10 maggio 2026

Resistere, resistere, resistere!

“Il palcoscenico è uno spazio nel tempo”. Così introduce il testo di "Metti una sera a cena" Giuseppe Patroni Griffi. Ho sempre pensato a questo quando, a teatro, siedo in platea e ho di fronte un sipario chiuso. 

Di lì a poco si aprirà e gli attori cominceranno a dar voce alla parola scritta, trasformandola in agente attivo e creativo dello spettacolo che si inscena. Che magia: la scena, la controscena, le luci che illuminano e definiscono la scena portante, i personaggi e le situazioni in cui transitano, i quadri scenici che si succedono e che guidano lo sguardo dello spettatore e indirizzano il fuoco della sua attenzione. 

Abitare nei dintorni di Londra e chiamarsi Smith è una ragione sufficiente per mangiare cibo inglese, bere acqua inglese a un’ora tipicamente inglese battuta da una pendola inglese. Cosa sta per succedere? Lo sapranno quanti assisteranno a La cantatrice calva di Eugéne Ionesco. In una società quasi totalmente addomesticata all’idiozia mediatica, il teatro è “resistenza”. Ci tiene vivi, mantenendo desta la curiosità, l’attenzione, la voglia di capire e, quando è necessario, di cambiare. 

Solo così possiamo sperare che il quotidiano non affondi nell’effimero ma si consolidi in storie e aiuti a costruire identità meglio definite. 

L’identità è dunque il prodotto di una costruzione sociale. Non affidiamola alla genetica: è una strada già percorsa che ha condotto l’umanità ad Auschwitz e dintorni.

B. Avrebbe un po’ di tempo? Allora venga con me.

V. Dove?

B. Da qualche parte.

V. Ah, ma ci sono già stato.

B. Ah, si?

V. Si, si!

… 

È l’inizio esilarante di “Conversazione interessante”, dai Dialoghi tratti da “Tingeltangel”, di Karl Valentin. I suoi testi di scena degli inizi del secolo scorso ancora conservano intatta la sua comicità.

È questo il teatro. E noi siamo grati a quanti lo mantengono in vita, professionisti e dilettanti che siano a calcare le tavole di un palcoscenico, seguaci di un’arte che sa rendere migliori.


gaf


Il titolo di questa nostra nota domenicale lo dobbiamo a Francesco Saverio Borrelli, Procuratore Generale di Milano e capo del pool di Mani Pulite.

Tingeltangel di Karl Valentin lo trovate, con qualche difficoltà, nelle edizioni Adelphi.

09 maggio 2026

Nerviano comunità aperta

Questo articolo è stato pubblicato nello scorso mese di Aprile su Nerviano Informa (Anno IV - Numero 1) e lo abbiamo scelto per inaugurare "il Sabato del Villaggio", la nuova rubrica del nostro blog che si affianca all'Editoriale della Domenica.

Torno al tema dell’inclusione, dell’ impegno ad essere una comunità aperta alle esigenze di chi è più fragile. Nei mesi scorsi ho cominciato a raccontare dell’ascolto di genitori che esprimono - anche a nome dei figli con qualche fragilità - l’esigenza di uno spazio per stare insieme, in particolare il fine settimana quando i centri, o le aziende per chi ha già un inserimento lavorativo, sono chiusi.

Ci eravamo dati appuntamento al bocciodromo presso la ex Meccanica, perché ritenuto un possibile luogo d’incontro. E così è stato.

Mentre si concretizzava la costituzione di un’associazione e andavano prendendo forma le prime proposte (quella che mi piace ricordare è il Coro… ma ne parleremo meglio un’altra volta) l’associazione “AbilMente”- realtà della comunità pastorale S. fermo di Nerviano - promuoveva incontri per presentare un progetto sull’inclusione lavorativa dei soggetti con fragilità, destinato ad accrescere l’attività dell’associazione che promuove momenti di incontro, laboratori, uscite collettive. E’ allora venuto spontaneo che genitori e ragazzi pensassero di andare avanti insieme, di mettersi in gioco per conoscersi, farsi comunità, utilizzando gli spazi che sono già aperti: gli oratori e anche il bocciodromo.

Con i campi di bocce rinnovati - ne scrive l’assessore allo sport proprio in questo numero - il primo appuntamento è stato domenica 15 marzo, per tifare Federico che partecipava a un torneo. È stato un momento di convivialità e di prova dei nuovi campi, scoprendo che “tirare le bocce è divertente”, ma altresì che sono pesanti e per qualcuno di noi occorrerà trovarne di più leggere.

Grazie alla pedana realizzata dagli amici del bocciodromo - in attesa di quella che l’amministrazione ha ordinato - è stato possibile accedere ai campi bocce con le carrozzine.

Domenica è stato davvero bello vedere chi provava per la prima volta a tirare le bocce sotto lo sguardo attento ed affettuoso di giocatori veterani, prodighi di consigli su come lanciare e fare punto.

L’incontro è servito anche a fare il punto con Silvia Tiraboschi - la referente dell’Associazione AbilMente - delle prossime iniziative, ma anche di mettere in luce con i genitori presenti la richiesta di attenzione per le nostre ragazze e i nostri ragazzi più fragili che passa anche dal sostegno nella esigenza di condividere attività e momenti di svago. Sul punto, ma abbiamo già avuto modo di sperimentarlo, Silvia ha evidenziato come lo spazio offerto dalle sedi parrocchiali Oratorio Santo Stefano e l’ex oratorio Femminile consentono di promuovere iniziative.

E’ necessario far sapere che possiamo costruire insieme momenti importanti di condivisione.

Per questo confido che anche la lettura di questo articolo, meglio testimonianza, possa essere utile alle ragazze, ai ragazzi e alle famiglie.

Ci sono già alcuni appuntamenti: Silvia ci ha parlato del 29 marzo a Parabiago per la giornata mondiale sull’autismo; e abbiamo in previsione di ritrovarci ad aprile all’ex Meccanica Bocciodromo per un pomeriggio in bocce… non che si debba per forza giocare si può tifare, applaudire, ridere insieme, così come insieme contiamo di mangiare una pizza.

Insomma, per fare delle cose insieme occorrono luoghi adeguati - ed è una richiesta che i genitori rivolgono all’amministrazione comunale - ma possiamo anche dire che le persone che vogliono fare cose insieme rendono adeguati i luoghi.


Antonella Forloni

Capogruppo consiliare PD a Nerviano

03 maggio 2026

Brutti tempi

Pronunciare anche una sola parola su questioni tanto controverse come quelle del conflitto arabo israeliano può provocare facilmente reazioni forti da parte di chi si trovi schierato dall’una o dall’altra parte. Riteniamo che proprio su una questione così controversa si debba cercare con cautela l’approccio giusto da adottare.

Esistono due fondamentali problemi alla base che non si potranno mai risolvere utilizzando atteggiamenti di rottura nei confronti della controparte: la tragedia di un popolo palestinese che versa in condizioni disperate da una parte, e il non riconoscimento da parte di alcuni Stati arabi, primo tra tutti l’Iran, dello Stato di Israele. Non smetteremo mai di credere che la prima regola per la composizione di un conflitto sia sempre e solo il dialogo, soprattutto favorito da un terzo attore che faccia da mediatore tra le parti, magari non sempre e non solo gli Stati Uniti, ma anche alcuni paesi europei, o addirittura l’Unione europea, che ha già dato una dimostrazione di grande coesione con l’invio del contingente ONU in Libano.

Nell’orazione funebre per il figlio Uri, pronunciata dallo scrittore David Grossman all’indomani della sua morte causata da un razzo di Hezbollah nell’agosto del 2006, colpiscono queste parole: 

“Noi, la nostra famiglia, questa guerra l’abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall’amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo, e che io ringrazio per l’illimitato sostegno. Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. E’ forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare” (L’addio di Grossman al figlio, www.repubblica.it). 

Più volte Grossman ha lanciato appelli alla classe politica 
israeliana per intraprendere con decisione un’iniziativa a favore della composizione pacifica del conflitto tra il suo e il popolo palestinese. Ma più di ogni cosa crediamo che sia da ammirare l’atteggiamento di un padre (e di un israeliano) che pur avendo perso un figlio per mano di un nemico di Israele, non esita ad ammettere le responsabilità del suo paese. Con questo spirito da entrambe le parti, il dialogo e la soluzione pacifica e concertata della questione arabo israeliana non sarebbero più solamente chimere. Il giovane Eitan Bondì ha soltanto 21 anni (Uri ne aveva 20 quando è stato ucciso) e nonostante la giovane età è già una persona così tanto imbevuta di odio.

Conrad Lorenz nel suo studio “Il cosiddetto male” ci racconta che ogni animale è necessariamente aggressivo nella misura in cui si autoafferma, che ogni gruppo difende il proprio territorio contro l’invasore, che c’è dentro di noi il mostro che sonnecchia, e che non possiamo fare altro che tenerci d’occhio, sorvegliarci, temerci come individui. Restano fuori dall’ambito di questa interpretazione la storia, gli interessi economici, le istituzioni politiche, cioè le ragioni e gli strumenti della violenza quotidiana. 

Lascio ai miei sette lettori tutti i dubbi.


gaf

01 maggio 2026

La festa del lavoro

Gli anni Cinquanta sono gli anni che hanno visto emigrare tanti italiani. Gli anni che avrebbero dovuto essere quelli delle grandi scelte, dell’emancipazione politica, dell’affrancamento culturale delle masse contadine e operaie e che nella realtà furono tutt’altro, registrarono la fuga dal bisogno attraverso l’emigrazione. 

Per alcuni le mete furono i centri industriali del nord Italia, della Svizzera, della Germania, della Francia, per altri ci fu la scelta dell’emigrazione di lunga distanza: l’America, il Canada e l’Australia. 

Un testimone rivive in questi termini la sua esperienza:”… trovai lavoro al bosco, e lì si lavorava la mattina a buon ora fino al calar del sole, sfiniti dalla stanchezza. Quando si tornava al campo si doveva pensare ad accendere il fuoco per preparare da mangiare. Così come finiva in un posto ci si spostava altrove, la condizione varia dove c’è più pioggia, e dove è più arida, ciò vale a dire manca acqua e selvaggina, e noi a un tempo che eravamo alla zona più arida il padrone di lavoro ci ha lasciati soli, ed eravamo senza acqua e senza mangiare, immaginate a che condizioni eravamo, e quella volta mi pigliai di scoramento, avvilito e rivolsi la testa al cielo piangendo! E non mi vergogno a dirvelo: e dissi al cielo o Signore che male ho fatto per essere punito così? Altro che America stavamo morendo di fame e di sete, perché eravamo otto di noi, e tutti noi senza un mezzo per muoverci, soli desolati, che non vedevamo altro che cielo e terra senza un’anima viva, uno aveva il fucile e cercammo qualche coniglio, ma la zona era scarsa, e trovammo una grande gatta selvatica, questa persona di nome Carmine, siciliano di provenienza mi disse che facciamo? Io gli rispose spara! Così portammo questa grande gatta al campo e tirammo avanti per un paio di giorni Al riguardo dell’acqua avevamo l’acqua di una diga fatta di terra dove il terreno forma come una buca, e la qualità era pessima, pensate era fatto per abbeverare le pecore che in seguito dovevamo avere, e l’acqua era colore latte, e impossibile di bere, la conclusione si doveva bollirlo e lasciarlo, il giorno seguente tornava ad essere discreto. Dimenticavo di dire che questa cosa durò per una settimana, poi il padrone era di ritorno con la macchina e si poteva andare a fare rifornimento di viveri”. Molto spesso mi afferrava la nostalgia della famiglia, della nostra cara Italia, ma purtroppo non si poteva pensare neanche di tornare indietro perché ci si ricordava della povertà che si era lasciata”. 

Quanto qui si propone (grazie a Eide Sperticato Iengo) si fonda sul “detto” di un emigrante abruzzese, e ci è sembrato il modo migliore per riflettere su quanto accade oggi quando assistiamo a forme più o meno larvate di ostilità di tipo razzista nei confronti di chi ha lasciato il proprio paese in cerca di un lavoro e di una vita migliore. 

“Non è più nostra madre//avara di figli partorisce disastri. (Italia, da Le risonanze, di Nelo Risi). 

Buona Festa del Lavoro.


gaf




26 aprile 2026

Tradizioni e identità

Da qualche tempo al tavolo della nostra colazione abituale è comparsa la bsissa, una polvere di orzo e ceci tostati a cui si aggiunge un po’ di olio d’oliva, del miele e della frutta secca, diluendo il tutto con dell’acqua in modo che assuma la consistenza di uno yogurt. È un cibo considerato sacro nella cultura tunisina, molto nutriente che non manca mai nella sacca di chi si prepara a lunghi viaggi. 

Putignano, in Puglia, si usa preparare con gli stessi ingredienti un prodotto tradizionale che prende il nome di farinella

C’è da stupirsi? Non direi se guardiamo dall’alto il Mediterraneo e tutti i paesi che si affacciano su questo mare antico e ricco di storie. 

Niente di più facile che i Saraceni l’abbiano portata ai tempi dell’Emirato di Bari. 

A Palermo, nel Palazzo dei Normanni (invasori questi che arrivavano dal nord) ha sede l’Assemblea regionale della Sicilia: è forse il palazzo simbolo di quella “identità siciliana” a cui è dedicato anche un assessorato. 

Orbene in questo palazzo troviamo la Cappella Palatina, luogo di culto e sala del trono di Ruggero II. L’ambiente è rivestito da mosaici realizzati da artisti provenienti da Costantinopoli e coperto da uno strepitoso soffitto ligneo “a muqarnas”, un complicato sistema decorativo a nido d’ape tipico dell’architettura islamica che troviamo anche all’Alhambra di Granada (e l’identità spagnola?). 

Dunque sulla testa di generazioni di siciliani, ferventi fedeli, che assistevano alla messa e pregavano assorti rivolgendo gli occhi al cielo (e al soffitto), incombe da quasi mille anni il racconto della vita di Ruggero con scritte arabe in alfabeto cufico.

Una mescola di culture e religioni, come ci ricordano le figure di musici, danzatrici, animali feroci, atleti che sovrastano il Cristo. 

Il tutto è lì dal 1140, opera di maestranze iraniane o egiziane. Eccoli i tratti ricorrenti nel corso dei millenni di storia del Mediterraneo. 

Uno striscione intravisto sabato pomeriggio 18 aprile in piazza Duomo a Milano, al raduno dei “patrioti”, portava una scritta: “tradizioni e identità”

Quali tradizioni e quali identità? 

Così, ripensandoci, oggi abbiamo raccolto in questa nota alcune riflessioni, senza scomodare la Sociologia o la Storia o l’Antropologia culturale, ma partendo da fatti di vita quotidiana. 

E tanti altri ce ne sarebbero. 

Di quale identità stiamo dunque parlando? 

“La Patria è nel sangue che porti nelle vene” urlava un tizio quel pomeriggio. 

Quale Patria? Quella chiamata Repubblica, in cui tutti possono esprimere liberamente il proprio pensiero e che ci è costata vent’anni di lotta antifascista? Quella Patria che ha una Costituzione che all’art. 3 ci parla di uguaglianza “senza distinzione di razza”

Meno male che ieri, 25 aprile, quella piazza è stata ripulita dai manifestanti che avevano altre facce, più belle e più colorate. 

Come ricordava Michela Murgia, i confini non ci circondano, ma ci attraversano: siamo il frutto di mille incroci, siamo felicemente bastardi.


gaf