07 giugno 2026

Dio vive nella città


Ci è capitato di recente di passare per un breve saluto alla festa di fine anno del centro 
don Milani al quartiere Gescal. Tantissimi bambini e bambine e tante mamme. Una bella festa che si è protratta per tutto il pomeriggio e infine, a sera si è trasformata in una grande tavolata partecipata da intere famiglie. 

Nei giorni successivi continuavo a pensare a quel pomeriggio di festa. 

È recente una ricerca di Save the Children dal titolo indicativo di “I luoghi che contano” condotta nelle periferie di 14 Città metropolitane. Qualche dato. Un minore su 10 vive in periferie vulnerabili. Il 43% delle famiglie vive in povertà relativa. Tra ragazze e ragazzi dai 15 ai 29 anni 1 su 3 non studia e non lavora. Il 15,4% (uno su sette) di studentesse e studenti delle scuole medie inferiori e superiori ha abbandonato o ripetuto l‘anno scolastico (la media altrove è del 7,6%). Al 16,7% è capitato di non avere il materiale scolastico a inizio anno, e al 17,3% di non potersi permettere di partecipare a una gita scolastica. Un giovane su due soffre lo stigma del quartiere e ritiene di essere giudicato per questo dai suoi coetanei. 

La ricerca continua con tanti altri dati interessanti, ma ci fermiamo per dare spazio a una breve riflessione. 

Ci sembra che i bisogni espressi siano molto semplici: pulizia e decoro, luoghi dove trovarsi, spazi per fare sport, musica e cultura, e una maggiore considerazione per il luogo in cui si vive. 

Non solo l’ambiente familiare dunque, ma anche il contesto urbano e le possibilità che questo offre determina le scelte e le prospettive di vita. 

Tornando al quartiere Gescal, questo è solo una delle diverse “forme di rifiuto” che hanno contribuito in misura determinante a stabilire una gerarchia sociale nell’uso dei suoli urbani. “Il paese si disegna in ghetti ognuno con i propri modi di vita, i suoi modelli culturali specifici le sue abitudini e le sue “lealtà politiche”. (P. George, Fine di secolo in occidente). Il risultato è l’isolamento etnico e/o sociale, la solitudine, l’incomprensione e la paura, oltre all’aumento incontrollato della asocialità, del vandalismo e dell’aggressività. 

“Dio vive nella città”, si leggeva nel documento finale della conferenza di Aparecida (2007), presieduta dal cardinale Bergoglio, e l’abbiamo scelto come titolo di questa nostra nota domenicale. Un concetto che, diventato papa, Francesco ribadisce nella sua prima esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” promulgata il 24 novembre 2013. Da un papa all’altro ed ecco Leone XIV richiamare Agostino: ”Sono tempi cattivi, dicono gli uomini. Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi”.


gaf

31 maggio 2026

Per il 2 giugno Festa della Repubblica


Il 2 giugno 1946, gli italiani tutti, uomini e donne finalmente “elettori ed elettrici” si espressero per 
la scelta repubblicana. Fu una scelta di grande importanza: non si trattava solo di scegliere se avere un re o un presidente della repubblica. Era in gioco la continuità col regime precedente. Il popolo italiano scelse la rottura con il passato regime criminale, attraverso l’abolizione della monarchia, che avrebbe rappresentato il segno più visibile della continuità. 

Dopo la vittoria repubblicana al referendum il re fu allontanato dall’Italia e l’Assemblea costituente poté cominciare la sua opera in una atmosfera più serena. 

Quello che ne uscì fu il “patto” che diede luogo alla Costituzione. Non un manifesto ideologico, ma un compromesso capace di scrivere norme che potessero esprimere punti di incontro tra posizioni diverse, come erano quelle rappresentate dai diversi gruppi partecipanti all’assemblea costituente. Come si disse fin da allora, un “compromesso costituzionale”. 

La caduta del fascismo fu dunque l’inizio di una nuova fase della nostra storia, la democrazia, parola che suonò bella alle orecchie delle donne e degli uomini della metà del XX secolo che la sentivano per la prima volta. 

Da quel 2 giugno 1946 sono passati ottant’anni. Gli italiani di allora non immaginavano forse quello che sarebbe successo “dopo”. Molto sarebbe cambiato, in maniera dapprima lenta, ma poi sempre più veloce, e l’orizzonte della modernità sarebbe entrato in crisi, sino a dissolversi definitivamente con la caduta del muro di Berlino. 

Quel grande disegno di emancipazione politica degli italiani è andato incontro anche a grandi tragedie, ma ha permesso di realizzare i sogni di libertà, di uguaglianza e democrazia che avevano alimentato il lavoro dei Padri della Repubblica. 

Pensiamo che oggi ci sia una distanza molto forte, un solco profondo, tra quegli anni del novecento e questi nostri che stiamo vivendo. E forse non riusciamo ad affrontare con coraggio l’eredità del secolo passato, un’eredità che può davvero essere scomoda e può anche farci paura perché si rappresenta con sembianze diverse, che sono una sorta di deformazione e di degradazione dei valori novecenteschi privati della loro originaria funzione. Forse è arrivato il momento di recuperare il senso della passione politica che animò quei nostri Padri fondatori. E tornare a parlare di libertà, che sentiamo da più parti minacciata. Nessuno di noi dovrà farsi estraneo alla società in cui gli è toccato vivere e ai suoi problemi, né dovrà dire: “non mi riguarda. La libertà non è solo un imperativo morale individuale; è una esigenza collettiva che vale come premessa per la ricerca delle strade che conducono fuori dei vicoli ciechi in cui ci siamo cacciati. 

Su tutti noi grava la responsabilità dell’uso che ciascuno avrà fatto della sua libertà. Non c’è vita individuale fuori della società. Vivere in società è un nostro compito, un compito attivo e cosciente.


gaf



Madri e padri della Patria

“Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale//non si trattien lo strale, quando dall’arco uscì”. 

Nella nota domenicale ultima siamo incorsi in uno spiacevole errore. Eppure eravamo stati attenti ai generi ma, poi ecco l’inciampo, che riportiamo per intero. “Quel grande disegno di emancipazione politica degli italiani è andato incontro anche a grandi tragedie, ma ha permesso di realizzare i sogni di libertà, di uguaglianza e democrazia che avevano alimentato il lavoro dei Padri della Repubblica”. Una lettrice tra i sette che ci seguono ci ha fatto notare l’errore e noi proviamo a rimediare, in barba al Metastasio, l’autore dei versi che aprono questa nota. Quel 2 giugno 1946 vennero eletti in 556, chiamati a far parte dell’Assemblea costituente, che, in soli 18 mesi scrissero il testo della nostra Costituzione. Tra quei 556, per la prima volta nella nostra storia, c’erano 21 donne, madri della patria dunque, che ebbero un ruolo fondamentale. Con il loro impegno e il loro coraggio meritarono di sedere sui banchi della costituente, al pari degli uomini. Ventuno donne diverse, partigiane, insegnanti, sindacaliste, intellettuali, operaie, che contribuirono in misura determinante a scrivere la nostra Costituzione.

gaf (01/06/2026 19:28)


24 maggio 2026

Dell’area detta ex Meccanica, e di come renderla un autentico centro di vita comunitaria

Nella nota di domenica scorsa dicevamo della mancanza di un tempo città. Cominciamo dunque a parlarne. 

La questione del complesso noto come “ex Meccanica” rientra nel più generale problema del recupero degli spazi alla pubblica fruizione. L’edificio si prefigura come uno “spazio di vita” capace di produrre dinamiche relazionali. Si intende prendere in considerazione l’intero complesso e intervenire mantenendo ferma la sua evidente vocazione sociale. 

Si comincia dal parco, dall’area destinata alle attività sportive, dall’anfiteatro e dal porticato in fondo fin qui non valorizzati. Quindi si passa all’edificio e alla destinazione a cui votarlo e già fin d’ora noi immaginiamo di insediarci, tra le altre cose, la Biblioteca, e su questo torneremo. Il bar rappresenta una occasione straordinaria per un progetto di inclusione di soggetti diversamente abili, pensiamo a qualcosa di simile all’esperienza di Pizzaut, per intenderci. 

L’obiettivo è chiaro: creare la consuetudine a trovarsi con una certa ciclicità, frequentando il parco e le aree circostanti, affermando così la forte vocazione sociale del posto. Con tutte queste caratteristiche socializzanti, l’area assume i caratteri di un vano collettivo per più generazioni di cittadini, diversi per genere e per età, un’area ricca di simboli che ancora ci parlano. 

Un nostro vecchio progetto poneva la Biblioteca in questo luogo e comprendeva l’idea che una biblioteca non fosse solo uno spazio attrezzato per la lettura ma un sistema di comunicazione, finalmente costituita da spazi quantitativamente e qualitativamente adeguati, dalle attrezzature indispensabili e dal personale necessario. 

Ci sono poi le aree per i giochi all’aria aperta e per la pratica sportiva e c’è il Bocciodromo naturalmente. 

Abbiamo qualche nozione di sociologia urbana e nessuna di urbanistica, dunque ci perdonino gli esperti, corrano in nostro aiuto e ci diano una mano a ripensare gli spazi esistenti. Puntiamo infatti soprattutto sul “recupero dell’esistente”, sul risanamento conservativo e sulla riqualificazione delle aree e degli edifici, così che alla salvaguardia dell’ambiente architettonico si accompagni la “salvaguardia sociale”. 

La gente rivendica con sempre maggiore energia i propri “diritti urbanistici”, parte integrante dei diritti civili, e vuole che le aree e gli spazi urbani dismessi siano recuperati e destinati ai servizi pubblici e alle attrezzature collettive. 

Eccola dunque la ex Meccanica, per noi il luogo delle relazioni intense e serene tra i sessi e le generazioni diverse e di diversa provenienza geografica, capace di realizzare vicinanza e convivenza priva dei veleni dell’odio e della sopraffazione. 

Confessiamo una passione per la specie umana e per la vita, perciò con Zygmunt Bauman diciamo che “Occorre dare risposte sociali ai problemi individuali”.


gaf

23 maggio 2026

Spazi pubblici a Nerviano

A Nerviano mancano spazi pubblici per associazioni e cittadini e la Giunta Colombo conferma la destinazione a bar della sala civica "Sandro Pertini dell'ex Meccanica.

Quanti di voi hanno seguito i Consigli Comunali sanno che i Consiglieri PD, con gli altri colleghi di opposizione, hanno chiesto alla maggioranza di recuperare la sala civica all’interno dell’ex Meccanica all’uso per il quale è stata realizzata.

La richiesta era, ed è, semplice: in occasione del nuovo bando sottrarre dagli spazi da affittare ai nuovi gestori del bar dell’ex Meccanica la sala civica, diventata in questi anni parte integrante dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande, è occupata da frigoriferi, bancone, segni distintivi del bar a coprire le finestre. Chi di voi è entrato in questi anni ha sicuramente visto lo stato in cui versa la sala civica, o forse non ha neppure capito trattarsi della sala civica a meno di avere letto la targa apposta all’ingresso.

La risposta della Sindaca è stata negativa, solo una vaga, molto vaga, promessa di trovare un accordo per quantificare il numero di giorni per l’utilizzo della sala. In buona sostanza si dovrebbe concordare con il conduttore in locazione del bar l’uso della sala con destinazione pubblica!

Promessa vaga, ma soprattutto inaccettabile.

La sola risposta che possiamo accettare è quella di ridare senso e dignità alla sala civica, intitolata al più amato dei Presidenti, perché torni ad uso esclusivo pubblico: luogo di incontro e di confronto.

Quello che sta accadendo per la sala civica Pertini è un esempio del disinteresse e dell’incapacità della Giunta Colombo di occuparsi e valorizzare gli edifici pubblici che, abbandonati o dismessi per il trasferimento di uffici e funzioni ad altre amministrazioni, vanno via via degradandosi, mentre mancano luoghi di aggregazione per i giovani.

E di spazi che consentano e favoriscano l’aggregazione e l’inclusione Nerviano ha un gran bisogno; anche su questo stiamo lavorando in quest’anno che ci separa dalle prossime elezioni, nel confronto con i tanti, singoli e associazioni, che credono che l’Amministrazione Comunale, il Comune insomma, possa essere reale riferimento per una Nerviano aperta e accogliente per tutti. 

E, come ci piace dire, SI PUO’ FARE.


Antonella Forloni

Capogruppo consiliare PD a Nerviano