08 novembre 2026

Le voci di fuori

Non siamo sicuri che quanto andiamo scrivendo da qualche tempo in questa notarella incontri il favore di molti. Ci fa dubitare il fatto che tra i nostri stessi sodali c’è chi storce il naso, per non dire di peggio, a leggere di mobilità sostenibile, di isole pedonali, parcheggi a pagamento, sensi unici e strade chiuse alle auto. Sembra che questi temi confliggano con non ben accertati interessi. Sappiamo che qualcuno tra noi è sempre stato molto sensibile “alle voci di fuori” più che “alle voci di dentro” di eduardiana memoria. Quanti sono quelli che confondono o fanno coincidere la strategia politica o peggio, la tattica politica, con la politica? Forse conviene chiarirsi le idee perché le elezioni sono vicine e noi vorremmo che questi nostri temi fossero parte di un programma “progressista”. 

Che fare? Direbbe quel tale. Noi continuiamo per la nostra strada, consapevoli di quante ironie e sarcasmo abbiano suscitato le nostre idee presso taluni. Non ci stiamo a cacciar via tutto questo nell’oblio dei luoghi comuni e nell’esilio dei pensieri scomodi. Noi siamo questo, e non siamo quello che qualcuno cerca di farci essere. Ma per la miseria(!), la vita di un handicappato (ci piace usare un termine scevro da ipocrisie), così come quella di un anziano, a Nerviano è dura, è faticosa, perché ha sempre minori possibilità di intessere dei rapporti. Ma noi siamo fatti di rapporti, e nei rapporti realizziamo il diritto all’uguaglianza e alla libertà. Un handicappato e un anziano non  sono liberi, e non lo sono perché non possono andare in giro ad affermarla questa libertà. 

Nerviano è ancora un paese dove alcune tipologie di persone sono oggetto di pregiudizio, dove i rapporti civili e sociali e il rispetto della dignità umana faticano ad affermarsi. Pensiamo ai giovani che come altri gruppi sociali, sono assoggettati a rappresentazioni fisse, resistenti ad ogni analisi di realtà, contrarie a ogni processo di distinzione e ipersemplificate. Questi giovani che sono tornati per le strade e manifestano e prendono voce pubblicamente. Sono tutti nativi digitali; tra loro c’è un grande desiderio di farsi apprezzare, unito a una sorte di disincanto per la possibilità di poter cambiare il mondo. 

Abbiamo vissuto tra loro per oltre quarant’anni, e un po’ pensiamo di conoscerli per averli ascoltati oltre che per averli “interrogati”. Certo, hanno anche i loro codici difficili da decifrare: cos’è l’aura? E l’aura farming? Questi giovani che risultano interessanti solo per chi vuole vendere loro qualcosa, sono feriti emotivamente e spesso in modo profondo. Sebbene possa parere assurdo, c’è ancora chi vive come se credesse nell’armonia del mondo. Siamo  circondati da una intollerabile spietatezza. Dove potrà mai nascondersi, l’armonia del mondo?

gaf




01 novembre 2026

Un paese da restituire ai pedoni

“L’economia rateale riesce a collocare il demente al suo posto di lotta prima che abbia messo da parte il denaro per conquistarselo. Pagando una sola rata, qualunque tristissimo prodotto uterino entra legalmente in possesso di un involucro omicida che può lanciare dove vuole, contro chi capita” (Guido Ceronetti, Difesa della Luna, Rusconi, Milano 1971). 

Non c’è dubbio, lo strapotere dell’automobile e i danni che essa arreca si combattono anche sbarrando certe strade. È necessario che il cittadino goda di una mobilità non svilita da percorsi tormentati e da un traffico che lo ferma e frustra i suoi tentativi di essere parte viva della comunità. Le strade liberate devono offrire la possibilità di passeggio tranquillo, di incontro, di colloquio in un ambiente che abbia, per sua dote, un significato e un peso, che sia cioè un brano di autentica comunità. 

Un altro aspetto importante della questione riguarda i parcheggi. Nei centri urbani ci si trova di fronte a un miscuglio di attività produttive che costituiscono (sempre meno) una sorta di calamita per le auto. Ci siamo fin qui mostrati assai teneri nei riguardi di automobilisti “pigri” che, nella speranza di un “posto” cercano di avvicinarsi il più possibile alla loro meta commerciale. Una tenerezza da abolire: all’interno dei “centri storici” non vanno previsti parcheggi. Questo è un provvedimento di elementare tutela del cittadino, soprattutto dove gli spazi sono calibrati a sua misura e non sull’auto. Le nuove forme di pavimentazione, di cui anche a Nerviano si comincia a parlare, invitano a seguire questa direzione, se non vogliamo vederle scomparire sotto la coltre delle auto in sosta. 

Infine, una domanda: perché le auto non pagano un euro che sia uno, per tutto le attenzioni che ricevono? La risposta la troviamo guardando ai nostri vicini di Lainate, Rho e Legnano, che hanno adottato le strisce azzurre che delimitano le zone di parcheggio: la sosta si paga se scegliamo di usare l’auto per avvicinarci il più possibile alla nostra meta. Altra cosa è se siamo disposti a fare quattro passi a piedi, lasciando in periferia le auto in parcheggi gratuiti.

Il centro di Nerviano è ancora ricco di valori storici e ambientali e possiamo ancora cambiare direzione a una tradizione che ha fin qui ignorato ogni preesistenza e ogni remora culturale, deturpando le strutture in modo dissacrante e spesso irreversibile. Diventa necessario attribuire a questi problemi un valore urbanistico e non soltanto di pura e semplice tecnica viabilistica, rovesciando le tendenze che hanno creato spazi al servizio dell’automobile e ignorato il pedone. Ragioni pratiche e quasi etiche li indicano come una necessità.

gaf

Foto di László D. su Unsplash


 

25 ottobre 2026

Il racconto di una trasformazione urbana

 Riprendiamo la riflessione sulle ragioni dell’assenza a Nerviano di una piazza centrale e riportiamo qui un contributo dell’architetto Fabio Pravettoni. 

“Gigantesche industrie tessili sorsero tra Rho e Castellanza e tra queste la più importante fu certamente il Cotonificio fondato da Eugenio Cantoni, quindi le aziende di Antonio Bernocchi e le manifatture delle famiglie Gajo e Lampugnani. Fu allora che i contadini decisero di non reimpiantare più le viti, abbandonare l’agricoltura e di trasformarsi in operai. E così tra la fine dell’Ottocento e la prima guerra mondiale attorno alle corti agrarie nacquero le fabbriche e attorno a queste sorsero dei veri e propri sobborghi con le residenze operaie, le ville della nuova classe dirigente e altre ville, più piccole, dette villette, per gli impiegati: le antiche Cassine agricole dell’Altomilanese diventarono ben presto piccoli paesotti industriali, dove il padrone divenne anche amministratore locale, sostituendosi di fatto al nobile signorotto dell’epoca Borromaica ... Le vigne furono abbandonate, le stalle andarono impoverendosi, i fienili svuotandosi e il territorio alto milanese mutò per sempre. 

Cresceva tra la gente sempre più il desiderio di avere case moderne, con acqua corrente e bagni in casa, come nelle moderne case operaie e così la cascina, la principale struttura insediativa e produttiva, su cui si innervavano la vita e la struttura di tutta la campagna milanese, pensata per famiglie agrarie di coloni, andò lentamente ma inesorabilmente perdendo vitalità e importanza. Si arrivò persino a togliere il termine Cassina dal nome stesso di molti paesi o, in casi estremi, a cambiare il nome antico con uno ritenuto più moderno ...

Nelle Cascine-ville spesso non esisteva una vera e propria piazza, intesa come l’area centrale del borgo dove si radunava il giorno di festa la comunità: nell’Altomilanese il luogo dove le persone si ritrovavano per passare le poche ore non dedicate al lavoro era l’aia, il grande spazio pubblico-privato interno alle corti. In un certo senso si può cioè affermare che nelle cascine rurali a nord di Milano le vere piazze erano quei grandi spazi regolari interni alle cascine, costruiti e strutturati, come abbiamo visto, secondo una logica architettonica ferrea: un portone di accesso, uno di uscita verso la campagna, le scale negli angoli, le residenze con ampi porticati e lunghi ballatoi tutt’attorno da un lato e le stalle dall’altro”. 

Fabio Pravettoni è nato e vive a Garbatola e lo stralcio che pubblichiamo è tratto da un suo pregevole lavoro dal titolo: “L’ex Oratorio dei santi Biagio, Francesco e Carlo 1620-2020”, edizioni Magazzeno Storico Verbanese, 2020.

gaf

Cortile di cascina lombarda (fonte: Lombardia Beni Culturali)

 


 

18 ottobre 2026

Spighe di rovina

In un suo libro del 2011 dal titolo L’Anticittà (Laterza), Stefano Boeri descrive una conformazione urbana priva di una gerarchia tra centro e periferia e di congruità tra le sue parti. Una conformazione apparentemente illogica, creata dall’azione singola e non coordinata di individui, famiglie e gruppi messi in condizione di poter costruire il loro spazio di vita, ma senza “alcun disegno condiviso, senza disporre di un progetto o di una visione di città, né di comunità”. È l’anticittà, il trionfo di una “democrazia economica individualista, ma anche del diritto, privo di doveri, di modificare a proprio piacimento lo spazio a propria disposizione”. Un paesaggio sociale che produce l’esatto contrario di quella comunità variegata e ricca di differenze che, “coabitando in un luogo compatto, innesca relazioni e crea una città”. 

Nelle pagine di quell’interessante libro Stefano Boeri prova a ragionare sulla controversa dispersione e negazione della vita urbana che definisce appunto anticittà. Dalla sua riflessione riteniamo si debba partire per la costruzione di un programma politico che ci porti a concorrere alle prossime elezioni amministrative. Un programma che contenga tutti gli ingredienti necessari e sufficienti a rendere la vita delle persone almeno soddisfacente; intendiamo naturalmente riferirci a cittadini di ogni età, genere e condizione di vita. Con la nostra condotta, noi del PD, riteniamo di aver mostrato fin qui di essere seriamente alternativi a questa amministrazione, che ancora una volta dimostra come le destre siano brave a urlare e accampare diritti, risultando poi distratte nella pratica dei doveri, quando dall’opposizione passano a governare. 

E se domenica scorsa siamo ricorsi a Tacito per il titolo della nostra nota, oggi tocca a Eschilo ispirarci: ”Il fiore della protervia fa sbocciare spighe di rovina” (I Persiani). E di protervia è stata generosa questa amministrazione, con noi dell’opposizione e, cosa ancora più grave, con le cittadine e i cittadini di Nerviano. Ma noi guardiamo avanti, lasciandoci alle spalle i campioni del vaniloquio e le cinture nere dell’insulto. 

Ascoltare e guardarsi intorno rimane la strategia fondamentale, tenendo bene a mente l’insegnamento gramsciano che invitava ad avere “il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà”. Vogliamo condividere con altri la prospettiva verso cui muoverci, e costruire un programma partendo da alcune scelte consapevoli e condivise, non imposte e subite. Si tratta di capire se siamo oggi in grado di far diventare questa consapevolezza un’azione politica immediata e pervasiva. Proviamoci.

gaf

Wilhelm von Kaulbach, "La battaglia di Salamina", 1868


 

11 ottobre 2026

Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato Nerviano

“A Nerviano non c’è un cinema, non un teatro, non un auditorium (….) non c’è neanche un posto dove fare quattro chiacchiere, senza preoccuparsi di dover per forza consumare”. Questo scrivevamo anni fa e da qui riprendiamo, non essendo cambiato granché se non in peggio.

Rispetto ad allora oggi non ci sono quasi più negozi e le vetrine, tutte uguali espongono cartelli con annunci di case in vendita. La suddivisione dei tempi di vita di una città si realizza in tre grandi classi: il lavoro, la residenza e il tempo libero; a noi qui interessa il tempo libero e rinviamo ad altro momento le altre due classi. Non c’è città senza un immaginario collettivo in grado di pensarla, di sentirla come orizzonte comune della vita quotidiana. Noi ci abbiamo provato in questi anni, ma abbiamo sempre trovato un muro, eretto da chi ha lavorato con la calce della presunzione e dell’insulto, senza alcun disegno condiviso, senza disporre di un progetto o di una visione di città, né di comunità.

Si è partiti da lontano, dal Giappone addirittura, si è proseguito con spot e bizzarre espressioni, spesso in un inglese inzuppato nelle acque del Villoresi, e si è finiti a parlare, buon ultimi, di “saperi e sapori”, formula rubata evidentemente a Slow Food che da anni ci racconta storie di cibo e dintorni attraverso l’area dell’esperienza (i sapori) e della narrativa (i saperi).  Cosa abbiano in mente i nostri non si capisce, non avendo noi pregiati pennuti, vini e ricette e piatti da tutelare. È dunque difficile immaginare il passo dai sapori ai saperi: quali saranno mai, gli aneddoti, le storie e i sapori da raccontare?

Tant’è, intanto oggi ci ritroviamo a cantare il de profundis per un’altra realtà che scompare: il Bar dell’ex Meccanica. Uno “spazio di vita”
capace di produrre dinamiche relazionali in un luogo fortemente caratterizzante. Il bar sigla, o dovremmo dire siglava, questo spazio come luogo ospitale degno di attenzione, proponendosi come stimolo per eventi e iniziative. Un vano collettivo per più generazioni di cittadini, diversi per genere e per età, che si ritrovano spesso insieme realizzando uno spazio reale di una possibile e comunicante comunità. La sera poi diventa un luogo dove passare qualche ora ascoltando musica e mangiando e bevendo in buona compagnia.

Un paese è abitabile se si configura come spazio di incontro, di occasioni e di luoghi di produzione e di riproduzione di saperi, di ambienti e di spazi per il divertimento e per il tempo libero. Questa amministrazione si è dimostrata incapace di accogliere e di rinnovare risorse creative, che potessero contribuire a rendere costruttiva e stimolante l’esperienza di vita quotidiana dei cittadini.

gaf