Se un
episodio è un episodio, tanti episodi rischiano di riguardare una vera e
propria sindrome. Alla politica spetta il compito di creare un clima generale
di rispetto reciproco e di condivisione di valori che possa consentire anche
una lettura più obiettiva ed equanime delle vicende attuali. Ma tutto questo
sembra essere reso difficile da una irriducibile contrapposizione ideologica.
Con troppa frequenza si levano voci e si agitano polemiche che sembrano
ossessionate da una volontà di riscrivere la realtà. “L’insulto è soprattutto
un congegno retorico di costruzione dell’identità che regola e spesso determina
le dinamiche e i rapporti interni ai gruppi sociali o esterni ad essi. Un’offesa
alimenta la polarizzazione tra gruppi, divaricando l’opposizione tra il “noi” e
il “loro”. Additare i membri di altri gruppi sociali come disonesti e
incompetenti, significa dichiarare la propria estraneità a tali tratti. Chi
insulta rivendica la detenzione di una superiorità gerarchica di natura
intellettiva e morale. L’offesa è un dispositivo di dominio, una forma di violenza
simbolica che pretende di essere accettata come legittima espressione
dell’ordine delle cose” (\Insultare gli altri, di Filippo Domaneschi, Einaudi
2020). Nell’arena politica, l’insulto è uno dei più efficaci strumenti di
delegittimazione dell’avversario, capace di squalificare e irridere il
contendente e di screditarlo agli occhi dell’elettorato. L’ingiuria nel
linguaggio della politica non ha solo una funzione demolitrice; in assenza di
idee, competenze e contenuti politici, sembra essere l’unico strumento di
attrazione e costruzione del consenso. Denigrare l’avversario politico è
infatti un modo per invocare una scelta di campo; ovvero, esortare chi ascolta (o
legge) a manifestare la volontà di appartenenza al gruppo di colui o colei che
insulta. L’insulto diventa dunque una pratica, una combinazione di parole,
azioni e pensieri; un modo di concepire le relazioni con gli altri, le
differenze interpersonali, le categorie morali e le regole dell’agire sociale.
È una forma di vita. Infine, ad alimentarle queste vite ci si mettono i social:
“La tentazione di adoperare i social come mezzi pervasivi di propaganda prevale
sulla possibilità di farne veicoli di colloquio” (Sergio Mattarella). "Non
chiamiamoli più leoni da tastiera, chiamiamoli iene o avvoltoi, con tutto il
rispetto per quelle bestie" (Massimo Gramellini).
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