Da qualche tempo al tavolo della nostra colazione abituale è comparsa la bsissa, una polvere di orzo e ceci tostati a cui si aggiunge un po’ di olio d’oliva, del miele e della frutta secca, diluendo il tutto con dell’acqua in modo che assuma la consistenza di uno yogurt. È un cibo considerato sacro nella cultura tunisina, molto nutriente che non manca mai nella sacca di chi si prepara a lunghi viaggi.
A Putignano, in Puglia, si usa preparare con gli stessi ingredienti un prodotto tradizionale che prende il nome di farinella.
C’è da stupirsi? Non direi se guardiamo dall’alto il Mediterraneo e tutti i paesi che si affacciano su questo mare antico e ricco di storie.
Niente di più facile che i Saraceni l’abbiano portata ai tempi dell’Emirato di Bari.
A Palermo, nel Palazzo dei Normanni (invasori questi che arrivavano dal nord) ha sede l’Assemblea regionale della Sicilia: è forse il palazzo simbolo di quella “identità siciliana” a cui è dedicato anche un assessorato.
Orbene in questo palazzo troviamo la Cappella Palatina, luogo di culto e sala del trono di Ruggero II. L’ambiente è rivestito da mosaici realizzati da artisti provenienti da Costantinopoli e coperto da uno strepitoso soffitto ligneo “a muqarnas”, un complicato sistema decorativo a nido d’ape tipico dell’architettura islamica che troviamo anche all’Alhambra di Granada (e l’identità spagnola?).
Dunque sulla testa di generazioni di siciliani, ferventi fedeli, che assistevano alla messa e pregavano assorti rivolgendo gli occhi al cielo (e al soffitto), incombe da quasi mille anni il racconto della vita di Ruggero con scritte arabe in alfabeto cufico.
Una mescola di culture e religioni, come ci ricordano le figure di musici, danzatrici, animali feroci, atleti che sovrastano il Cristo.
Il tutto è lì dal 1140, opera di maestranze iraniane o egiziane. Eccoli i tratti ricorrenti nel corso dei millenni di storia del Mediterraneo.
Uno striscione intravisto sabato pomeriggio 18 aprile in piazza Duomo a Milano, al raduno dei “patrioti”, portava una scritta: “tradizioni e identità”.
Quali tradizioni e quali identità?
Così, ripensandoci, oggi abbiamo raccolto in questa nota alcune riflessioni, senza scomodare la Sociologia o la Storia o l’Antropologia culturale, ma partendo da fatti di vita quotidiana.
E tanti altri ce ne sarebbero.
Di quale identità stiamo dunque parlando?
“La Patria è nel sangue che porti nelle vene” urlava un tizio quel pomeriggio.
Quale Patria? Quella chiamata Repubblica, in cui tutti possono esprimere liberamente il proprio pensiero e che ci è costata vent’anni di lotta antifascista? Quella Patria che ha una Costituzione che all’art. 3 ci parla di uguaglianza “senza distinzione di razza”?
Meno male che ieri, 25 aprile, quella piazza è stata ripulita dai manifestanti che avevano altre facce, più belle e più colorate.
Come ricordava Michela Murgia, i confini non ci circondano, ma ci attraversano: siamo il frutto di mille incroci, siamo felicemente bastardi.
gaf