25 ottobre 2026

Il racconto di una trasformazione urbana

 Riprendiamo la riflessione sulle ragioni dell’assenza a Nerviano di una piazza centrale e riportiamo qui un contributo dell’architetto Fabio Pravettoni. 

“Gigantesche industrie tessili sorsero tra Rho e Castellanza e tra queste la più importante fu certamente il Cotonificio fondato da Eugenio Cantoni, quindi le aziende di Antonio Bernocchi e le manifatture delle famiglie Gajo e Lampugnani. Fu allora che i contadini decisero di non reimpiantare più le viti, abbandonare l’agricoltura e di trasformarsi in operai. E così tra la fine dell’Ottocento e la prima guerra mondiale attorno alle corti agrarie nacquero le fabbriche e attorno a queste sorsero dei veri e propri sobborghi con le residenze operaie, le ville della nuova classe dirigente e altre ville, più piccole, dette villette, per gli impiegati: le antiche Cassine agricole dell’Altomilanese diventarono ben presto piccoli paesotti industriali, dove il padrone divenne anche amministratore locale, sostituendosi di fatto al nobile signorotto dell’epoca Borromaica ... Le vigne furono abbandonate, le stalle andarono impoverendosi, i fienili svuotandosi e il territorio alto milanese mutò per sempre. 

Cresceva tra la gente sempre più il desiderio di avere case moderne, con acqua corrente e bagni in casa, come nelle moderne case operaie e così la cascina, la principale struttura insediativa e produttiva, su cui si innervavano la vita e la struttura di tutta la campagna milanese, pensata per famiglie agrarie di coloni, andò lentamente ma inesorabilmente perdendo vitalità e importanza. Si arrivò persino a togliere il termine Cassina dal nome stesso di molti paesi o, in casi estremi, a cambiare il nome antico con uno ritenuto più moderno ...

Nelle Cascine-ville spesso non esisteva una vera e propria piazza, intesa come l’area centrale del borgo dove si radunava il giorno di festa la comunità: nell’Altomilanese il luogo dove le persone si ritrovavano per passare le poche ore non dedicate al lavoro era l’aia, il grande spazio pubblico-privato interno alle corti. In un certo senso si può cioè affermare che nelle cascine rurali a nord di Milano le vere piazze erano quei grandi spazi regolari interni alle cascine, costruiti e strutturati, come abbiamo visto, secondo una logica architettonica ferrea: un portone di accesso, uno di uscita verso la campagna, le scale negli angoli, le residenze con ampi porticati e lunghi ballatoi tutt’attorno da un lato e le stalle dall’altro”. 

Fabio Pravettoni è nato e vive a Garbatola e lo stralcio che pubblichiamo è tratto da un suo pregevole lavoro dal titolo: “L’ex Oratorio dei santi Biagio, Francesco e Carlo 1620-2020”, edizioni Magazzeno Storico Verbanese, 2020.

gaf

Cortile di cascina lombarda (fonte: Lombardia Beni Culturali)

 


 

18 ottobre 2026

Spighe di rovina

In un suo libro del 2011 dal titolo L’Anticittà (Laterza), Stefano Boeri descrive una conformazione urbana priva di una gerarchia tra centro e periferia e di congruità tra le sue parti. Una conformazione apparentemente illogica, creata dall’azione singola e non coordinata di individui, famiglie e gruppi messi in condizione di poter costruire il loro spazio di vita, ma senza “alcun disegno condiviso, senza disporre di un progetto o di una visione di città, né di comunità”. È l’anticittà, il trionfo di una “democrazia economica individualista, ma anche del diritto, privo di doveri, di modificare a proprio piacimento lo spazio a propria disposizione”. Un paesaggio sociale che produce l’esatto contrario di quella comunità variegata e ricca di differenze che, “coabitando in un luogo compatto, innesca relazioni e crea una città”. 

Nelle pagine di quell’interessante libro Stefano Boeri prova a ragionare sulla controversa dispersione e negazione della vita urbana che definisce appunto anticittà. Dalla sua riflessione riteniamo si debba partire per la costruzione di un programma politico che ci porti a concorrere alle prossime elezioni amministrative. Un programma che contenga tutti gli ingredienti necessari e sufficienti a rendere la vita delle persone almeno soddisfacente; intendiamo naturalmente riferirci a cittadini di ogni età, genere e condizione di vita. Con la nostra condotta, noi del PD, riteniamo di aver mostrato fin qui di essere seriamente alternativi a questa amministrazione, che ancora una volta dimostra come le destre siano brave a urlare e accampare diritti, risultando poi distratte nella pratica dei doveri, quando dall’opposizione passano a governare. 

E se domenica scorsa siamo ricorsi a Tacito per il titolo della nostra nota, oggi tocca a Eschilo ispirarci: ”Il fiore della protervia fa sbocciare spighe di rovina” (I Persiani). E di protervia è stata generosa questa amministrazione, con noi dell’opposizione e, cosa ancora più grave, con le cittadine e i cittadini di Nerviano. Ma noi guardiamo avanti, lasciandoci alle spalle i campioni del vaniloquio e le cinture nere dell’insulto. 

Ascoltare e guardarsi intorno rimane la strategia fondamentale, tenendo bene a mente l’insegnamento gramsciano che invitava ad avere “il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà”. Vogliamo condividere con altri la prospettiva verso cui muoverci, e costruire un programma partendo da alcune scelte consapevoli e condivise, non imposte e subite. Si tratta di capire se siamo oggi in grado di far diventare questa consapevolezza un’azione politica immediata e pervasiva. Proviamoci.

gaf

Wilhelm von Kaulbach, "La battaglia di Salamina", 1868


 

11 ottobre 2026

Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato Nerviano

“A Nerviano non c’è un cinema, non un teatro, non un auditorium (….) non c’è neanche un posto dove fare quattro chiacchiere, senza preoccuparsi di dover per forza consumare”. Questo scrivevamo anni fa e da qui riprendiamo, non essendo cambiato granché se non in peggio.

Rispetto ad allora oggi non ci sono quasi più negozi e le vetrine, tutte uguali espongono cartelli con annunci di case in vendita. La suddivisione dei tempi di vita di una città si realizza in tre grandi classi: il lavoro, la residenza e il tempo libero; a noi qui interessa il tempo libero e rinviamo ad altro momento le altre due classi. Non c’è città senza un immaginario collettivo in grado di pensarla, di sentirla come orizzonte comune della vita quotidiana. Noi ci abbiamo provato in questi anni, ma abbiamo sempre trovato un muro, eretto da chi ha lavorato con la calce della presunzione e dell’insulto, senza alcun disegno condiviso, senza disporre di un progetto o di una visione di città, né di comunità.

Si è partiti da lontano, dal Giappone addirittura, si è proseguito con spot e bizzarre espressioni, spesso in un inglese inzuppato nelle acque del Villoresi, e si è finiti a parlare, buon ultimi, di “saperi e sapori”, formula rubata evidentemente a Slow Food che da anni ci racconta storie di cibo e dintorni attraverso l’area dell’esperienza (i sapori) e della narrativa (i saperi).  Cosa abbiano in mente i nostri non si capisce, non avendo noi pregiati pennuti, vini e ricette e piatti da tutelare. È dunque difficile immaginare il passo dai sapori ai saperi: quali saranno mai, gli aneddoti, le storie e i sapori da raccontare?

Tant’è, intanto oggi ci ritroviamo a cantare il de profundis per un’altra realtà che scompare: il Bar dell’ex Meccanica. Uno “spazio di vita”
capace di produrre dinamiche relazionali in un luogo fortemente caratterizzante. Il bar sigla, o dovremmo dire siglava, questo spazio come luogo ospitale degno di attenzione, proponendosi come stimolo per eventi e iniziative. Un vano collettivo per più generazioni di cittadini, diversi per genere e per età, che si ritrovano spesso insieme realizzando uno spazio reale di una possibile e comunicante comunità. La sera poi diventa un luogo dove passare qualche ora ascoltando musica e mangiando e bevendo in buona compagnia.

Un paese è abitabile se si configura come spazio di incontro, di occasioni e di luoghi di produzione e di riproduzione di saperi, di ambienti e di spazi per il divertimento e per il tempo libero. Questa amministrazione si è dimostrata incapace di accogliere e di rinnovare risorse creative, che potessero contribuire a rendere costruttiva e stimolante l’esperienza di vita quotidiana dei cittadini.

gaf

 

03 ottobre 2026

…….. ebbasta

Abbiamo lo stesso avversario e non lo stesso programma politico. Vallo a spiegare a chi pratica con singolare costanza l’ingiuria nel linguaggio della politica, abusando di offese, vuote allusioni e illazioni che in questi anni ne hanno caratterizzato lo stile comunicativo.  In politica il linguaggio offensivo, particolarmente seducente per alcuni, è uno dei più efficaci strumenti di delegittimazione dell’avversario, che punta a squalificare e irridere. E che naturalmente presuppone una superiorità gerarchica dell’insultante sull’insultato. Purtroppo, che lo si voglia o meno, occorre fare i conti col fatto che la competenza denigratoria necessaria noi non ce l’abbiamo. Questo però non vuol dire per forza essere disposti a gettare la spugna se chiamati in causa, e rinunciare a produrre risposte scegliendo però di agire “come parlanti competenti”.

Ecco, questo è quanto dovevamo a mo’ di sfogo, dopo aver saputo (non siamo adusi ai social) delle voci e soprattutto degli scritti, intorno alla vicenda dell’insediamento di una struttura per il “fotovoltaico” sui terreni della Bergamina. Alla politica spetta il compito di creare un clima generale di rispetto reciproco e di condivisione di valori necessari per misurarsi sulle vicende attuali, senza agitare polemiche. Un dialogo dunque, si rende necessario. Un dialogo che per affermarsi ha bisogno di un ambiente coltivato, sereno, costruito sui rapporti personali, e che invece è stato completamente sommerso da una cultura che ha altri veicoli, e che sicuramente è impossibile per noi praticare.

Vediamo boschi, prati e campagne arretrare ogni giorno davanti all’invasione di mesti condomini come il nuovo disgraziato insediamento sul Sempione sui terreni accanto al Pittarello che ha sacrificato dei bellissimi alberi. O sparire cedendo il posto ai nuovi segni del benessere come gli impianti fotovoltaici nei prati della Bergamina. Gravissimi saranno gli effetti sull’ambiente di questa cieca invasione del territorio nervianese. Questa cieca, suicida devastazione dello spazio in cui viviamo, non avverrebbe impunemente se vi fosse fra i cittadini una chiara percezione del valore delle risorse ambientali e dell’irreversibilità del loro consumo.

Il nostro sforzo nelle piazze per la raccolta delle firme “contro” l’insediamento fotovoltaico e in Consiglio Comunale è volto a vedere possibili alternative a modalità di “produzione di ricchezza” per altri e devastanti per noi. È ancora possibile indignarsi, recuperare una memoria storica necessaria che ci leghi al nostro territorio per difenderlo all’insegna della Costituzione. È questo l’impegno che ci tiene insieme, noi così diversi!

gaf

  

20 settembre 2026

Contro il degrado civile

“ La natura e i suoi liberi abitanti non sono come i palazzi distrutti dalla guerra. Questi si possono ricostruire, ma se la natura sarà annientata nessuno potrà farla rivivere …”.

Questo è quanto leggiamo in un prezioso libretto curato per Italia Nostra da Antonio Cederna, Italo Insolera e Fulco Pratesi (La difesa del territorio, Oscar Mondadori,1976).

Siamo ancora a difenderci dagli “appetiti” del cosiddetto progresso. A farne le spese ancora una volta è il verde urbano, perché questo è da considerarsi un’area come la Bergamina. Per questo ci si è mossi in risposta al tentativo di “rapinare” uno spazio che ha grande significato per la comunità. E ci si è mossi in tanti, un “campo largo” l’ha definito qualcuno, ironizzando sulle diverse provenienze politiche dei convenuti. Un “campo vasto”abbiamo precisato noi, perché comprende tutti quelli che hanno a cuore la storia di Nerviano. 

Il Governo cittadino al momento “riflette” ma contiamo su alcune sensibilità al suo interno che lo spingano nella direzione giusta. Per secoli Nerviano ha saputo crescere conservando l’impronta di una cultura dell’abitare tanto più nobile quanto più povera e da troppo tempo è assediata da nuovi, anonimi quartieri che cancellano dall’orizzonte campanili, torri, mura e alberi secolari. 

Leggiamo in Paesaggio Costituzione cemento di Salvatore Settis (Einaudi,2010): “A un estremo, il territorio è visto come factum brutum, un fattore di per sé inerte, e per tanto interamente asservito ai meccanismi produttivi, consumandolo senza freni. All’altro, il territorio è visto come spazio culturale e sociale, teatro necessario della vita quotidiana, fattore di equilibrio (o disequilibrio) nell’esperienza individuale e collettiva, fonte di felicità (o infelicità), e dunque stimolo a una vita più ricca e lieta (o meno piena, meno lieta), con evidenti ricadute non solo sul benessere psicofisico, ma anche sulla produttività individuale e collettiva, dunque sull’economia. Non è possibile esercitare una di queste due opzioni in toto; ma di fronte a quella che oggi si presenta come la crescente vittoria della prima, e ai disastri che porta con sé, le ragioni del paesaggio come spazio socioculturale, e come ambito vitale, vanno ripercorse e rivendicate”.

“Finché il sole risplenderà su le sciagure” la pecora sarà mangiata dal lupo: rimane solo che chi sa e può non si faccia pecora. (Vilfredo Pareto, Un’applicazione di teorie sociologiche, 1900)


gaf