22 marzo 2026

Ci sarà un giudice a Roma

Abbiamo tra le mani un libro uscito qualche anno fa che ci racconta l’esperienza (stra)ordinaria di un giudice che avrebbe compiuto cento anni a maggio prossimo. 

Essere giudice al primo processo contro le Brigate Rosse può anche significare dormire in una Sagrestia perché nessuno voleva ospitare una persona che fosse nel mirino dei terroristi. 

“La vita di un magistrato diventa un banco di prova per l’idea di giustizia e lo specchio di un’epoca” scrive Walter Veltroni nella prefazione al libro di Severino Santiapichi Le ragioni degli altri, Milano, SugarCo edizioni 1988. 

Santiapichi (Scicli 25 maggio 1926 - Modica 17 settembre 2016) è il giudice dei grandi processi dal caso Moro al tentato omicidio di Giovanni Paolo II. È stato vicepresidente della Corte Suprema della Somalia, Presidente della Prima Corte di Assise di Roma, Procuratore Generale della Repubblica di Perugia, Procuratore ad Honorem della Corte di Cassazione fino a quando si è ritirato a vita privata cominciando una tarda carriera di scrittore. 

Il libro merita attenta considerazione anche se l’autore lo presenta con modestia eccessiva nel sottotitolo come i “frammenti dall’esperienza di un giudice”.

Sono frammenti significativi. Consentono, in un momento in cui la giustizia italiana è sotto il fuoco di critiche non sempre serene né sufficientemente informate, la ricostruzione della globalità, vale a dire la comprensione del problema in tutti i suoi aspetti. 

Vi è inoltre una ragione di ordine generale che raccomanda la lettura di questo libro. 

Ricerche socio psicologiche hanno da tempo appurato che la deformazione professionale dei giudici, per così dire, consiste in una visione dicotomica dell’umanità: da una parte, noi giusti, e giudicanti; dall’altra, tutti gli altri, attuali o potenziali criminali. Ci sembra bello che un giudice cerchi di capire e di esprimere “le ragioni degli altri”, e non in un ponderoso trattato, ma in uno svelto volumetto che si colloca fra il diario intimo e la tranquilla riflessione su episodi del passato. 

L’esperienza di Santiapichi, comune alla maggioranza dei giudici, ci ricorda il prezzo della pacata obiettività cui il magistrato è tenuto.

Il mugnaio di Potsdam, non rassegnato alla protervia assolutista, invoca “Ci sarà un giudice a Berlino”, manifestando così la speranza di potere arginare l’immenso potere di Federico II di Prussia che voleva espropriare e abbattere il suo mulino perché troppo vicino alla reggia che stava edificando a Sansoucì. Anche nella Prussia di Federico II dunque, non è per nulla scontato che il potere esecutivo possa sottomettere quello giudiziario, dando una speranza ai cittadini vessati dai tanti tiranni che li circondano. E allora noi speriamo che “ci sia un giudice” anche a Roma. 


gaf

15 marzo 2026

Vot’Antonio…Vot’Antonio…Vot’Antonio…

“ L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza se sarà necessario “. 

È il 3 gennaio 1925 e Mussolini nel suo discorso alla Camera dei deputati si scrolla di dosso ogni turbamento causato dal delitto Matteotti. 

Attraverso graduali provvedimenti legislativi il regime fascista prende forma e rilievo totalitario, con lo scioglimento dei partiti antifascisti, l’istituzione del confino di polizia, il ripristino della pena di morte, la creazione del tribunale speciale per la difesa dello stato, la soppressione delle organizzazioni sindacali, l’attuazione dell’ordinamento corporativo, il divieto di scioperi, e una nuova legge sulla stampa con l’obbligo, per l’esercizio della professione, dell’iscrizione all’albo previo parere favorevole delle competenti autorità del regime. 

Il 24 marzo 1929, la prima applicazione della nuova legge elettorale: la votazione avrà luogo mediante schede contenenti una domanda diretta circa l’approvazione dei 400 candidati designati dal Gran consiglio. I Si sono 8.519.559 e i No appena 135.761. 

Le successive elezioni del 25 marzo 1934 saranno ancora più plebiscitarie. 

I Si saranno 10.025.515 e i No solo 15.265. 

Tra il 1929 e il 1934 il consenso fu largo. Il modello morale e l’autorità statale del fascismo era largamente accettato dalla grande maggioranza degli italiani. “Gli Indifferenti”, li chiamò Alberto Moravia. 

Nella cosiddetta grande guerra (1914-18) furono mobilitati, sull’uno e sull’altro fronte, 50 milioni di soldati. Una guerra totale che costò la vita a non meno di 9 milioni di soldati e a un numero quasi uguale di civili. 

Un esercito di contadini e lavoratori venne spedito in trincea. “Sono stati sconfitti quando li hanno presi dalle loro campagne e li hanno messi nell’esercito” si legge nel capolavoro di Hemingway “Addio alle armi”. E ancora più in là è il protagonista che parla: ”Ero sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso e sacrificio …, parole astratte come gloria, amore, coraggio o dedizione erano oscene accanto ai nomi concreti dei villaggi, ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti”. 

Le stesse parole usate da Donald Trump nell’accogliere le salme dei soldati rimasti uccisi nei primi giorni dell’attacco all’Iran. È più che certo che Trump non abbia letto Hemingway. 

La nostra nota di oggi vuole ricordare due No tornati attuali: No al Referendum sulla Giustizia e No alla guerra. 

Gli ebrei dicono che il passato è davanti, perché lo si conosce, mentre si cammina all’indietro verso il futuro. Walter Benjamin scrisse in “Angelus novus” un famoso aforisma di filosofia della storia: guardo il passato che mi serve per orientarmi nel futuro, che però è dietro le spalle per cui può sempre sorprendermi. Vittorio Gassmann, figlio di questa cultura riprende il tema nel suo ”Un grande avvenire dietro le spalle”. 

gaf

08 marzo 2026

L’emancipazione difficile

Ricordate cosa sta scritto nel libro dei Profeti? Sta scritto così: il figlio saggio suo padre ne è felice, mentre lo stolto rattrista sua madre! Dunque, se un figlio viene fuori in gamba, allora il padre se ne vanta, e gli viene riconosciuto il suo merito. Ma se il figlio, per disgrazia, viene fuori fallito, un cretino problematico o con un difetto, o malfattore, allora è di sicuro tutta colpa di sua madre, e i dolori, le fatiche ricadono sempre su di lei. 

La visione maschile della donna non è obiettiva, ma è la combinazione imbarazzante di ciò che l’uomo desidera che la donna sia e di ciò che teme che sia: è questa l’immagine speculare alla quale la donna deve uniformarsi. Ma tutto questo ci arriva da lontano. 

Levitico 12, 2-8: Il Signore aggiunse a Mosé: “Riferisci agli Israeliti: Quando una donna sarà rimasta incinta//E darà alla luce un maschio//Sarà immonda per sette giorni.//L’ottavo giorno si circonciderà il bambino.//Poi essa resterà ancora//33 giorni a purificarsi dal suo sangue;//non toccherà alcuna cosa santa.// Ma se partorisce una femmina//Sarà immonda due settimane;//resterà 66 giorni a purificarsi dal suo sangue.//Quando i giorni della sua purificazione//saranno compiuti//porterà al sacerdote un agnello di un anno//come olocausto//e un colombo o una tortora//in sacrificio di espiazione.//Il sacerdote li offrirà davanti al Signore//E farà il rito espiatorio per lei;//essa sarà purificata dal flusso del suo sangue.//Se non ha mezzi da offrire un agnello,//prenderà 2 tortore o 2 colombi: uno per l’olocausto//e l’altro per il sacrificio espiatorio”.

Da millenni dunque si utilizza la parola “natura” per puntellare dei pregiudizi o per esprimere non quello che è lo stato reale delle cose bensì una situazione che l’uomo vorrebbe vedere realizzata. Le consuetudini si perpetuano in quella cittadella del conservatorismo sociale che è la famiglia.

Vogliamo ricordare oggi una donna, Armanda Guiducci (1923-1992), filosofa e sociologa, che in un libro uscito nel 1977 descrive le strutture dell’esclusione della donna nella società e raccoglie le storie di nove contadine dalla Sardegna alla Valtellina, dal Piemonte all’Abruzzo, dal Molise alla Campania, alla Calabria e alla Sicilia. I loro nomi: Zita, Adele, Rosa, Felicina, Gerarda, Antonia, Marta, Onesta. Rosa, la siciliana: “Non è vero che una donna può fare quello che vuole. Dipende sempre da qualcuno. Prima dal padre, poi dal marito, poi dai figli”. Adele: “Scriva, signora, scriva: così i ricordi e i racconti non moriranno”. Il libro di Armanda Guiducci si intitolava "La donna non è gente" riprendendo un detto dialettale “I donn no son gent” nel senso che la donna non è persona (giuridica). Proprio in questi giorni è stato ripubblicato col titolo “Destini senza voce” dalle edizioni

Nottetempo. Buona Festa della Donna.


gaf

01 marzo 2026

È sempre stato così

L’educazione è uno dei modi della trasmissione intergenerazionale, cioè uno dei modi attraverso i quali noi adulti trasmettiamo ai giovani valori, comportamenti e rappresentazioni. 

La generazione adulta, dunque, trasmette alle giovani generazioni ciò che ritiene essere fondamentale per vivere insieme. È il momento che segna il passaggio da “io e gli altri” a “gli altri ed io”. 

Il problema sembra essere che questo modello intergenerazionale si sia interrotto nei primi venticinque anni di questo secolo. 

Nella cosiddetta “Inattuale” Nietzsche sostiene che ci sono tre modi di fare storia: quella monumentale (i grandi monumenti, che però non comunicano nulla), quella antiquaria (le date da imparare a memoria) e quella critica, che noi adulti non abbiamo più voglia di fare.

Abbiamo smesso di raccontare la storia perché abbiamo creduto al fatto che bisogna essere neutrali.

Ma non esiste neutralità. Abbiamo creduto alla menzogna che raccontiamo ai giovani che “è sempre stato così”. Ma se è sempre stato così perché studiare la storia? Abbiamo trascorso buona parte della nostra vita a scuola, prima da studenti e poi, saltando “dall’altra parte” da professori. Ebbene, possiamo dire con buona consapevolezza che i nostri studenti siano la prima generazione astorica della storia dell’Occidente, la prima alla quale noi non abbiamo raccontato la storia. Abbiamo ucciso la storia o, per essere ottimisti, l’abbiamo ferita grevemente. Chi si lamenta dei giovani dovrebbe pensare che sono il nostro prodotto, il nostro specchio. 

Il primo quarto del nuovo secolo è passato e alcune cose andrebbero riattivate, come l’essere contro la guerra. Essere contro la guerra oggi vuol dire capire che dal 1945 il 98% delle vittime di guerra sono civili. 

E noi continuiamo a raccontare la barzelletta progressista per cui il mondo va sempre meglio. Pier Paolo Pasolini parlava di queste cose, in particolare di sviluppo senza progresso e di progresso senza sviluppo, sessant’anni fa. “Bisogna assolutamente chiarire il senso di queste due parole e il loro rapporto, se vogliamo capirci in una discussione che riguarda molto da vicino la nostra vita anche quotidiana”. PPP parlava di noi figli del benessere sospesi tra la perdita di vecchi valori e la mancata acquisizione di nuovi. Ci racconta della nostra “imponderabilità morale” e della totale mancanza di ogni opinione sulla propria “funzione”. 

Noi adulti siamo entrati nel ventunesimo secolo “come reduci laceri e stanchi, come inutili eroi”, cantava Gaber.

gaf

Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, 1874, in Considerazioni inattuali, a cura di Sossio Giametta e Massimo Montanari, Torino, Einaudi, 1981

22 febbraio 2026

Come se tenesse conto del coraggio la storia

Charles Maier, uno storico americano tra i più lucidi, venne in Italia nel novembre 1999, dunque quando il secolo stava finendo, e tenne una conferenza intitolata proprio: Il ventesimo secolo è stato peggiore degli altri?. In quell’occasione, Maier si sforzò di elaborare un po’ di notizie e di statistiche per dare un fondamento più preciso all’immagine del “secolo della tragedia”. 

Il Novecento è costellato da una serie di genocidi che va da quella degli Herero nell’Africa sud-occidentale sotto la dominazione tedesca, a quella degli armeni per mano dei turchi, agli ucraini sotto Stalin, alle vittime civili e militari delle guerre totali del Novecento. E così via, fino alla Shoah. E poi di nuovo, più recenti, il Ruanda e il Centro-america e i Balcani. 

Alla fine di questa drammatica contabilità, alla quale dobbiamo aggiungere la Palestina e ancora l’Ucraina al debutto del nuovo secolo, Maier constatava che probabilmente ci sono stati cento o centocinquanta milioni di persone consapevolmente o indirettamente oggetto della tragedia del secolo. 

Una cifra in sé mostruosa. 

Ecco allora che occorre continuare a rinnovare la memoria di quanto c’è stato di terribile nella storia del novecento, dello sterminio, della sopraffazione, della morte causata lucidamente e intenzionalmente da parte di uomini nei confronti di altri uomini delle altre donne e dei bambini. 

viaggi di Gulliver non è solo un libro per ragazzi. Lo erano le versioni ridotte che una volta si regalavano a Natale, o quelle che proponevano soltanto le prime due parti del libro. Le altre due parti, soprattutto la quarta, avrebbero potuto sconcertare le giovani menti. Per i lettori della prima edizione (che è del 1726) era chiaro che il racconto costituiva una brillante satira della lotta tra i due partiti politici inglesi e dei conflitti che per decenni avevano insanguinato la Gran Bretagna. Il tutto, sosteneva Swift, causato da motivi irrilevanti: come a Lilliput, dove il contrasto sul modo di rompere un uovo era stata la causa di ben sei rivoluzioni e di undicimila morti. Nell’ultimo capitolo c’è una mezza paginetta che costituisce un durissimo atto d’accusa contro l’impresa coloniale, mostruosa causa di ingiustizie e di massacri. Ricordiamo qui che Swift fu un critico feroce della presunzione, dell’arroganza e della meschinità che affligge l’umanità (Una modesta proposta).

Il titolo lo dobbiamo all’ultimo verso di una canzone di Giorgio Gaber che si intitola I reduci.

Il testo della conferenza di Maier si legge nella rivista Il Mulino, n. 6, novembre-dicembre 1999.

I viaggi di Gulliver li possiamo ora leggere o rileggere nella recente e bella edizione dell’Einaudi.

E, dello stesso autore, suggeriamo una straordinaria quanto breve lettura: Una modesta proposta.

gaf