15 febbraio 2026

Un gallo per Mnemosine

Abbiamo di recente ricordato avvenimenti tragici del ‘900. Il 27 gennaio e il 10 febbraio abbiamo riportato alla memoria due tragedie. 

Abbiamo alle nostre spalle una storia molto importante, davanti a noi un futuro nel quale ancora bisogna conquistare nuove frontiere di civiltà.  

Questi ultimi decenni hanno visto una forte spinta per una “nuova memoria storica pacificata”. 

Si fa sempre più frequente una critica postfascista all’antifascismo, una vera offensiva alla memoria. Negli ultimi anni, c’è stato poi un forte inasprimento della disputa politica e culturale sulla memoria della Resistenza, con un martellante attacco revisionista nei confronti della lotta partigiana. E qualche farabutto arriva a negare che ci siano stati i campi di sterminio e sei milioni di ebrei uccisi per mano dei nazisti e dei fascisti. 

Accade oggi ma è un fenomeno che ha radici che affondano indietro nel tempo. 

E se rispetto a prima i gruppi neofascisti sono meno “vivaci” non è perché l’Italia ha risolto i conti col passato, ma semplicemente perché molte di quelle istanze stanno direttamente al governo del paese e possono diventare legge. Qualcosa si sta già muovendo e tra non molto andremo a votare su argomenti che stravolgono gli equilibri tra organi istituzionali fondamentali quali Governo e Magistratura e attaccano la Costituzione stessa. 

È dunque necessaria una strategia comune che veda tutti i democratici impegnati a trasformare la memoria in educazione permanente delle nuove generazioni. 

Non è per niente strano che un giovane dica del Novecento “il secolo passato”, e lo dirà come noi abbiamo detto “secolo passato” per l’Ottocento. 

C’è un’ulteriore e conseguente differenza. 

Se gli adulti ricordano il Novecento attraverso l’esperienza diretta, i giovani possono farlo soltanto attraverso l’esperienza indiretta del racconto: quello “caldo” dei genitori e dei nonni, e quello più “freddo” dei libri di storia. Oppure attraverso la reinvenzione operata dai media. 

Davanti a questi fatti abbiamo il dovere di mantenere alta una ferma mobilitazione a difesa della verità storica. 

La sera del 27 agosto 1950 venne ritrovato, nella camera dell’hotel torinese in cui Cesare Pavese si suicidò, un cartellino sul quale lo scrittore aveva trascritto la frase conclusiva del dialogo di Circe con Leucotea, tratto dai suoi “Dialoghi con Leucò”. Circe aveva parlato a lungo del suo incontro con Odisseo per cui Leucotea le fa rilevare che, non avendo Circe fatto di lui né un maiale né un lupo, l’aveva fatto “ricordo”, e Circe così conclude: ”l’uomo mortale non ha che questo di immortale, il ricordo che porta e il ricordo che lascia”. 

Questa è oggi la nostra condizione e la nostra responsabilità, assolute e irrinunciabili.


gaf



10 febbraio 2026

Oggi, 10 febbraio 2026, ” Il giorno del ricordo “

Oggi l’Italia celebra il ricordo del costo della libertà pagato dalle terre di confine nel clima di repressione e di violenza cominciato sotto il fascismo, nel quadro dell’occupazione militare italiana e tedesca della Slovenia e della Croazia. 

A poco più di una settimana (non è un caso) ci ritroviamo a celebrare il ricordo di una tragedia incominciata alla fine della prima guerra mondiale, quando hanno inizio i tentativi italiani di assimilare gli sloveni e i croati. 

Il punto di partenza della criminale violenza è l’incendio del Narodni Dom (Casa della Cultura) sloveno a Trieste, nel 1920, da parte dei fascisti, rimasto il simbolo della snazionalizzazione compiuta da parte italiana nei confronti degli sloveni non solo col fascismo ma già prima, sia pure in forme meno brutali. 

L’assimilazione coatta, la soppressione delle scuole slovene, il frequente disconoscimento agli sloveni di elementari diritti e di identità triestina a pieno titolo, ha eretto un muro di ignoranza che ha separato a lungo gli italiani dalla minoranza slovena, privando entrambe le comunità di un essenziale arricchimento reciproco.

Comunità che furono poi travolte dalla tragedia che portò alle foibe del 1943 e del 1945 e all’esodo lacerante dall’Istria della popolazione italiana là residente da secoli. Foibe dove vennero gettati migliaia di italiani, fascisti, antifascisti e molti senza appartenenze politiche, colpevoli solo di essere italiani. 

E poi in un lungo dopoguerra, dal ’45 al ’54, una pulizia etnica che puntava a sradicare l’italianità di quelle terre. 

Il giusto e doveroso ricordo di quella tragedia non esaurisce il nostro compito di oggi. 

Proprio le pulizie etniche che ancora qualche anno fa hanno insanguinato i Balcani e i suoi popoli, e oggi sembrano riguardare l’Ucraina e la Palestina o quel che ne rimane, i curdi, gli armeni e molte altre etnie, ci dicono che le ragioni della tolleranza, della convivenza e del riconoscimento delle identità di ogni persona e comunità, non sono mai valori acquisiti definitivamente. 

La tragedia degli esuli istriani e dalmati, così come le sofferenze conosciute via via dai popoli dei Balcani, della Palestina, dell’Ucraina, dell’Armenia, sono l’espressione di un nazionalismo che ha inquinato ideologie, nazioni e popoli con la sciagurata teoria della omogeneità etnica degli Stati. 

Una teoria che non solo nega quel pluralismo culturale, etnico e religioso essenziale perché la democrazia viva, ma che porta gli individui a pensare che per vedere soddisfatte le proprie aspirazioni occorre negare, reprimere e distruggere tutto ciò che è diverso da sé. 

L’integrazione europea è il contesto più favorevole per sanare le ferite della storia ancora aperte, e consentire a ogni comunità, come quelle italiane che vivono oggi in Slovenia e Croazia e quella slovena che vive in Italia, di affermare la propria identità senza paura. 

La soluzione a questo nodo cruciale sta dunque nell’Europa e nella sua integrazione. 

Un Europa plurale, capace di riconoscere l’identità di ognuno e di farla vivere non contro, ma insieme alle identità altrui. 

Chissà se, come dice la Scrittura, le ossa umiliate – tutte le ossa umiliate - un giorno risorgeranno.


gaf



01 febbraio 2026

Il formaggio e i vermi


Viene in mente la vecchia battuta del film Il terzo uomo :”In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto assassinii, guerre e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto per cinquecento anni amore fraterno, pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù”. 

Si fa fatica oggi a pensare alla Svizzera col dovuto rispetto. Con tutta la forza delle nostre convinzioni, con la consapevolezza che non sono la “verità”, ma semplicemente ciò in cui crediamo, ci appelliamo al senso di giustizia da cui spesso le leggi sembrano lontane.

“I popoli non amano essere conquistati e per questo non lo saranno. Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combattere nella sconfitta. Gli uomini-gregge, seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini-gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre.” È un brano tratto da La luna è tramontata di John Steinbeck. 

Il novecento: il secolo perduto, diceva quel tale. E il duemila? Non sembra aver avuto un buon inizio. Svizzera, Russia e Stati Uniti sono oggi chiamati a rispondere dell’abbandono di un sistema di garanzie e sicurezze che è stato uno dei passaggi di civiltà della nostra società e oggi sembra messo in difficoltà da interessi puramente economici e dall’arroganza del potere.

Il terzo uomo è un film del 1949 diretto da Carol Reed e interpretato da Holly Martins, Orson Welles e una splendida Alida Valli. Lo sceneggiatore fu lo scrittore britannico Graham Greene che ne fece anche un romanzo con lo stesso titolo.

La luna è tramontata è un romanzo del 1942 dello scrittore statunitense premio Nobel John Steinbeck. Ci racconta un episodio della Resistenza norvegese contro l’occupazione nazista e bene rappresenta la volontà di un popolo di non lasciarsi sopraffare.

Il secolo perduto è un concetto trattato da diversi autori riuniti in un testo curato da Filippo Pennacchi per le edizioni Unicopli.

Del perché del titolo Il formaggio e i vermi che è ispirato a un libro dello storico Carlo Ginzburg sulla storia delle classi subalterne, lo lasciamo all’immaginazione dei nostri sette lettori.


gaf

26 gennaio 2026

174517

174517 era il numero di Primo Levi nel campo di Auschwitz. 

Oggi lo riproponiamo, per lui e per i milioni di ragazze e ragazzi, donne e uomini scomparsi nei campi di sterminio. 

“A partire dall’inizio del 1942 ad Auschwitz e nei lager che ne dipendevano, il numero di matricola dei prigionieri veniva tatuato sull’avambraccio sinistro. In ossequio al tipico talento tedesco per le classificazioni si venne presto delineando un vero e proprio codice: gli uomini dovevano essere tatuati sull’esterno del braccio e le donne sull’interno.” 

Questo leggiamo in "I sommersi e i salvati" di Primo Levi che più in là continua 

“A distanza di quarant’anni il mio tatuaggio è diventato parte del mio corpo. Non me ne glorio, né me ne vergogno, non lo subisco e non lo nascondo. Lo mostro malvolentieri a chi me ne fa richiesta per pura curiosità: prontamente e con ira a chi si dichiara incredulo. Non siamo molti nel mondo a portare questa testimonianza.” (…)

Bruno Schulz, scrittore polacco che fu ucciso per strada nel 1942 da un ufficiale della Gestapo per una crudele ripicca verso un altro ufficiale che in quel momento lo proteggeva, tra l’indifferenza e la paura di tutti quelli che affollavano la strada. Ci viene in mente mentre leggiamo di uccisioni per strada di gente inerme da parte di “reparti speciali di polizia” nell’America democratica. 

L’autodafé della libertà non inizia con la violenza ma con l’indifferenza al destino degli altri. 

Come antifascisti e “costruttori di memoria” siamo impegnati e rendere chiaro a tutti che cosa è stato veramente il fascismo, non solo negazione di democrazia, di libertà e di uguaglianza, ma vera e propria struttura di persecuzione, di crimine, di odio razziale, di xenofobia. 

La consapevolezza di questa dimensione delittuosa del fascismo e del nazismo deve essere patrimonio di tutti, sia della sinistra, sia della destra, perché senza questa consapevolezza, non ci può essere democrazia. 

Noi non vogliamo essere la generazione che dimentica e che rimuove.


gaf




17 gennaio 2026

Noi del Partito Democratico

“Quando abbiamo dato vita al PD, nel 2007, l’intenzione era chiarissima: unire le grandi culture progressiste e democratiche, figlie dell’umanesimo e del solidarismo, in un unico strumento democratico per dare al paese una forza progressista capace di governarlo e rappresentarlo nel modo più giusto, equo e condiviso... quindi, non esserci per esserci, magari rinchiusi in un perimetro difensivo, comodo ma minoritario, ma esserci per fare, assumendosi rischi e responsabilità”. 

Parole di Emanuele Fiano, che facciamo nostre per chiamare all’unità e all’impegno tutte le forze progressiste e democratiche presenti sul territorio di Nerviano.  

L’opposizione è preziosa quando è scomoda oltre che veritiera e quando costringe a confrontarsi con la realtà e a non rifugiarsi nei racconti di comodo. Le passioni nascono a contatto con la prossimità dei problemi della vita, e dunque tutti fuori, all’aria aperta e per le strade. Incontriamoci e mettiamoci insieme. 

Abbiamo imparato da bambini che la solidarietà è un bene, il prossimo si aiuta, un uomo in mare si salva, se fai un vaccino non ti ammali. 

Avevamo maestri che avevano fatto la guerra o erano stati partigiani e non c’erano dubbi sul fatto che il fascismo e il nazismo fossero stati il male assoluto del 900. 

Noi siamo democratici e moderati. 

Prima democratici e poi moderati, ci viene da dire parafrasando Torelli Voiller che, nel primo numero del Corriere della Sera (da lui fondato) del 5-6 marzo 1876 scrive: “Noi siamo conservatori e moderati, prima conservatori e poi moderati”. 

Siamo vicini a quell’uomo, col quale condividiamo con orgoglio la città natale e la passione per il giornale da lui fondato e da noi amato. 

È urgente ritrovare l’idea del bene comune e dei legami sociali, che si traduce in responsabilità dell’uno verso l’altro. 

È necessario avere una visione del “verso dove” si voglia andare, mossi da valori e principi chiari e declinati in criteri concreti e azioni conseguenti, attrezzati con una cultura politica viva e condivisa e uno “strumento” valido e efficiente, cioè un partito che noi mettiamo a disposizione, che ci permetta di individuare, determinare e sviluppare una rappresentanza democratica per le prossime elezioni. 

È intorno a questo partito che vorremmo ritrovarci tutti insieme, non chiedendo alcuna affiliazione ma condividendo valori e principi e idee e battaglie.

Le parole di papa Leone XIV e del Presidente Mattarella a fine anno indicano una strada: la partecipazione. E noi ci uniamo a loro nel sollecitarla. 

Il silenzio e gli equilibrismi (né di qua né di la, né con questi né con quelli) funzionano nei tempi ordinari: ma questi sono tempi straordinari e chi oggi si fa da parte ha la responsabilità di che cosa avalla. 

È più tardi di quanto crediate.

gaf