Tutti, a parole, auspichiamo un confronto politico civile e tollerante, che si sottragga al
facile e seducente gioco del linguaggio dell’odio e dell’insulto.
Tutti, a parole. Nei fatti sempre più spesso ci capita di ascoltare e/o leggere espressioni che ci disorientano, ci spiazzano perché mai dispongono al confronto. Non è mai un discorso sereno e
soprattutto non è mai un dialogo (dia, attraverso, e logos, parola) dove non si impongono
idee ma si cercano punti di contatto che non sempre si trovano ma non per questo ci si
deve detestare.
Dipende dagli interlocutori, dice quel tale. Se da una parte c’è uno o una
con un Io come quello richiamato dal titolo di questa nostra nota, non ce la caviamo. Noi
abbiamo una identità debole come politici, eppure ci sentiamo sempre più fieri di questa
debolezza. Crediamo che possa essere una risorsa se siamo capaci di metterla in
comune.
Il pensiero va a chi, nel discorso politico e ancor più entro i confini dei social
media, ricorre con singolare e inquietante frequenza a forme di linguaggio di violenza
verbale; ne parlavamo domenica scorsa. Da un po’ di tempo a questa parte sembra che la
competenza denigratoria sia diventata un ingrediente fondamentale di una comunicazione
politica che voglia essere persuasiva ed efficace. Una spiccata propensione a un
linguaggio aggressivo si registra in taluni individui tendenti a comportamenti competitivi,
impazienti e, soprattutto, ostili e litigiosi.
“Ogni monologo puro, incapace di correggersi e modificarsi nella dialettica del dialogo, è tendenzialmente un discorso della follia. Bloch identificava il delirio con l’assenza di dialettica, di quel confronto con l’altro e di quel superamento e correzione delle proprie posizioni che consentono al pensiero di non irrigidirsi mai nell’immobile identità con se stesso, ma di straniarsi, di diventare altro da sé, di scindersi e riunirsi di continuo, di trasformarsi, di divenire. Anche il colloquio con se stessi può essere un dialogo, un confronto con una voce che è nostra ma nella quale echeggiano la voce e le esigenze degli altri.” (Claudio Magris, Itaca e oltre, ed. Garzanti 1982)
gaf
Il titolo della nota domenicale di oggi l’abbiamo rubato a Susan Sontag. Il suo libro, che si
intitola “Io, eccetera”, ed. Einaudi. Vi consigliamo di leggerlo.




