Dopo la vittoria repubblicana al referendum il re fu allontanato dall’Italia e l’Assemblea costituente poté cominciare la sua opera in una atmosfera più serena.
Quello che ne uscì fu il “patto” che diede luogo alla Costituzione. Non un manifesto ideologico, ma un compromesso capace di scrivere norme che potessero esprimere punti di incontro tra posizioni diverse, come erano quelle rappresentate dai diversi gruppi partecipanti all’assemblea costituente. Come si disse fin da allora, un “compromesso costituzionale”.
La caduta del fascismo fu dunque l’inizio di una nuova fase della nostra storia, la democrazia, parola che suonò bella alle orecchie delle donne e degli uomini della metà del XX secolo che la sentivano per la prima volta.
Da quel 2 giugno 1946 sono passati ottant’anni. Gli italiani di allora non immaginavano forse quello che sarebbe successo “dopo”. Molto sarebbe cambiato, in maniera dapprima lenta, ma poi sempre più veloce, e l’orizzonte della modernità sarebbe entrato in crisi, sino a dissolversi definitivamente con la caduta del muro di Berlino.
Quel grande disegno di emancipazione politica degli italiani è andato incontro anche a grandi tragedie, ma ha permesso di realizzare i sogni di libertà, di uguaglianza e democrazia che avevano alimentato il lavoro dei Padri della Repubblica.
Pensiamo che oggi ci sia una distanza molto forte, un solco profondo, tra quegli anni del novecento e questi nostri che stiamo vivendo. E forse non riusciamo ad affrontare con coraggio l’eredità del secolo passato, un’eredità che può davvero essere scomoda e può anche farci paura perché si rappresenta con sembianze diverse, che sono una sorta di deformazione e di degradazione dei valori novecenteschi privati della loro originaria funzione. Forse è arrivato il momento di recuperare il senso della passione politica che animò quei nostri Padri fondatori. E tornare a parlare di libertà, che sentiamo da più parti minacciata. Nessuno di noi dovrà farsi estraneo alla società in cui gli è toccato vivere e ai suoi problemi, né dovrà dire: “non mi riguarda. La libertà non è solo un imperativo morale individuale; è una esigenza collettiva che vale come premessa per la ricerca delle strade che conducono fuori dei vicoli ciechi in cui ci siamo cacciati.
Su tutti noi grava la responsabilità dell’uso che ciascuno avrà fatto della sua libertà. Non c’è vita individuale fuori della società. Vivere in società è un nostro compito, un compito attivo e cosciente.
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