05 luglio 2026

Io, eccetera

Tutti, a parole, auspichiamo un confronto politico civile e tollerante, che si sottragga al
facile e seducente gioco del linguaggio dell’odio e dell’insulto. 
Tutti, a parole. Nei fatti sempre più spesso ci capita di ascoltare e/o leggere espressioni che ci disorientano, ci spiazzano perché mai dispongono al confronto. Non è mai un discorso sereno e
soprattutto non è mai un dialogo (dia, attraverso, e logos, parola) dove non si impongono
idee ma si cercano punti di contatto che non sempre si trovano ma non per questo ci si
deve detestare. 
Dipende dagli interlocutori, dice quel tale. Se da una parte c’è uno o una
con un Io come quello richiamato dal titolo di questa nostra nota, non ce la caviamo. Noi
abbiamo una identità debole come politici, eppure ci sentiamo sempre più fieri di questa
debolezza. Crediamo che possa essere una risorsa se siamo capaci di metterla in
comune. 
Il pensiero va a chi, nel discorso politico e ancor più entro i confini dei social
media, ricorre con singolare e inquietante frequenza a forme di linguaggio di violenza
verbale; ne parlavamo domenica scorsa. Da un po’ di tempo a questa parte sembra che la
competenza denigratoria sia diventata un ingrediente fondamentale di una comunicazione
politica che voglia essere persuasiva ed efficace. Una spiccata propensione a un
linguaggio aggressivo si registra in taluni individui tendenti a comportamenti competitivi,
impazienti e, soprattutto, ostili e litigiosi.
“Ogni monologo puro, incapace di correggersi e modificarsi nella dialettica del dialogo, è tendenzialmente un discorso della follia. Bloch identificava il delirio con l’assenza di dialettica, di quel confronto con l’altro e di quel superamento e correzione delle proprie posizioni che consentono al pensiero di non irrigidirsi mai nell’immobile identità con se stesso, ma di straniarsi, di diventare altro da sé, di scindersi e riunirsi di continuo, di trasformarsi, di divenire. Anche il colloquio con se stessi può essere un dialogo, un confronto con una voce che è nostra ma nella quale echeggiano la voce e le esigenze degli altri.” (Claudio Magris, Itaca e oltre, ed. Garzanti 1982)

gaf


Il titolo della nota domenicale di oggi l’abbiamo rubato a Susan Sontag. Il suo libro, che si
intitola “Io, eccetera”, ed. Einaudi. Vi consigliamo di leggerlo.



28 giugno 2026

Insultare gli altri


Se un episodio è un episodio, tanti episodi rischiano di riguardare una vera e propria sindrome. Alla politica spetta il compito di creare un clima generale di rispetto reciproco e di condivisione di valori che possa consentire anche una lettura più obiettiva ed equanime delle vicende attuali. Ma tutto questo sembra essere reso difficile da una irriducibile contrapposizione ideologica. Con troppa frequenza si levano voci e si agitano polemiche che sembrano ossessionate da una volontà di riscrivere la realtà. “L’insulto è soprattutto un congegno retorico di costruzione dell’identità che regola e spesso determina le dinamiche e i rapporti interni ai gruppi sociali o esterni ad essi. Un’offesa alimenta la polarizzazione tra gruppi, divaricando l’opposizione tra il “noi” e il “loro”. Additare i membri di altri gruppi sociali come disonesti e incompetenti, significa dichiarare la propria estraneità a tali tratti. Chi insulta rivendica la detenzione di una superiorità gerarchica di natura intellettiva e morale. L’offesa è un dispositivo di dominio, una forma di violenza simbolica che pretende di essere accettata come legittima espressione dell’ordine delle cose” (\Insultare gli altri, di Filippo Domaneschi, Einaudi 2020). Nell’arena politica, l’insulto è uno dei più efficaci strumenti di delegittimazione dell’avversario, capace di squalificare e irridere il contendente e di screditarlo agli occhi dell’elettorato. L’ingiuria nel linguaggio della politica non ha solo una funzione demolitrice; in assenza di idee, competenze e contenuti politici, sembra essere l’unico strumento di attrazione e costruzione del consenso. Denigrare l’avversario politico è infatti un modo per invocare una scelta di campo; ovvero, esortare chi ascolta (o legge) a manifestare la volontà di appartenenza al gruppo di colui o colei che insulta. L’insulto diventa dunque una pratica, una combinazione di parole, azioni e pensieri; un modo di concepire le relazioni con gli altri, le differenze interpersonali, le categorie morali e le regole dell’agire sociale. È una forma di vita. Infine, ad alimentarle queste vite ci si mettono i social: “La tentazione di adoperare i social come mezzi pervasivi di propaganda prevale sulla possibilità di farne veicoli di colloquio” (Sergio Mattarella). "Non chiamiamoli più leoni da tastiera, chiamiamoli iene o avvoltoi, con tutto il rispetto per quelle bestie" (Massimo Gramellini).

gaf


24 giugno 2026

La maggioranza dice no alla proposta del PD per le piazze di Nerviano

La maggioranza del Consiglio Comunale di Nerviano ha respinto, nella seduta di martedì 23 giugno, la mozione presentata dal Gruppo consiliare del Partito Democratico, che proponeva di avviare un concorso di idee per valorizzare tutte le piazze del centro di Nerviano, invece della sola piazza Italia, come intende fare la Giunta Colombo.
La proposta del PD (votata anche da Lega e Fratelli d’Italia) è stata respinta dalla maggioranza sulla base della presunta inutilità del concorso di idee. È stato dunque rifiutato il metodo, ovvero il coinvolgimento di professionisti e della cittadinanza su un tema rilevante per i nervianesi, mentre non una parola è stata detta nel merito, nemmeno dalla sindaca Colombo, che ha scelto di non intervenire, nonostante mantenga la delega ai Lavori Pubblici.

«La sindaca ha lasciato che fosse uno dei capigruppo della sua maggioranza a dichiarare la contrarietà al concorso di idee, senza dire nulla sui contenuti della nostra proposta   ̶   sottolinea Antonella Forloni, capogruppo PD.  ̶   La Giunta Colombo, come già in altre occasioni, rifiuta il confronto con la popolazione, che invece vuole esprimersi sui progetti che la riguardano, come abbiamo verificato sabato scorso, incontrando le cittadine e i cittadini in piazza della Vittoria per ascoltare e raccogliere le loro proposte per le piazze nervianesi».


Invece che nella sede del Consiglio Comunale, la sindaca ha deciso poi di intervenire sul tema a 24 ore di distanza con un post su Facebook, che cerca di screditare l’iniziativa del Partito Democratico, usando inoltre parole di scherno per le opinioni espresse dai nervianesi attraverso i post-it raccolti sabato scorso in piazza della Vittoria. 
Rispetto a quanto afferma la sindaca, precisiamo che:

-    non c’è stato alcun “cambio di linea” del PD sulle opere previste dalla convenzione del cosiddetto “Fungo”: siamo tuttora convinti, come abbiamo sempre dichiarato, che i fondi in questione debbano essere destinati alla rotatoria sulla Statale del Sempione e alla pista ciclopedonale previste dalla convenzione originaria;

-    allo stesso modo, il PD si è sempre detto contrario a destinare questi fondi alla sola piazza Italia: la proposta della mozione nasce proprio dall’intenzione di ampliare questo progetto (di cui peraltro non si conoscono ancora i dettagli) alle altre piazze nervianesi e non esiste quindi alcuna contraddizione;

-    l’evidente contraddizione nasce invece dalle parole della sindaca, che definisce il concorso di idee “uno strumento serio, utile e talvolta necessario”, mentre l’intervento del suo consigliere, a nome della maggioranza, ha affermato l’esatto contrario. Ci chiediamo quindi perché la Giunta Colombo non abbia usato questo strumento prima di formulare ipotesi per piazza Italia, invece di etichettarlo come tardivo, quando viene proposto dal PD. Riteniamo che ci sia sempre spazio e tempo per il confronto con la cittadinanza, se davvero lo si ritiene utile e necessario.

Infine, notiamo che la sindaca cita spesso, nei suoi post, il consenso politico delle forze di opposizione. Da parte nostra, ci sembra che ultimamente la ricerca di una “nuova narrazione” preoccupi soprattutto la sindaca stessa e la sua maggioranza. 




21 giugno 2026

Di chi sono le case vuote?

 

Un libro che abbiamo tra le mani potrebbe suscitare qualche riflessione presso chi ci legge “Di chi sono le case vuote?” (di Ettore Sottsass ed Adelphi), una raccolta di scritti e saggi sul senso degli spazi vuoti e degli edifici abbandonati, considerati come luoghi pieni di presenze, di passato, di oggetti che non sono banali oggetti ma contengono pensieri e memorie. 

Il territorio è visto come spazio culturale e sociale, teatro necessario della vita quotidiana, fattore di equilibrio (o di disequilibrio) nell’esperienza individuale e collettiva, fonte di felicità (o di infelicità), e dunque stimolo a una vita più ricca e lieta (o meno piena e meno lieta). 

Lo spazio in cui viviamo costituisce un formidabile capitale sociale, in senso non solo simbolico ma propriamente cognitivo. Ci fornisce coordinate di vita, di comportamento e di memoria, determinate dall’equilibrio tra la stratificazione dei segni nel tempo e la relativa stabilità dell’insieme. Costruisce la nostra identità individuale e quella collettiva della comunità. Fonda e assicura la collettività intergenerazionale, garantisce un diritto di cittadinanza aperto non solo alle generazioni future, ma anche ai nuovi italiani di oggi e di domani (gli immigrati). 

Ma questo capitale sociale non gode dello stesso rispetto di cui gode il capitale economico. 

Dobbiamo allora generare e diffondere la coscienza non solo dei problemi, ma anche delle soluzioni possibili e dunque salutiamo con gioia e con speranza ogni segnale positivo, e ci adoperiamo perché questi segnali si moltiplichino. Cuore di ogni nostra azione deve essere la convinzione, moralmente e giuridicamente fondata, che l’ambiente, il paesaggio, il territorio (comunque definiti) sono un “bene comune”, sul quale tutti abbiamo, individualmente e collettivamente, non solo un passivo diritto di fruizione, ma un attivo diritto dovere di protezione e di difesa.

Questo significa riconquistare per sé un pieno diritto di cittadinanza, in nome della moralità, della legalità e della storia. Chiamiamo tutti dunque alla “resistenza collettiva” al degrado delle città e al sacco del paesaggio. 

Secondo Giuseppe Dossetti il diritto alla resistenza collettiva doveva entrare nella Costituzione (intervento alla Costituente, 21 novembre 1946): “La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino”. Non vi entrò, ma noi rimaniamo affezionati a quell’incitamento alla “Azione popolare”.


gaf


Un consiglio di lettura: “Ascolto il tuo cuore città" di Alberto Savinio, ed. Adelphi



14 giugno 2026

Creonte o dell’oltraggio



Antigone reclama la dignità di una tomba dove deporre il corpo del fratello Polinice. 

Antigone dunque reclama il diritto alla sepoltura, il primo dei diritti umani. E pone un dilemma etico che va oltre la semplice pietas. È Creonte che ha il potere: cosa farà? 

Il potere può fare male se chi ce l’ha non sa gestirlo. Ci sono tanti Creonte oggi, anche da queste parti. E noi come Antigone dobbiamo difendere quello che pensiamo essere giusto. Questa è la lezione: noi siamo responsabili di ciò che succede, non gli altri. E invece il novello Creonte è sempre alla ricerca dell’altro responsabile. 

Ma non vogliamo abusare della pazienza dei nostri sette lettori a proposito dei quali qualcuno ci ha chiesto se siamo sicuri che siano tutti maschi. Ma no che non lo siamo. Fatto è che ancora una volta siamo caduti nel trabocchetto della lingua al maschile fatta da noi maschietti. Speriamo anzi che qualche lettrice ci sia e che ci perdoni. 

Dicevamo della pazienza: siamo ricorsi a Sofocle non per fare sfoggio di una sapienza che non abbiamo, ma perché bene si propone a proposito di cimiteri di cui intendiamo parlare qui oggi, con la giusta misura. 

Una nostra visita recente ci ha messo sotto gli occhi lo stato di incuria in cui versano i cimiteri a Nerviano. Quello del capoluogo, che di recente abbiamo attraversato tra cumuli di erba alta un metro e sporcizia nei viali a recare oltraggio alle tombe, ne è l’epitome. 

“Né sia mio commensale//né concorde con me//sia mai//chi facesse questo” canta il coro nel primo stasimo dell’Antigone. Con questa invettiva per l’affronto al primo dei diritti inalienabili, Sofocle ci racconta dell’ambiguità nell’essere umano e del potere e dell’uso che se ne fa.

Nei giorni scorsi siamo ritornati al cimitero: l’erba è stata tagliata ma i viali sono ancora sporchi. E sporchi sono anche i viali dei cimiteri delle frazioni. E allora, presi dallo sconforto, ci viene da pensare che non basta Sofocle con l’Antigone. Ci vengano in aiuto dunque Euripide con l’Alcesti, Eschilo con i Persiani, Omero con l’Iliade. 

È possibile che le dinamiche di gesta antiche millenni siano ancora tanto, troppo attuali? Si, rispondiamo con certezza assoluta, considerando che la guerra di Troia è in fondo la battaglia per il controllo commerciale di uno stretto, e che oggi se ne combatte una simile per lo stretto di Hormuz tra contendenti la cui epica narrativa è però da farsa. 

Duemilacinquecento anni sono trascorsi, la democrazia è una pianta che ha bisogno di essere annaffiata tutti i giorni da ciascuno di noi: ad Atene nel 422 a.C., a Nerviano nel 2026 d.C.


gaf

Per saperne di più consigliamo: Morte e pianto rituale di Ernesto De Martino, ed Einaudi.