10 febbraio 2026

Oggi, 10 febbraio 2026, ” Il giorno del ricordo “

Oggi l’Italia celebra il ricordo del costo della libertà pagato dalle terre di confine nel clima di repressione e di violenza cominciato sotto il fascismo, nel quadro dell’occupazione militare italiana e tedesca della Slovenia e della Croazia. 

A poco più di una settimana (non è un caso) ci ritroviamo a celebrare il ricordo di una tragedia incominciata alla fine della prima guerra mondiale, quando hanno inizio i tentativi italiani di assimilare gli sloveni e i croati. 

Il punto di partenza della criminale violenza è l’incendio del Narodni Dom (Casa della Cultura) sloveno a Trieste, nel 1920, da parte dei fascisti, rimasto il simbolo della snazionalizzazione compiuta da parte italiana nei confronti degli sloveni non solo col fascismo ma già prima, sia pure in forme meno brutali. 

L’assimilazione coatta, la soppressione delle scuole slovene, il frequente disconoscimento agli sloveni di elementari diritti e di identità triestina a pieno titolo, ha eretto un muro di ignoranza che ha separato a lungo gli italiani dalla minoranza slovena, privando entrambe le comunità di un essenziale arricchimento reciproco.

Comunità che furono poi travolte dalla tragedia che portò alle foibe del 1943 e del 1945 e all’esodo lacerante dall’Istria della popolazione italiana là residente da secoli. Foibe dove vennero gettati migliaia di italiani, fascisti, antifascisti e molti senza appartenenze politiche, colpevoli solo di essere italiani. 

E poi in un lungo dopoguerra, dal ’45 al ’54, una pulizia etnica che puntava a sradicare l’italianità di quelle terre. 

Il giusto e doveroso ricordo di quella tragedia non esaurisce il nostro compito di oggi. 

Proprio le pulizie etniche che ancora qualche anno fa hanno insanguinato i Balcani e i suoi popoli, e oggi sembrano riguardare l’Ucraina e la Palestina o quel che ne rimane, i curdi, gli armeni e molte altre etnie, ci dicono che le ragioni della tolleranza, della convivenza e del riconoscimento delle identità di ogni persona e comunità, non sono mai valori acquisiti definitivamente. 

La tragedia degli esuli istriani e dalmati, così come le sofferenze conosciute via via dai popoli dei Balcani, della Palestina, dell’Ucraina, dell’Armenia, sono l’espressione di un nazionalismo che ha inquinato ideologie, nazioni e popoli con la sciagurata teoria della omogeneità etnica degli Stati. 

Una teoria che non solo nega quel pluralismo culturale, etnico e religioso essenziale perché la democrazia viva, ma che porta gli individui a pensare che per vedere soddisfatte le proprie aspirazioni occorre negare, reprimere e distruggere tutto ciò che è diverso da sé. 

L’integrazione europea è il contesto più favorevole per sanare le ferite della storia ancora aperte, e consentire a ogni comunità, come quelle italiane che vivono oggi in Slovenia e Croazia e quella slovena che vive in Italia, di affermare la propria identità senza paura. 

La soluzione a questo nodo cruciale sta dunque nell’Europa e nella sua integrazione. 

Un Europa plurale, capace di riconoscere l’identità di ognuno e di farla vivere non contro, ma insieme alle identità altrui. 

Chissà se, come dice la Scrittura, le ossa umiliate – tutte le ossa umiliate - un giorno risorgeranno.


gaf