08 marzo 2026

L’emancipazione difficile

Ricordate cosa sta scritto nel libro dei Profeti? Sta scritto così: il figlio saggio suo padre ne è felice, mentre lo stolto rattrista sua madre! Dunque, se un figlio viene fuori in gamba, allora il padre se ne vanta, e gli viene riconosciuto il suo merito. Ma se il figlio, per disgrazia, viene fuori fallito, un cretino problematico o con un difetto, o malfattore, allora è di sicuro tutta colpa di sua madre, e i dolori, le fatiche ricadono sempre su di lei. 

La visione maschile della donna non è obiettiva, ma è la combinazione imbarazzante di ciò che l’uomo desidera che la donna sia e di ciò che teme che sia: è questa l’immagine speculare alla quale la donna deve uniformarsi. Ma tutto questo ci arriva da lontano. 

Levitico 12, 2-8: Il Signore aggiunse a Mosé: “Riferisci agli Israeliti: Quando una donna sarà rimasta incinta//E darà alla luce un maschio//Sarà immonda per sette giorni.//L’ottavo giorno si circonciderà il bambino.//Poi essa resterà ancora//33 giorni a purificarsi dal suo sangue;//non toccherà alcuna cosa santa.// Ma se partorisce una femmina//Sarà immonda due settimane;//resterà 66 giorni a purificarsi dal suo sangue.//Quando i giorni della sua purificazione//saranno compiuti//porterà al sacerdote un agnello di un anno//come olocausto//e un colombo o una tortora//in sacrificio di espiazione.//Il sacerdote li offrirà davanti al Signore//E farà il rito espiatorio per lei;//essa sarà purificata dal flusso del suo sangue.//Se non ha mezzi da offrire un agnello,//prenderà 2 tortore o 2 colombi: uno per l’olocausto//e l’altro per il sacrificio espiatorio”.

Da millenni dunque si utilizza la parola “natura” per puntellare dei pregiudizi o per esprimere non quello che è lo stato reale delle cose bensì una situazione che l’uomo vorrebbe vedere realizzata. Le consuetudini si perpetuano in quella cittadella del conservatorismo sociale che è la famiglia.

Vogliamo ricordare oggi una donna, Armanda Guiducci (1923-1992), filosofa e sociologa, che in un libro uscito nel 1977 descrive le strutture dell’esclusione della donna nella società e raccoglie le storie di nove contadine dalla Sardegna alla Valtellina, dal Piemonte all’Abruzzo, dal Molise alla Campania, alla Calabria e alla Sicilia. I loro nomi: Zita, Adele, Rosa, Felicina, Gerarda, Antonia, Marta, Onesta. Rosa, la siciliana: “Non è vero che una donna può fare quello che vuole. Dipende sempre da qualcuno. Prima dal padre, poi dal marito, poi dai figli”. Adele: “Scriva, signora, scriva: così i ricordi e i racconti non moriranno”. Il libro di Armanda Guiducci si intitolava "La donna non è gente" riprendendo un detto dialettale “I donn no son gent” nel senso che la donna non è persona (giuridica). Proprio in questi giorni è stato ripubblicato col titolo “Destini senza voce” dalle edizioni

Nottetempo. Buona Festa della Donna.


gaf

01 marzo 2026

È sempre stato così

L’educazione è uno dei modi della trasmissione intergenerazionale, cioè uno dei modi attraverso i quali noi adulti trasmettiamo ai giovani valori, comportamenti e rappresentazioni. 

La generazione adulta, dunque, trasmette alle giovani generazioni ciò che ritiene essere fondamentale per vivere insieme. È il momento che segna il passaggio da “io e gli altri” a “gli altri ed io”. 

Il problema sembra essere che questo modello intergenerazionale si sia interrotto nei primi venticinque anni di questo secolo. 

Nella cosiddetta “Inattuale” Nietzsche sostiene che ci sono tre modi di fare storia: quella monumentale (i grandi monumenti, che però non comunicano nulla), quella antiquaria (le date da imparare a memoria) e quella critica, che noi adulti non abbiamo più voglia di fare.

Abbiamo smesso di raccontare la storia perché abbiamo creduto al fatto che bisogna essere neutrali.

Ma non esiste neutralità. Abbiamo creduto alla menzogna che raccontiamo ai giovani che “è sempre stato così”. Ma se è sempre stato così perché studiare la storia? Abbiamo trascorso buona parte della nostra vita a scuola, prima da studenti e poi, saltando “dall’altra parte” da professori. Ebbene, possiamo dire con buona consapevolezza che i nostri studenti siano la prima generazione astorica della storia dell’Occidente, la prima alla quale noi non abbiamo raccontato la storia. Abbiamo ucciso la storia o, per essere ottimisti, l’abbiamo ferita grevemente. Chi si lamenta dei giovani dovrebbe pensare che sono il nostro prodotto, il nostro specchio. 

Il primo quarto del nuovo secolo è passato e alcune cose andrebbero riattivate, come l’essere contro la guerra. Essere contro la guerra oggi vuol dire capire che dal 1945 il 98% delle vittime di guerra sono civili. 

E noi continuiamo a raccontare la barzelletta progressista per cui il mondo va sempre meglio. Pier Paolo Pasolini parlava di queste cose, in particolare di sviluppo senza progresso e di progresso senza sviluppo, sessant’anni fa. “Bisogna assolutamente chiarire il senso di queste due parole e il loro rapporto, se vogliamo capirci in una discussione che riguarda molto da vicino la nostra vita anche quotidiana”. PPP parlava di noi figli del benessere sospesi tra la perdita di vecchi valori e la mancata acquisizione di nuovi. Ci racconta della nostra “imponderabilità morale” e della totale mancanza di ogni opinione sulla propria “funzione”. 

Noi adulti siamo entrati nel ventunesimo secolo “come reduci laceri e stanchi, come inutili eroi”, cantava Gaber.

gaf

Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, 1874, in Considerazioni inattuali, a cura di Sossio Giametta e Massimo Montanari, Torino, Einaudi, 1981

22 febbraio 2026

Come se tenesse conto del coraggio la storia

Charles Maier, uno storico americano tra i più lucidi, venne in Italia nel novembre 1999, dunque quando il secolo stava finendo, e tenne una conferenza intitolata proprio: Il ventesimo secolo è stato peggiore degli altri?. In quell’occasione, Maier si sforzò di elaborare un po’ di notizie e di statistiche per dare un fondamento più preciso all’immagine del “secolo della tragedia”. 

Il Novecento è costellato da una serie di genocidi che va da quella degli Herero nell’Africa sud-occidentale sotto la dominazione tedesca, a quella degli armeni per mano dei turchi, agli ucraini sotto Stalin, alle vittime civili e militari delle guerre totali del Novecento. E così via, fino alla Shoah. E poi di nuovo, più recenti, il Ruanda e il Centro-america e i Balcani. 

Alla fine di questa drammatica contabilità, alla quale dobbiamo aggiungere la Palestina e ancora l’Ucraina al debutto del nuovo secolo, Maier constatava che probabilmente ci sono stati cento o centocinquanta milioni di persone consapevolmente o indirettamente oggetto della tragedia del secolo. 

Una cifra in sé mostruosa. 

Ecco allora che occorre continuare a rinnovare la memoria di quanto c’è stato di terribile nella storia del novecento, dello sterminio, della sopraffazione, della morte causata lucidamente e intenzionalmente da parte di uomini nei confronti di altri uomini delle altre donne e dei bambini. 

viaggi di Gulliver non è solo un libro per ragazzi. Lo erano le versioni ridotte che una volta si regalavano a Natale, o quelle che proponevano soltanto le prime due parti del libro. Le altre due parti, soprattutto la quarta, avrebbero potuto sconcertare le giovani menti. Per i lettori della prima edizione (che è del 1726) era chiaro che il racconto costituiva una brillante satira della lotta tra i due partiti politici inglesi e dei conflitti che per decenni avevano insanguinato la Gran Bretagna. Il tutto, sosteneva Swift, causato da motivi irrilevanti: come a Lilliput, dove il contrasto sul modo di rompere un uovo era stata la causa di ben sei rivoluzioni e di undicimila morti. Nell’ultimo capitolo c’è una mezza paginetta che costituisce un durissimo atto d’accusa contro l’impresa coloniale, mostruosa causa di ingiustizie e di massacri. Ricordiamo qui che Swift fu un critico feroce della presunzione, dell’arroganza e della meschinità che affligge l’umanità (Una modesta proposta).

Il titolo lo dobbiamo all’ultimo verso di una canzone di Giorgio Gaber che si intitola I reduci.

Il testo della conferenza di Maier si legge nella rivista Il Mulino, n. 6, novembre-dicembre 1999.

I viaggi di Gulliver li possiamo ora leggere o rileggere nella recente e bella edizione dell’Einaudi.

E, dello stesso autore, suggeriamo una straordinaria quanto breve lettura: Una modesta proposta.

gaf



15 febbraio 2026

Un gallo per Mnemosine

Abbiamo di recente ricordato avvenimenti tragici del ‘900. Il 27 gennaio e il 10 febbraio abbiamo riportato alla memoria due tragedie. 

Abbiamo alle nostre spalle una storia molto importante, davanti a noi un futuro nel quale ancora bisogna conquistare nuove frontiere di civiltà.  

Questi ultimi decenni hanno visto una forte spinta per una “nuova memoria storica pacificata”. 

Si fa sempre più frequente una critica postfascista all’antifascismo, una vera offensiva alla memoria. Negli ultimi anni, c’è stato poi un forte inasprimento della disputa politica e culturale sulla memoria della Resistenza, con un martellante attacco revisionista nei confronti della lotta partigiana. E qualche farabutto arriva a negare che ci siano stati i campi di sterminio e sei milioni di ebrei uccisi per mano dei nazisti e dei fascisti. 

Accade oggi ma è un fenomeno che ha radici che affondano indietro nel tempo. 

E se rispetto a prima i gruppi neofascisti sono meno “vivaci” non è perché l’Italia ha risolto i conti col passato, ma semplicemente perché molte di quelle istanze stanno direttamente al governo del paese e possono diventare legge. Qualcosa si sta già muovendo e tra non molto andremo a votare su argomenti che stravolgono gli equilibri tra organi istituzionali fondamentali quali Governo e Magistratura e attaccano la Costituzione stessa. 

È dunque necessaria una strategia comune che veda tutti i democratici impegnati a trasformare la memoria in educazione permanente delle nuove generazioni. 

Non è per niente strano che un giovane dica del Novecento “il secolo passato”, e lo dirà come noi abbiamo detto “secolo passato” per l’Ottocento. 

C’è un’ulteriore e conseguente differenza. 

Se gli adulti ricordano il Novecento attraverso l’esperienza diretta, i giovani possono farlo soltanto attraverso l’esperienza indiretta del racconto: quello “caldo” dei genitori e dei nonni, e quello più “freddo” dei libri di storia. Oppure attraverso la reinvenzione operata dai media. 

Davanti a questi fatti abbiamo il dovere di mantenere alta una ferma mobilitazione a difesa della verità storica. 

La sera del 27 agosto 1950 venne ritrovato, nella camera dell’hotel torinese in cui Cesare Pavese si suicidò, un cartellino sul quale lo scrittore aveva trascritto la frase conclusiva del dialogo di Circe con Leucotea, tratto dai suoi “Dialoghi con Leucò”. Circe aveva parlato a lungo del suo incontro con Odisseo per cui Leucotea le fa rilevare che, non avendo Circe fatto di lui né un maiale né un lupo, l’aveva fatto “ricordo”, e Circe così conclude: ”l’uomo mortale non ha che questo di immortale, il ricordo che porta e il ricordo che lascia”. 

Questa è oggi la nostra condizione e la nostra responsabilità, assolute e irrinunciabili.


gaf



10 febbraio 2026

Oggi, 10 febbraio 2026, ” Il giorno del ricordo “

Oggi l’Italia celebra il ricordo del costo della libertà pagato dalle terre di confine nel clima di repressione e di violenza cominciato sotto il fascismo, nel quadro dell’occupazione militare italiana e tedesca della Slovenia e della Croazia. 

A poco più di una settimana (non è un caso) ci ritroviamo a celebrare il ricordo di una tragedia incominciata alla fine della prima guerra mondiale, quando hanno inizio i tentativi italiani di assimilare gli sloveni e i croati. 

Il punto di partenza della criminale violenza è l’incendio del Narodni Dom (Casa della Cultura) sloveno a Trieste, nel 1920, da parte dei fascisti, rimasto il simbolo della snazionalizzazione compiuta da parte italiana nei confronti degli sloveni non solo col fascismo ma già prima, sia pure in forme meno brutali. 

L’assimilazione coatta, la soppressione delle scuole slovene, il frequente disconoscimento agli sloveni di elementari diritti e di identità triestina a pieno titolo, ha eretto un muro di ignoranza che ha separato a lungo gli italiani dalla minoranza slovena, privando entrambe le comunità di un essenziale arricchimento reciproco.

Comunità che furono poi travolte dalla tragedia che portò alle foibe del 1943 e del 1945 e all’esodo lacerante dall’Istria della popolazione italiana là residente da secoli. Foibe dove vennero gettati migliaia di italiani, fascisti, antifascisti e molti senza appartenenze politiche, colpevoli solo di essere italiani. 

E poi in un lungo dopoguerra, dal ’45 al ’54, una pulizia etnica che puntava a sradicare l’italianità di quelle terre. 

Il giusto e doveroso ricordo di quella tragedia non esaurisce il nostro compito di oggi. 

Proprio le pulizie etniche che ancora qualche anno fa hanno insanguinato i Balcani e i suoi popoli, e oggi sembrano riguardare l’Ucraina e la Palestina o quel che ne rimane, i curdi, gli armeni e molte altre etnie, ci dicono che le ragioni della tolleranza, della convivenza e del riconoscimento delle identità di ogni persona e comunità, non sono mai valori acquisiti definitivamente. 

La tragedia degli esuli istriani e dalmati, così come le sofferenze conosciute via via dai popoli dei Balcani, della Palestina, dell’Ucraina, dell’Armenia, sono l’espressione di un nazionalismo che ha inquinato ideologie, nazioni e popoli con la sciagurata teoria della omogeneità etnica degli Stati. 

Una teoria che non solo nega quel pluralismo culturale, etnico e religioso essenziale perché la democrazia viva, ma che porta gli individui a pensare che per vedere soddisfatte le proprie aspirazioni occorre negare, reprimere e distruggere tutto ciò che è diverso da sé. 

L’integrazione europea è il contesto più favorevole per sanare le ferite della storia ancora aperte, e consentire a ogni comunità, come quelle italiane che vivono oggi in Slovenia e Croazia e quella slovena che vive in Italia, di affermare la propria identità senza paura. 

La soluzione a questo nodo cruciale sta dunque nell’Europa e nella sua integrazione. 

Un Europa plurale, capace di riconoscere l’identità di ognuno e di farla vivere non contro, ma insieme alle identità altrui. 

Chissà se, come dice la Scrittura, le ossa umiliate – tutte le ossa umiliate - un giorno risorgeranno.


gaf