati, che non vedevamo altro che cielo e terra senza un’anima viva, uno aveva il fucile e cercammo qualche coniglio, ma la zona era scarsa, e trovammo una grande gatta selvatica, questa persona di nome Carmine, siciliano di provenienza mi disse che facciamo? Io gli rispose spara! Così portammo questa grande gatta al campo e tirammo avanti per un paio di giorni Al riguardo dell’acqua avevamo l’acqua di una diga fatta di terra dove il terreno forma come una buca, e la qualità era pessima, pensate era fatto per abbeverare le pecore che in seguito dovevamo avere, e l’acqua era colore latte, e impossibile di bere, la conclusione si doveva bollirlo e lasciarlo, il giorno seguente tornava ad essere discreto. Dimenticavo di dire che questa cosa durò per una settimana, poi il padrone era di ritorno con la macchina e si poteva andare a fare rifornimento di viveri”. Molto spesso mi afferrava la nostalgia della famiglia, della nostra cara Italia, ma purtroppo non si poteva pensare neanche di tornare indietro perché ci si ricordava della povertà che si era lasciata”. 

Quanto qui si propone (grazie a Eide Sperticato Iengo) si fonda sul “detto” di un emigrante abruzzese, e ci è sembrato il modo migliore per riflettere su quanto accade oggi quando assistiamo a forme più o meno larvate di ostilità di tipo razzista nei confronti di chi ha lasciato il proprio paese in cerca di un lavoro e di una vita migliore. 

“Non è più nostra madre//avara di figli partorisce disastri. (Italia, da Le risonanze, di Nelo Risi). 

Buona Festa del Lavoro.


gaf