12 aprile 2026

Piazza bella piazza ci passò la lepre pazza

Le città sono figlie della loro storia e delle loro storie. 

Da qui l’idea che se Nerviano non ha una piazza centrale è perché, negli anni non si è sentita alcuna necessità di averne una. 

La storia urbanistica italiana ha fatto della piazza il centro nevralgico della cultura e dello scambio mercantile e non solo, distinguendo quattro tipi di piazze: la piazza mercato, del sacro, del civile e del militare.

La piazza del sacro ce l’abbiamo, è la piazza della Chiesa. Quella del mercato resiste. Quella del militare, per fortuna non ci serve. Infine la piazza del civile, quella su cui si apre il Municipio, che ci siamo persi dopo lo scellerato rifacimento del ponte sull’Olona e la definitiva compromissione di piazza Manzoni, che piazza non è più.

L’Italia è una terra di città, fin dall’epoca romana, quando nacque la maggior parte delle città italiane, una tradizione che si è mantenuta e consolidata in epoca medievale, dando al territorio l’assetto che conserva tuttora. Nel corso del Rinascimento, gli architetti italiani lavorarono molto intorno al tema della “città ideale”, ricordiamo il Filarete tra tutti.

E la piazza, diretta erede dell’Agorà greco e del Forum romano? Che dire dell’importanza dellapiazza nello sviluppo della cultura del singolo e più in generale del pubblico? La piazza è da sempre il perno intorno al quale gravitano la vita civile e la vita religiosa. E’ un sistema di spazi pubblici pulsanti di una attiva vita comunitaria. Il concetto tipicamente italiano della piazza come “luogo teatrale” della vita cittadina trova in Piazza del Campo a Siena la sua più evidente semplificazione.

Ma noi non siamo a Siena e allora vale la pena soffermarsi sul perché della mancanza di una piazza “centrale”a Nerviano. Abbiamo in mente di indagare su questo tema, magari ricorrendo all’aiuto del Collettivo Pro Memoria. Per ora la risposta che ci viene in mente individua nelle diverse attività lavorative, l’imputato principale. Il lavoro sembra aver costruito il paese e costituito la ragione della sua vita, della sua progettualità e della sua definizione complessiva. Il lavoro, però, per dirla con Calvino, rende “le città invisibili”, costringendole a riempirsi e a svuotarsi di utenti, di clienti meglio, conformandole in maniera disordinata e trasformandole nei loro aspetti originari. Gli Dei di Platone si commuovono per l’uomo condannato al lavoro e gli regalano la pausa alla fatica, il riposo, gli regalano cioè le feste ricorrenti in Loro onore (Platone, Leggi). E alle feste serve una piazza, un palcoscenico naturale da percorrere da soli o in compagnia. 

Dunque quello della piazza sembra essere un tema importante, una questione attinente allo spazio cittadino, quello della socializzazione per intenderci. 

Il dibattito è aperto.


gaf


Il titolo della nota di oggi lo dobbiamo a Claudio Lolli

29 marzo 2026

Ancora un gallo per Mnemosine

La memoria autentica non guarda indietro, perché guardare indietro è mortale.

Orfeo perde Euridice perché si volta verso di lei; la moglie di Lot diventa una statua di sale perché trasgredisce il divieto divino di voltarsi, di guardare la catastrofe della sua città. Anche Enea va a fondare un grande impero del futuro, e per questo ha per mano il figlioletto Ascanio, ma portandosi dietro sulle spalle suo padre Anchise custode dei Penati. La cultura greca e quella ebraica guardano avanti. Ma guardano e procedono avanti portandosi dietro il senso e il valore della propria vita, ciò che non muore.

Dobbiamo essere capaci di ricordare chi siamo stati e chi siamo, perché siamo depositari di una memoria che appartiene ai cittadini ed è costitutiva del patto sociale. 

La memoria fa sì che ciò che è scomparso diventi realtà e valore. Ciò che è scomparso persiste come traccia disponibile a ulteriori operazioni. La storia è una macchina di racconti possibili dunque, una eredità destinata ad essere estesa, studiata e trasmessa. 

Proprio l’altra sera abbiamo assistito ad uno di questi racconti, magistralmente guidati da Aldo Bosotti, uno “ storico locale” che non ci sentiamo di definire dilettante visto il rigore filologico che ha guidato il suo lavoro. Egli è infatti l’autore di una ricerca sugli “Antichi rimedi per la cura di animali nella metà del XVI secolo”, la cui pubblicazione è stata curata dal collettivo Pro Memoria, presto destinato a diventare associazione; un gruppo che si è negli anni distinto per le ricerche accurate sulla storia locale. Questa volta l’argomento risulta particolarmente interessante e curato nei suoi riferimenti linguistici da sfiorare, con risultati sorprendenti, i temi cari alla sociolinguistica. 

Mentre ascoltavamo ci venivano in mente alcune pagine di Antonio Gramsci, sempre interessato alle tradizioni popolari. Così, una volta a casa ci siamo messi sulle tracce di vecchi ricordi e antiche letture. L’ora era tarda ma la serata ci aveva tenuti ben svegli e alla fine siamo riusciti nell’intento. Scrivendo alla sorella Teresina, in data 16 novembre 1931, Gramsci le dice: “ ricordi che zia Grazia credeva che fosse esistita una donna Bisòdia molto pia tanto che il suo nome veniva sempre ripetuto nel Pater Noster? Era il dona nobis hodie che lei, come altre, leggeva donna Bisòdia e impersonava in una dama del tempo passato …”. Donna Bisòdia diventa una santa puramente immaginaria documentata dalle ricerche dell’Antropologo Ernesto De Martino (Sud e magia): in Calabria ad esempio si crede in donna Bisòdia o donna Pissòdia, madre del Padreterno. Disponiamo di pochi documenti della vita popolare di alcune epoche, mentre, per le stesse epoche, abbondano i documenti di vita della cosiddetta cultura egemone. 

Mnemosine ringrazia Pro Memoria Nerviano!


gaf


Antonio Gramsci, Lettere dal Carcere, Torino, Einaudi, 1965

22 marzo 2026

Ci sarà un giudice a Roma

Abbiamo tra le mani un libro uscito qualche anno fa che ci racconta l’esperienza (stra)ordinaria di un giudice che avrebbe compiuto cento anni a maggio prossimo. 

Essere giudice al primo processo contro le Brigate Rosse può anche significare dormire in una Sagrestia perché nessuno voleva ospitare una persona che fosse nel mirino dei terroristi. 

“La vita di un magistrato diventa un banco di prova per l’idea di giustizia e lo specchio di un’epoca” scrive Walter Veltroni nella prefazione al libro di Severino Santiapichi Le ragioni degli altri, Milano, SugarCo edizioni 1988. 

Santiapichi (Scicli 25 maggio 1926 - Modica 17 settembre 2016) è il giudice dei grandi processi dal caso Moro al tentato omicidio di Giovanni Paolo II. È stato vicepresidente della Corte Suprema della Somalia, Presidente della Prima Corte di Assise di Roma, Procuratore Generale della Repubblica di Perugia, Procuratore ad Honorem della Corte di Cassazione fino a quando si è ritirato a vita privata cominciando una tarda carriera di scrittore. 

Il libro merita attenta considerazione anche se l’autore lo presenta con modestia eccessiva nel sottotitolo come i “frammenti dall’esperienza di un giudice”.

Sono frammenti significativi. Consentono, in un momento in cui la giustizia italiana è sotto il fuoco di critiche non sempre serene né sufficientemente informate, la ricostruzione della globalità, vale a dire la comprensione del problema in tutti i suoi aspetti. 

Vi è inoltre una ragione di ordine generale che raccomanda la lettura di questo libro. 

Ricerche socio psicologiche hanno da tempo appurato che la deformazione professionale dei giudici, per così dire, consiste in una visione dicotomica dell’umanità: da una parte, noi giusti, e giudicanti; dall’altra, tutti gli altri, attuali o potenziali criminali. Ci sembra bello che un giudice cerchi di capire e di esprimere “le ragioni degli altri”, e non in un ponderoso trattato, ma in uno svelto volumetto che si colloca fra il diario intimo e la tranquilla riflessione su episodi del passato. 

L’esperienza di Santiapichi, comune alla maggioranza dei giudici, ci ricorda il prezzo della pacata obiettività cui il magistrato è tenuto.

Il mugnaio di Potsdam, non rassegnato alla protervia assolutista, invoca “Ci sarà un giudice a Berlino”, manifestando così la speranza di potere arginare l’immenso potere di Federico II di Prussia che voleva espropriare e abbattere il suo mulino perché troppo vicino alla reggia che stava edificando a Sansoucì. Anche nella Prussia di Federico II dunque, non è per nulla scontato che il potere esecutivo possa sottomettere quello giudiziario, dando una speranza ai cittadini vessati dai tanti tiranni che li circondano. E allora noi speriamo che “ci sia un giudice” anche a Roma. 


gaf

15 marzo 2026

Vot’Antonio…Vot’Antonio…Vot’Antonio…

“ L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza se sarà necessario “. 

È il 3 gennaio 1925 e Mussolini nel suo discorso alla Camera dei deputati si scrolla di dosso ogni turbamento causato dal delitto Matteotti. 

Attraverso graduali provvedimenti legislativi il regime fascista prende forma e rilievo totalitario, con lo scioglimento dei partiti antifascisti, l’istituzione del confino di polizia, il ripristino della pena di morte, la creazione del tribunale speciale per la difesa dello stato, la soppressione delle organizzazioni sindacali, l’attuazione dell’ordinamento corporativo, il divieto di scioperi, e una nuova legge sulla stampa con l’obbligo, per l’esercizio della professione, dell’iscrizione all’albo previo parere favorevole delle competenti autorità del regime. 

Il 24 marzo 1929, la prima applicazione della nuova legge elettorale: la votazione avrà luogo mediante schede contenenti una domanda diretta circa l’approvazione dei 400 candidati designati dal Gran consiglio. I Si sono 8.519.559 e i No appena 135.761. 

Le successive elezioni del 25 marzo 1934 saranno ancora più plebiscitarie. 

I Si saranno 10.025.515 e i No solo 15.265. 

Tra il 1929 e il 1934 il consenso fu largo. Il modello morale e l’autorità statale del fascismo era largamente accettato dalla grande maggioranza degli italiani. “Gli Indifferenti”, li chiamò Alberto Moravia. 

Nella cosiddetta grande guerra (1914-18) furono mobilitati, sull’uno e sull’altro fronte, 50 milioni di soldati. Una guerra totale che costò la vita a non meno di 9 milioni di soldati e a un numero quasi uguale di civili. 

Un esercito di contadini e lavoratori venne spedito in trincea. “Sono stati sconfitti quando li hanno presi dalle loro campagne e li hanno messi nell’esercito” si legge nel capolavoro di Hemingway “Addio alle armi”. E ancora più in là è il protagonista che parla: ”Ero sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso e sacrificio …, parole astratte come gloria, amore, coraggio o dedizione erano oscene accanto ai nomi concreti dei villaggi, ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti”. 

Le stesse parole usate da Donald Trump nell’accogliere le salme dei soldati rimasti uccisi nei primi giorni dell’attacco all’Iran. È più che certo che Trump non abbia letto Hemingway. 

La nostra nota di oggi vuole ricordare due No tornati attuali: No al Referendum sulla Giustizia e No alla guerra. 

Gli ebrei dicono che il passato è davanti, perché lo si conosce, mentre si cammina all’indietro verso il futuro. Walter Benjamin scrisse in “Angelus novus” un famoso aforisma di filosofia della storia: guardo il passato che mi serve per orientarmi nel futuro, che però è dietro le spalle per cui può sempre sorprendermi. Vittorio Gassmann, figlio di questa cultura riprende il tema nel suo ”Un grande avvenire dietro le spalle”. 

gaf

08 marzo 2026

L’emancipazione difficile

Ricordate cosa sta scritto nel libro dei Profeti? Sta scritto così: il figlio saggio suo padre ne è felice, mentre lo stolto rattrista sua madre! Dunque, se un figlio viene fuori in gamba, allora il padre se ne vanta, e gli viene riconosciuto il suo merito. Ma se il figlio, per disgrazia, viene fuori fallito, un cretino problematico o con un difetto, o malfattore, allora è di sicuro tutta colpa di sua madre, e i dolori, le fatiche ricadono sempre su di lei. 

La visione maschile della donna non è obiettiva, ma è la combinazione imbarazzante di ciò che l’uomo desidera che la donna sia e di ciò che teme che sia: è questa l’immagine speculare alla quale la donna deve uniformarsi. Ma tutto questo ci arriva da lontano. 

Levitico 12, 2-8: Il Signore aggiunse a Mosé: “Riferisci agli Israeliti: Quando una donna sarà rimasta incinta//E darà alla luce un maschio//Sarà immonda per sette giorni.//L’ottavo giorno si circonciderà il bambino.//Poi essa resterà ancora//33 giorni a purificarsi dal suo sangue;//non toccherà alcuna cosa santa.// Ma se partorisce una femmina//Sarà immonda due settimane;//resterà 66 giorni a purificarsi dal suo sangue.//Quando i giorni della sua purificazione//saranno compiuti//porterà al sacerdote un agnello di un anno//come olocausto//e un colombo o una tortora//in sacrificio di espiazione.//Il sacerdote li offrirà davanti al Signore//E farà il rito espiatorio per lei;//essa sarà purificata dal flusso del suo sangue.//Se non ha mezzi da offrire un agnello,//prenderà 2 tortore o 2 colombi: uno per l’olocausto//e l’altro per il sacrificio espiatorio”.

Da millenni dunque si utilizza la parola “natura” per puntellare dei pregiudizi o per esprimere non quello che è lo stato reale delle cose bensì una situazione che l’uomo vorrebbe vedere realizzata. Le consuetudini si perpetuano in quella cittadella del conservatorismo sociale che è la famiglia.

Vogliamo ricordare oggi una donna, Armanda Guiducci (1923-1992), filosofa e sociologa, che in un libro uscito nel 1977 descrive le strutture dell’esclusione della donna nella società e raccoglie le storie di nove contadine dalla Sardegna alla Valtellina, dal Piemonte all’Abruzzo, dal Molise alla Campania, alla Calabria e alla Sicilia. I loro nomi: Zita, Adele, Rosa, Felicina, Gerarda, Antonia, Marta, Onesta. Rosa, la siciliana: “Non è vero che una donna può fare quello che vuole. Dipende sempre da qualcuno. Prima dal padre, poi dal marito, poi dai figli”. Adele: “Scriva, signora, scriva: così i ricordi e i racconti non moriranno”. Il libro di Armanda Guiducci si intitolava "La donna non è gente" riprendendo un detto dialettale “I donn no son gent” nel senso che la donna non è persona (giuridica). Proprio in questi giorni è stato ripubblicato col titolo “Destini senza voce” dalle edizioni

Nottetempo. Buona Festa della Donna.


gaf