14 giugno 2026

Creonte o dell’oltraggio



Antigone reclama la dignità di una tomba dove deporre il corpo del fratello Polinice. 

Antigone dunque reclama il diritto alla sepoltura, il primo dei diritti umani. E pone un dilemma etico che va oltre la semplice pietas. È Creonte che ha il potere: cosa farà? 

Il potere può fare male se chi ce l’ha non sa gestirlo. Ci sono tanti Creonte oggi, anche da queste parti. E noi come Antigone dobbiamo difendere quello che pensiamo essere giusto. Questa è la lezione: noi siamo responsabili di ciò che succede, non gli altri. E invece il novello Creonte è sempre alla ricerca dell’altro responsabile. 

Ma non vogliamo abusare della pazienza dei nostri sette lettori a proposito dei quali qualcuno ci ha chiesto se siamo sicuri che siano tutti maschi. Ma no che non lo siamo. Fatto è che ancora una volta siamo caduti nel trabocchetto della lingua al maschile fatta da noi maschietti. Speriamo anzi che qualche lettrice ci sia e che ci perdoni. 

Dicevamo della pazienza: siamo ricorsi a Sofocle non per fare sfoggio di una sapienza che non abbiamo, ma perché bene si propone a proposito di cimiteri di cui intendiamo parlare qui oggi, con la giusta misura. 

Una nostra visita recente ci ha messo sotto gli occhi lo stato di incuria in cui versano i cimiteri a Nerviano. Quello del capoluogo, che di recente abbiamo attraversato tra cumuli di erba alta un metro e sporcizia nei viali a recare oltraggio alle tombe, ne è l’epitome. 

“Né sia mio commensale//né concorde con me//sia mai//chi facesse questo” canta il coro nel primo stasimo dell’Antigone. Con questa invettiva per l’affronto al primo dei diritti inalienabili, Sofocle ci racconta dell’ambiguità nell’essere umano e del potere e dell’uso che se ne fa.

Nei giorni scorsi siamo ritornati al cimitero: l’erba è stata tagliata ma i viali sono ancora sporchi. E sporchi sono anche i viali dei cimiteri delle frazioni. E allora, presi dallo sconforto, ci viene da pensare che non basta Sofocle con l’Antigone. Ci vengano in aiuto dunque Euripide con l’Alcesti, Eschilo con i Persiani, Omero con l’Iliade. 

È possibile che le dinamiche di gesta antiche millenni siano ancora tanto, troppo attuali? Si, rispondiamo con certezza assoluta, considerando che la guerra di Troia è in fondo la battaglia per il controllo commerciale di uno stretto, e che oggi se ne combatte una simile per lo stretto di Hormuz tra contendenti la cui epica narrativa è però da farsa. 

Duemilacinquecento anni sono trascorsi, la democrazia è una pianta che ha bisogno di essere annaffiata tutti i giorni da ciascuno di noi: ad Atene nel 422 a.C., a Nerviano nel 2026 d.C.


gaf

Per saperne di più consigliamo: Morte e pianto rituale di Ernesto De Martino, ed Einaudi.

13 giugno 2026

Piazze vive e città più sicura


Il tema della piazza, o meglio della mancanza di una vera piazza, è ben presente a tutti i nervianesi. Chi di noi non si è trovato a dover spiegare che lo slargo tra via della Croce e via Rondanini è in realtà piazza Italia, il centro del paese?

In realtà pur non avendo una vera piazza centrale Nerviano ha più piazze che seguono il percorso del centro cittadino, partendo da piazza della Vittoria per arrivare in «piazza Quaranta» passando per piazza Olona e piazza Alessandro Manzoni: la piazza del Comune.

E’ per questo che quando la Giunta Colombo ha deciso di destinare 900.000 euro - l’intero importo derivante dalla convenzione con la nuova proprietà del cosiddetto "Fungo" finalmente ultimato in via XX Settembre a Garbatola - il gruppo consiliare PD ha invece proposto un intervento su viabilità e piazze del capoluogo.

L’idea è quella di creare un percorso formato dalle nostre piazze, rese fruibili e non più ridotte a parcheggio a tempo indefinito, perché diventino spazio per fermarsi riprendere a parlarsi ed essere il luogo per le iniziative e le feste che consentano ai nervianesi e non solo di incontrarsi. 

Certo c’è bisogno di un progetto che sappia conciliare le diverse esigenze di mobilità, per questo nel Consiglio comunale di giugno presenteremo una mozione chiedendo di promuovere un concorso di idee per le piazze: interventi non costosi, niente nuovi marmi o pietre, ma piuttosto verde e panchine per sedersi e chiacchierare con chi ci siede accanto.

Abbiamo bisogno di occupare gli spazi pubblici perché anche in questo si riconosce e si conferma la comunità.

Nel titolo parliamo anche di sicurezza, si perché crediamo che una Nerviano più viva, che non si ritira alle 18:30 quando in piazza Italia si abbassano tutte le saracinesche dei pochi esercizi commerciali rimasti, aiuti a sentirsi più sicuri. Senza però sottovalutare che una maggior presenza della polizia locale del nostro comando unico di Pogliano - Nerviano sarebbe utile e gradita.

Non sappiamo se la maggioranza, invertendo la modalità decisionista e contraria al dialogo che fino ad oggi l’ha contraddistinta, vorrà almeno confrontarsi sulla nostra proposta, ma per noi è importante sapere cosa ne pensano i diretti interessati.

Per questo vi aspettiamo in piazza Italia nella mattina di sabato 20 giugno, qualche giorno prima del prossimo Consiglio comunale, per parlarne insieme.

 

Antonella Forloni

Capogruppo consiliare PD a Nerviano


07 giugno 2026

Dio vive nella città


Ci è capitato di recente di passare per un breve saluto alla festa di fine anno del centro 
don Milani al quartiere Gescal. Tantissimi bambini e bambine e tante mamme. Una bella festa che si è protratta per tutto il pomeriggio e infine, a sera si è trasformata in una grande tavolata partecipata da intere famiglie. 

Nei giorni successivi continuavo a pensare a quel pomeriggio di festa. 

È recente una ricerca di Save the Children dal titolo indicativo di “I luoghi che contano” condotta nelle periferie di 14 Città metropolitane. Qualche dato. Un minore su 10 vive in periferie vulnerabili. Il 43% delle famiglie vive in povertà relativa. Tra ragazze e ragazzi dai 15 ai 29 anni 1 su 3 non studia e non lavora. Il 15,4% (uno su sette) di studentesse e studenti delle scuole medie inferiori e superiori ha abbandonato o ripetuto l‘anno scolastico (la media altrove è del 7,6%). Al 16,7% è capitato di non avere il materiale scolastico a inizio anno, e al 17,3% di non potersi permettere di partecipare a una gita scolastica. Un giovane su due soffre lo stigma del quartiere e ritiene di essere giudicato per questo dai suoi coetanei. 

La ricerca continua con tanti altri dati interessanti, ma ci fermiamo per dare spazio a una breve riflessione. 

Ci sembra che i bisogni espressi siano molto semplici: pulizia e decoro, luoghi dove trovarsi, spazi per fare sport, musica e cultura, e una maggiore considerazione per il luogo in cui si vive. 

Non solo l’ambiente familiare dunque, ma anche il contesto urbano e le possibilità che questo offre determina le scelte e le prospettive di vita. 

Tornando al quartiere Gescal, questo è solo una delle diverse “forme di rifiuto” che hanno contribuito in misura determinante a stabilire una gerarchia sociale nell’uso dei suoli urbani. “Il paese si disegna in ghetti ognuno con i propri modi di vita, i suoi modelli culturali specifici le sue abitudini e le sue “lealtà politiche”. (P. George, Fine di secolo in occidente). Il risultato è l’isolamento etnico e/o sociale, la solitudine, l’incomprensione e la paura, oltre all’aumento incontrollato della asocialità, del vandalismo e dell’aggressività. 

“Dio vive nella città”, si leggeva nel documento finale della conferenza di Aparecida (2007), presieduta dal cardinale Bergoglio, e l’abbiamo scelto come titolo di questa nostra nota domenicale. Un concetto che, diventato papa, Francesco ribadisce nella sua prima esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” promulgata il 24 novembre 2013. Da un papa all’altro ed ecco Leone XIV richiamare Agostino: ”Sono tempi cattivi, dicono gli uomini. Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi”.


gaf

31 maggio 2026

Per il 2 giugno Festa della Repubblica


Il 2 giugno 1946, gli italiani tutti, uomini e donne finalmente “elettori ed elettrici” si espressero per 
la scelta repubblicana. Fu una scelta di grande importanza: non si trattava solo di scegliere se avere un re o un presidente della repubblica. Era in gioco la continuità col regime precedente. Il popolo italiano scelse la rottura con il passato regime criminale, attraverso l’abolizione della monarchia, che avrebbe rappresentato il segno più visibile della continuità. 

Dopo la vittoria repubblicana al referendum il re fu allontanato dall’Italia e l’Assemblea costituente poté cominciare la sua opera in una atmosfera più serena. 

Quello che ne uscì fu il “patto” che diede luogo alla Costituzione. Non un manifesto ideologico, ma un compromesso capace di scrivere norme che potessero esprimere punti di incontro tra posizioni diverse, come erano quelle rappresentate dai diversi gruppi partecipanti all’assemblea costituente. Come si disse fin da allora, un “compromesso costituzionale”. 

La caduta del fascismo fu dunque l’inizio di una nuova fase della nostra storia, la democrazia, parola che suonò bella alle orecchie delle donne e degli uomini della metà del XX secolo che la sentivano per la prima volta. 

Da quel 2 giugno 1946 sono passati ottant’anni. Gli italiani di allora non immaginavano forse quello che sarebbe successo “dopo”. Molto sarebbe cambiato, in maniera dapprima lenta, ma poi sempre più veloce, e l’orizzonte della modernità sarebbe entrato in crisi, sino a dissolversi definitivamente con la caduta del muro di Berlino. 

Quel grande disegno di emancipazione politica degli italiani è andato incontro anche a grandi tragedie, ma ha permesso di realizzare i sogni di libertà, di uguaglianza e democrazia che avevano alimentato il lavoro dei Padri della Repubblica. 

Pensiamo che oggi ci sia una distanza molto forte, un solco profondo, tra quegli anni del novecento e questi nostri che stiamo vivendo. E forse non riusciamo ad affrontare con coraggio l’eredità del secolo passato, un’eredità che può davvero essere scomoda e può anche farci paura perché si rappresenta con sembianze diverse, che sono una sorta di deformazione e di degradazione dei valori novecenteschi privati della loro originaria funzione. Forse è arrivato il momento di recuperare il senso della passione politica che animò quei nostri Padri fondatori. E tornare a parlare di libertà, che sentiamo da più parti minacciata. Nessuno di noi dovrà farsi estraneo alla società in cui gli è toccato vivere e ai suoi problemi, né dovrà dire: “non mi riguarda. La libertà non è solo un imperativo morale individuale; è una esigenza collettiva che vale come premessa per la ricerca delle strade che conducono fuori dei vicoli ciechi in cui ci siamo cacciati. 

Su tutti noi grava la responsabilità dell’uso che ciascuno avrà fatto della sua libertà. Non c’è vita individuale fuori della società. Vivere in società è un nostro compito, un compito attivo e cosciente.


gaf



Madri e padri della Patria

“Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale//non si trattien lo strale, quando dall’arco uscì”. 

Nella nota domenicale ultima siamo incorsi in uno spiacevole errore. Eppure eravamo stati attenti ai generi ma, poi ecco l’inciampo, che riportiamo per intero. “Quel grande disegno di emancipazione politica degli italiani è andato incontro anche a grandi tragedie, ma ha permesso di realizzare i sogni di libertà, di uguaglianza e democrazia che avevano alimentato il lavoro dei Padri della Repubblica”. Una lettrice tra i sette che ci seguono ci ha fatto notare l’errore e noi proviamo a rimediare, in barba al Metastasio, l’autore dei versi che aprono questa nota. Quel 2 giugno 1946 vennero eletti in 556, chiamati a far parte dell’Assemblea costituente, che, in soli 18 mesi scrissero il testo della nostra Costituzione. Tra quei 556, per la prima volta nella nostra storia, c’erano 21 donne, madri della patria dunque, che ebbero un ruolo fondamentale. Con il loro impegno e il loro coraggio meritarono di sedere sui banchi della costituente, al pari degli uomini. Ventuno donne diverse, partigiane, insegnanti, sindacaliste, intellettuali, operaie, che contribuirono in misura determinante a scrivere la nostra Costituzione.

gaf (01/06/2026 19:28)