26 aprile 2026

Tradizioni e identità

Da qualche tempo al tavolo della nostra colazione abituale è comparsa la bsissa, una polvere di orzo e ceci tostati a cui si aggiunge un po’ di olio d’oliva, del miele e della frutta secca, diluendo il tutto con dell’acqua in modo che assuma la consistenza di uno yogurt. È un cibo considerato sacro nella cultura tunisina, molto nutriente che non manca mai nella sacca di chi si prepara a lunghi viaggi. 

Putignano, in Puglia, si usa preparare con gli stessi ingredienti un prodotto tradizionale che prende il nome di farinella

C’è da stupirsi? Non direi se guardiamo dall’alto il Mediterraneo e tutti i paesi che si affacciano su questo mare antico e ricco di storie. 

Niente di più facile che i Saraceni l’abbiano portata ai tempi dell’Emirato di Bari. 

A Palermo, nel Palazzo dei Normanni (invasori questi che arrivavano dal nord) ha sede l’Assemblea regionale della Sicilia: è forse il palazzo simbolo di quella “identità siciliana” a cui è dedicato anche un assessorato. 

Orbene in questo palazzo troviamo la Cappella Palatina, luogo di culto e sala del trono di Ruggero II. L’ambiente è rivestito da mosaici realizzati da artisti provenienti da Costantinopoli e coperto da uno strepitoso soffitto ligneo “a muqarnas”, un complicato sistema decorativo a nido d’ape tipico dell’architettura islamica che troviamo anche all’Alhambra di Granada (e l’identità spagnola?). 

Dunque sulla testa di generazioni di siciliani, ferventi fedeli, che assistevano alla messa e pregavano assorti rivolgendo gli occhi al cielo (e al soffitto), incombe da quasi mille anni il racconto della vita di Ruggero con scritte arabe in alfabeto cufico.

Una mescola di culture e religioni, come ci ricordano le figure di musici, danzatrici, animali feroci, atleti che sovrastano il Cristo. 

Il tutto è lì dal 1140, opera di maestranze iraniane o egiziane. Eccoli i tratti ricorrenti nel corso dei millenni di storia del Mediterraneo. 

Uno striscione intravisto sabato pomeriggio 18 aprile in piazza Duomo a Milano, al raduno dei “patrioti”, portava una scritta: “tradizioni e identità”

Quali tradizioni e quali identità? 

Così, ripensandoci, oggi abbiamo raccolto in questa nota alcune riflessioni, senza scomodare la Sociologia o la Storia o l’Antropologia culturale, ma partendo da fatti di vita quotidiana. 

E tanti altri ce ne sarebbero. 

Di quale identità stiamo dunque parlando? 

“La Patria è nel sangue che porti nelle vene” urlava un tizio quel pomeriggio. 

Quale Patria? Quella chiamata Repubblica, in cui tutti possono esprimere liberamente il proprio pensiero e che ci è costata vent’anni di lotta antifascista? Quella Patria che ha una Costituzione che all’art. 3 ci parla di uguaglianza “senza distinzione di razza”

Meno male che ieri, 25 aprile, quella piazza è stata ripulita dai manifestanti che avevano altre facce, più belle e più colorate. 

Come ricordava Michela Murgia, i confini non ci circondano, ma ci attraversano: siamo il frutto di mille incroci, siamo felicemente bastardi.


gaf

19 aprile 2026

Sfidare il racconto dei potenti

5 broken cameras è un bel film, che apprezzo molto e che ho consigliato a tutti i miei amici. L’ho visto in un piccolo cinema a Bristol, insieme a un centinaio di altre persone. Tutti hanno lasciato la sala convinti di aver visto un buon film. È necessario fare film sulla Palestina e tocca ai palestinesi realizzarli. Nel mondo ci sono molti popoli oppressi, ma alcuni aspetti nel conflitto israelo-palestinese lo rendono particolare. 

Innanzitutto Israele si presenta come una democrazia, come una nazione uguale a tutti gli altri Paesi occidentali, malgrado commetta dei crimini contro l’umanità e sebbene abbia instaurato con il sostegno militare e finanziario dell’Europa e degli Stati Uniti, un regime di apartheid simile a quello in vigore in Sudafrica fino agli anni ’90. 

Un’ipocrisia senza limiti. 

Appoggiamo un Paese che si dichiara democratico, lo sosteniamo a tutti i livelli nonostante i crimini che commette. Siamo cittadini, e dunque quando ci confrontiamo con questi crimini dobbiamo reagire in primo luogo da esseri umani, non importa quale sia la nostra posizione sociale o la nostra professione. La cosa fondamentale è informare le persone su quel che sta accadendo ai palestinesi. 

Con il progetto Brand Israel, Israele ha voluto presentare al mondo la sua immagine migliore coinvolgendo numerosi artisti. Si tratta di un’operazione in risposta alla campagna BDS (Boycott, Divestment and Sanctions – Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, avviata nel 2005), della quale sono stato sostenitore sin dall’inizio e che propone il boicottaggio culturale di Israele. Brand Israel è la prova che lo Stato israeliano, che si presenta come un pilastro culturale del mondo occidentale, è sensibile a questo tipo di boicottaggio. Dobbiamo rifiutare di farci coinvolgere nei progetti promossi da Israele. Il nostro obiettivo non sono gli individui, sono le azioni dello Stato israeliano che dobbiamo prendere di mira. Pensare il cinema come un mezzo per rompere la narrazione delle élite, dei potenti, questa è l’idea fondamentale di Ken Loach. Si, perché quello che avete letto fin qui “non è farina del mio sacco” come dice quel tale. È invece quanto scriveva il grande regista inglese nel 2015, autore di film straordinari che raccontano della gente comune alle prese con la superbia e l’arroganza del potere. Chiudiamo questa nostra nota domenicale ancora con le sue parole:” Se non vigiliamo, se non resistiamo finiremo col vivere in un mondo totalmente uniformato, in cui la lingua ufficiale sarà l’inglese americano. Ma l’arte può fare da detonatore, essere la scintilla che dà fuoco alle polveri. Dopodiché spetterà a noi alimentare la fiamma, tenere viva la rabbia e trasformarla in un movimento globale che possa condurre a un cambiamento radicale e profondo della nostra società nel suo complesso”. 

Per questo venerdì 24 aprile alle ore 20,45 nella Sala Bergognone verrà proiettato il film La voce di Hind Rajab che Kawthar ibn Haniyya ha scritto e diretto nel 2025.


gaf


5 broken cameras è un documentario del 2011 diretto dal palestinese Emad Burnat e dall’israeliano Guy Davidi. In Italia è stato mandato in onda su Rai3, nel 2013, col titolo 5 telecamere rotte, all’interno della trasmissione Doc 3.

12 aprile 2026

Piazza bella piazza ci passò la lepre pazza

Le città sono figlie della loro storia e delle loro storie. 

Da qui l’idea che se Nerviano non ha una piazza centrale è perché, negli anni non si è sentita alcuna necessità di averne una. 

La storia urbanistica italiana ha fatto della piazza il centro nevralgico della cultura e dello scambio mercantile e non solo, distinguendo quattro tipi di piazze: la piazza mercato, del sacro, del civile e del militare.

La piazza del sacro ce l’abbiamo, è la piazza della Chiesa. Quella del mercato resiste. Quella del militare, per fortuna non ci serve. Infine la piazza del civile, quella su cui si apre il Municipio, che ci siamo persi dopo lo scellerato rifacimento del ponte sull’Olona e la definitiva compromissione di piazza Manzoni, che piazza non è più.

L’Italia è una terra di città, fin dall’epoca romana, quando nacque la maggior parte delle città italiane, una tradizione che si è mantenuta e consolidata in epoca medievale, dando al territorio l’assetto che conserva tuttora. Nel corso del Rinascimento, gli architetti italiani lavorarono molto intorno al tema della “città ideale”, ricordiamo il Filarete tra tutti.

E la piazza, diretta erede dell’Agorà greco e del Forum romano? Che dire dell’importanza dellapiazza nello sviluppo della cultura del singolo e più in generale del pubblico? La piazza è da sempre il perno intorno al quale gravitano la vita civile e la vita religiosa. E’ un sistema di spazi pubblici pulsanti di una attiva vita comunitaria. Il concetto tipicamente italiano della piazza come “luogo teatrale” della vita cittadina trova in Piazza del Campo a Siena la sua più evidente semplificazione.

Ma noi non siamo a Siena e allora vale la pena soffermarsi sul perché della mancanza di una piazza “centrale”a Nerviano. Abbiamo in mente di indagare su questo tema, magari ricorrendo all’aiuto del Collettivo Pro Memoria. Per ora la risposta che ci viene in mente individua nelle diverse attività lavorative, l’imputato principale. Il lavoro sembra aver costruito il paese e costituito la ragione della sua vita, della sua progettualità e della sua definizione complessiva. Il lavoro, però, per dirla con Calvino, rende “le città invisibili”, costringendole a riempirsi e a svuotarsi di utenti, di clienti meglio, conformandole in maniera disordinata e trasformandole nei loro aspetti originari. Gli Dei di Platone si commuovono per l’uomo condannato al lavoro e gli regalano la pausa alla fatica, il riposo, gli regalano cioè le feste ricorrenti in Loro onore (Platone, Leggi). E alle feste serve una piazza, un palcoscenico naturale da percorrere da soli o in compagnia. 

Dunque quello della piazza sembra essere un tema importante, una questione attinente allo spazio cittadino, quello della socializzazione per intenderci. 

Il dibattito è aperto.


gaf


Il titolo della nota di oggi lo dobbiamo a Claudio Lolli

29 marzo 2026

Ancora un gallo per Mnemosine

La memoria autentica non guarda indietro, perché guardare indietro è mortale.

Orfeo perde Euridice perché si volta verso di lei; la moglie di Lot diventa una statua di sale perché trasgredisce il divieto divino di voltarsi, di guardare la catastrofe della sua città. Anche Enea va a fondare un grande impero del futuro, e per questo ha per mano il figlioletto Ascanio, ma portandosi dietro sulle spalle suo padre Anchise custode dei Penati. La cultura greca e quella ebraica guardano avanti. Ma guardano e procedono avanti portandosi dietro il senso e il valore della propria vita, ciò che non muore.

Dobbiamo essere capaci di ricordare chi siamo stati e chi siamo, perché siamo depositari di una memoria che appartiene ai cittadini ed è costitutiva del patto sociale. 

La memoria fa sì che ciò che è scomparso diventi realtà e valore. Ciò che è scomparso persiste come traccia disponibile a ulteriori operazioni. La storia è una macchina di racconti possibili dunque, una eredità destinata ad essere estesa, studiata e trasmessa. 

Proprio l’altra sera abbiamo assistito ad uno di questi racconti, magistralmente guidati da Aldo Bosotti, uno “ storico locale” che non ci sentiamo di definire dilettante visto il rigore filologico che ha guidato il suo lavoro. Egli è infatti l’autore di una ricerca sugli “Antichi rimedi per la cura di animali nella metà del XVI secolo”, la cui pubblicazione è stata curata dal collettivo Pro Memoria, presto destinato a diventare associazione; un gruppo che si è negli anni distinto per le ricerche accurate sulla storia locale. Questa volta l’argomento risulta particolarmente interessante e curato nei suoi riferimenti linguistici da sfiorare, con risultati sorprendenti, i temi cari alla sociolinguistica. 

Mentre ascoltavamo ci venivano in mente alcune pagine di Antonio Gramsci, sempre interessato alle tradizioni popolari. Così, una volta a casa ci siamo messi sulle tracce di vecchi ricordi e antiche letture. L’ora era tarda ma la serata ci aveva tenuti ben svegli e alla fine siamo riusciti nell’intento. Scrivendo alla sorella Teresina, in data 16 novembre 1931, Gramsci le dice: “ ricordi che zia Grazia credeva che fosse esistita una donna Bisòdia molto pia tanto che il suo nome veniva sempre ripetuto nel Pater Noster? Era il dona nobis hodie che lei, come altre, leggeva donna Bisòdia e impersonava in una dama del tempo passato …”. Donna Bisòdia diventa una santa puramente immaginaria documentata dalle ricerche dell’Antropologo Ernesto De Martino (Sud e magia): in Calabria ad esempio si crede in donna Bisòdia o donna Pissòdia, madre del Padreterno. Disponiamo di pochi documenti della vita popolare di alcune epoche, mentre, per le stesse epoche, abbondano i documenti di vita della cosiddetta cultura egemone. 

Mnemosine ringrazia Pro Memoria Nerviano!


gaf


Antonio Gramsci, Lettere dal Carcere, Torino, Einaudi, 1965

22 marzo 2026

Ci sarà un giudice a Roma

Abbiamo tra le mani un libro uscito qualche anno fa che ci racconta l’esperienza (stra)ordinaria di un giudice che avrebbe compiuto cento anni a maggio prossimo. 

Essere giudice al primo processo contro le Brigate Rosse può anche significare dormire in una Sagrestia perché nessuno voleva ospitare una persona che fosse nel mirino dei terroristi. 

“La vita di un magistrato diventa un banco di prova per l’idea di giustizia e lo specchio di un’epoca” scrive Walter Veltroni nella prefazione al libro di Severino Santiapichi Le ragioni degli altri, Milano, SugarCo edizioni 1988. 

Santiapichi (Scicli 25 maggio 1926 - Modica 17 settembre 2016) è il giudice dei grandi processi dal caso Moro al tentato omicidio di Giovanni Paolo II. È stato vicepresidente della Corte Suprema della Somalia, Presidente della Prima Corte di Assise di Roma, Procuratore Generale della Repubblica di Perugia, Procuratore ad Honorem della Corte di Cassazione fino a quando si è ritirato a vita privata cominciando una tarda carriera di scrittore. 

Il libro merita attenta considerazione anche se l’autore lo presenta con modestia eccessiva nel sottotitolo come i “frammenti dall’esperienza di un giudice”.

Sono frammenti significativi. Consentono, in un momento in cui la giustizia italiana è sotto il fuoco di critiche non sempre serene né sufficientemente informate, la ricostruzione della globalità, vale a dire la comprensione del problema in tutti i suoi aspetti. 

Vi è inoltre una ragione di ordine generale che raccomanda la lettura di questo libro. 

Ricerche socio psicologiche hanno da tempo appurato che la deformazione professionale dei giudici, per così dire, consiste in una visione dicotomica dell’umanità: da una parte, noi giusti, e giudicanti; dall’altra, tutti gli altri, attuali o potenziali criminali. Ci sembra bello che un giudice cerchi di capire e di esprimere “le ragioni degli altri”, e non in un ponderoso trattato, ma in uno svelto volumetto che si colloca fra il diario intimo e la tranquilla riflessione su episodi del passato. 

L’esperienza di Santiapichi, comune alla maggioranza dei giudici, ci ricorda il prezzo della pacata obiettività cui il magistrato è tenuto.

Il mugnaio di Potsdam, non rassegnato alla protervia assolutista, invoca “Ci sarà un giudice a Berlino”, manifestando così la speranza di potere arginare l’immenso potere di Federico II di Prussia che voleva espropriare e abbattere il suo mulino perché troppo vicino alla reggia che stava edificando a Sansoucì. Anche nella Prussia di Federico II dunque, non è per nulla scontato che il potere esecutivo possa sottomettere quello giudiziario, dando una speranza ai cittadini vessati dai tanti tiranni che li circondano. E allora noi speriamo che “ci sia un giudice” anche a Roma. 


gaf