19 aprile 2026

Sfidare il racconto dei potenti

5 broken cameras è un bel film, che apprezzo molto e che ho consigliato a tutti i miei amici. L’ho visto in un piccolo cinema a Bristol, insieme a un centinaio di altre persone. Tutti hanno lasciato la sala convinti di aver visto un buon film. È necessario fare film sulla Palestina e tocca ai palestinesi realizzarli. Nel mondo ci sono molti popoli oppressi, ma alcuni aspetti nel conflitto israelo-palestinese lo rendono particolare. 

Innanzitutto Israele si presenta come una democrazia, come una nazione uguale a tutti gli altri Paesi occidentali, malgrado commetta dei crimini contro l’umanità e sebbene abbia instaurato con il sostegno militare e finanziario dell’Europa e degli Stati Uniti, un regime di apartheid simile a quello in vigore in Sudafrica fino agli anni ’90. 

Un’ipocrisia senza limiti. 

Appoggiamo un Paese che si dichiara democratico, lo sosteniamo a tutti i livelli nonostante i crimini che commette. Siamo cittadini, e dunque quando ci confrontiamo con questi crimini dobbiamo reagire in primo luogo da esseri umani, non importa quale sia la nostra posizione sociale o la nostra professione. La cosa fondamentale è informare le persone su quel che sta accadendo ai palestinesi. 

Con il progetto Brand Israel, Israele ha voluto presentare al mondo la sua immagine migliore coinvolgendo numerosi artisti. Si tratta di un’operazione in risposta alla campagna BDS (Boycott, Divestment and Sanctions – Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, avviata nel 2005), della quale sono stato sostenitore sin dall’inizio e che propone il boicottaggio culturale di Israele. Brand Israel è la prova che lo Stato israeliano, che si presenta come un pilastro culturale del mondo occidentale, è sensibile a questo tipo di boicottaggio. Dobbiamo rifiutare di farci coinvolgere nei progetti promossi da Israele. Il nostro obiettivo non sono gli individui, sono le azioni dello Stato israeliano che dobbiamo prendere di mira. Pensare il cinema come un mezzo per rompere la narrazione delle élite, dei potenti, questa è l’idea fondamentale di Ken Loach. Si, perché quello che avete letto fin qui “non è farina del mio sacco” come dice quel tale. È invece quanto scriveva il grande regista inglese nel 2015, autore di film straordinari che raccontano della gente comune alle prese con la superbia e l’arroganza del potere. Chiudiamo questa nostra nota domenicale ancora con le sue parole:” Se non vigiliamo, se non resistiamo finiremo col vivere in un mondo totalmente uniformato, in cui la lingua ufficiale sarà l’inglese americano. Ma l’arte può fare da detonatore, essere la scintilla che dà fuoco alle polveri. Dopodiché spetterà a noi alimentare la fiamma, tenere viva la rabbia e trasformarla in un movimento globale che possa condurre a un cambiamento radicale e profondo della nostra società nel suo complesso”. 

Per questo venerdì 24 aprile alle ore 20,45 nella Sala Bergognone verrà proiettato il film La voce di Hind Rajab che Kawthar ibn Haniyya ha scritto e diretto nel 2025.


gaf


5 broken cameras è un documentario del 2011 diretto dal palestinese Emad Burnat e dall’israeliano Guy Davidi. In Italia è stato mandato in onda su Rai3, nel 2013, col titolo 5 telecamere rotte, all’interno della trasmissione Doc 3.