07 dicembre 2025

Guerre e pace

Franco Fornari, nel libro Psicoanalisi della guerra (*), sostiene che la guerra derivi da un certo numero di motivazioni soggettive inconsapevoli, che gli individui trasferiscono al gruppo, alla collettività, sotto forma di giustificazioni ideologiche, religiose o economiche. 

L’uomo porta dentro di sé impulsi distruttivi contro gli oggetti del proprio amore.

Amando e, nello stesso tempo, desiderando inconsapevolmente di uccidere gli oggetti del proprio amore, egli è preso da paura, senso di colpa e rimorso. A causa di questa ambivalenza, ogni uomo sarebbe indotto in una condizione di malinconia depressiva, se non riuscisse il più delle volte a convogliare quei contrastanti sentimenti in una elaborazione psicologica deviata, trasferendo su altri la colpa e la vergogna delle tendenze distruttive e delle immaginarie uccisioni. Il gruppo, o la società, riceve e accetta dunque la nostra “elaborazione paranoide della morte”, separandola dalle sue reali motivazioni. Lo Stato, in nome della società, diviene l’imprenditore monopolista della violenza privata dei cittadini. Così nasce e si sviluppa, concatenandosi a cause storiche contingenti, la guerra, cioè quell’atto criminale immaginato individualmente e commesso collettivamente. 

Ma la guerra non ha risolto mai nulla in modo definitivo. 

Inoltre oggi, nell’era atomica, la potenza distruttiva è diventata tale da escludere che ci siano vincitori e vinti. Se la guerra convenzionale ha in ogni tempo rappresentato una costosa terapia delirante, momentaneamente funzionale, ma non risolutiva, la guerra atomica non riuscirebbe ad adempiere più neanche a questa funzione. 

Facile richiamare le figure storiche per le quali questa analisi fu anche pensata: Hitler e Mussolini. Ma non vi viene da individuare, oggi in Putin e Trump, le figure altrettanto meritevoli di queste parole? (Tralasciamo Netanyahu, per il quale le motivazioni sono più “terra terra” come si suole dire).

Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, in questi giorni ha richiamato alla “pace disarmata e disarmante”. Sulle orme del Papa, Zuppi invita a “impegnarsi ciascuno, a livello personale e di comunità, per essere artigiani di pace, tessitori di unione in ogni contesto, pacifici nelle parole pure sul web e nel comportamento”. Torneremo sul documento della Cei la settimana prossima.

Siamo consapevoli dello sforzo di attenzione che richiedono alcuni riferimenti ai temi tipici della psicoanalisi. Ma siamo convinti che l’idea che la conoscenza si possa ridurre a un post generi solo ignoranza. Confidiamo dunque nelle parole quanto mai attuali di quel tale che invitava al “pessimismo dell’intelligenza e all’ottimismo della volontà”.

gaf


(*) Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli Ed., Milano 1966.

30 novembre 2025

Educazione alla pace

 


Tempi i nostri ricchi di contraddizioni che ci scoppiano sulla pelle e coinvolgono destini umani, vite, intere popolazioni. 

La violenza è all’ordine del giorno. 

E la pace? 

Difficile parlarne quando gli altri sono diventati i cattivi, i nemici, solo perché diversi da noi. Contro costoro, considerati estranei alla comunità, è più ammissibile, anzi sembra del tutto doveroso, scaricare la propria aggressività punitiva. 

Che fare? Direbbe quel tale. 

Una possibilità consiste nella scelta deliberata dell’esercizio della non violenza, che è un modo eroico e per alcuni generosamente religioso di comportarsi in un mondo così pieno di violenza. Questa posizione, che mantiene viva la capacità di indignarsi e di rifiutarsi a ragioni contrarie alla propria coscienza, è quella stessa sostenuta dai grandi padri del pacifismo, da Gandhi al don Milani dell’Obbedienza non è una virtù, oltreché da altri. E noi pensiamo che tali posizioni siano giuste. Tuttavia dobbiamo riconoscere anche che esse richiedono l’esercizio di “virtù eroiche”, le quali sono tali proprio in quanto vengono assunte dai pochi che vanno controcorrente. 

Ora, quale capacità di tenuta contro i pericoli di guerra e di violenza possiamo attribuire al movimento che si dirama dai pochi virtuosi? 

Essi sono il perno attorno al quale possiamo distinguere gli zelanti emuli, gli estimatori e gli inerti (inetti?), che solo una generosa spinta morale potrebbe smuovere verso una direzione giusta per la pace. 

Il problema così come è non appare risolvibile del tutto in modo educativo. 

La scuola sembra non bastare. L’educazione alla tolleranza e alla pace necessita di molte più cose che non di semplici soluzioni intellettuali, del tipo l’ora settimanale di Educazione civica. 

La famiglia allora, se i genitori si impegnassero con l’esempio. I ragazzi fanno le stesse cose che vedono fare agli adulti loro vicini, non quelle che questi dicono loro di fare. I ragazzi sono portati a imitarne gli atteggiamenti e i comportamenti, che si radicano in essi molto prima dell’entrata a scuola, e la successiva strutturazione del carattere cresce attorno a queste “armature” di base. 

“Ma chiunque, attraverso la propria ulteriore esperienza, potrà acquisire la comprensione di nuovi ideali, se nel profondo del suo essere amerà il mondo, se sentirà che il mondo circostante lo ama, e se crederà nei poteri della sua propria intelligenza”(*). 

Tutto questo comporta un grande sforzo di volontà e una saggezza maggiore di quella fin qui dimostrata da noi adulti. 

In questo senso, ogni applicazione pedagogica non può che avere una corrispondenza in una riforma della società che gradualmente riduca le differenze sociali, rendendo tutti uguali nel potenziale esercizio della responsabilità etica.


gaf

*Cronbach Lee, Education Psychology, Harcourt, Bruce, New York.

23 novembre 2025

La Salute prima di tutto

 



Una ultima riflessione sul cosiddetto quartiere GESCAL /3

Esistono luoghi di frizione sociale, spesso a un passo da noi, come il quartiere GESCAL. Sono a un passo, proprio a un passo da noi, ma sembra che gli unici rapporti che hanno con noi passano attraverso le istituzioni e sono quelli di tamponamento: assistenti sociali, preti, poliziotti. E poi ci sono loro, i ragazzi, i figli della prima immigrazione, che cercano di stare nelle regole, che vanno a scuola, cercano un posto di lavoro, un’opportunità. Evitiamo che si sentano esclusi, lavoriamo perché “restino tra noi”; costruiamo dunque, prima che tutto venga distrutto. I loro genitori, del resto, sono venuti qui per restare. 

Ritorniamo alla frase di F. Ferrarotti con cui abbiamo chiuso la nota della settimana scorsa: “Una vita è una prassi, che si appropria delle strutture sociali, le interiorizza e le trasforma in strutture psicologiche”. L’autore vuole dirci che lo stigma della diversità viene interiorizzato e allora ci si può convincere che si è “inferiori e arretrati” perché lo si legge negli occhi di chi ci guarda. La coscienza di essere disprezzati, sfruttati, utilizzati per i lavori più pesanti, faticosi e pericolosi, discriminati nei propri valori sociali e morali, serve a ribadire la realtà di una contrapposizione noi-loro mai risolta, di una diversità mai superata. Loro, gli “altri”, sarebbero i cattivi, i nemici. Contro costoro, considerati estranei alla comunità, è più ammissibile, anzi sembra del tutto doveroso scaricare la propria aggressività. In più questi “immigrati di seconda generazione” (lo sentite l’intimo razzismo di questa definizione?) non hanno quasi mai la cittadinanza italiana, spesso non hanno un lavoro regolare, non votano, non hanno un peso politico, non contano niente. E tutto questo a un passo da dove tutto sembra a portata di mano: quanto deve essere frustrante. Da qui l’atteggiamento difensivo (o offensivo) di chi vede minacciata la propria identità culturale, il proprio Io sociale. Così il punto di riferimento primario continua ad essere il paese che si è lascato, e il microcosmo quotidiano finisce per occupare per intero il vissuto di questa gente. A questo punto tirare le somme può essere estremamente rischioso. La realtà testimonia una subalternità sofferta e, per molti versi, ancora non risolta. 

Ci abbiamo provato a fare una riflessione, a guardare dentro a pezzi del paese lasciati andare alla deriva e ci colpisce l’assordante silenzio intorno alla loro condizione. È forse possibile tuttavia, la formulazione di una speranza, da considerare a tutti gli effetti come un appuntamento dato allo sviluppo urbano futuro.


gaf

16 novembre 2025

Una riflessione sul quartiere GESCAL /2


Eccoci al tentativo di individuare delle variabili con cui ridisegnare un quartiere moderno. 

Alcune di queste variabili sono: 

1) la possibilità di scelta e di decisione, 

2) la possibilità di contatti sociali,

3) la quiete dell’ambiente di vita, 

4) la possibilità di identificarsi con la comunità, 

5) la possibilità di

un’attiva partecipazione sociale, 

6) la capacità di mutamento, la flessibilità, 

7) la continuità e la tradizione. 

Ognuna di queste variabili viene posta in relazione con la struttura della città.

Naturalmente dobbiamo limitarci a razionalizzare l’esistente, puntando su interventi che dovrebbero mirare a realizzare una vita sociale dignitosa attraverso una utilizzazione dello spazio conforme ai bisogni sociali. 

Sul piano dell’analisi dei bisogni, risulta evidente l’incidenza della struttura del quartiere. 

Il modello che da sempre ci ispira è quello della “partecipazione sociale”, in un’area e in un insediamento urbano marginale. 

Lo sforzo dovrà dunque essere quello di individuare delle possibili forme di intervento per fronteggiare i problemi più evidenti dei quartieri “dormitorio” ispirati, come detto, dalla scuola della partecipazione sociale. 

Per cominciare ci sembra importante conoscere come i giovani si relazionino alla cultura d’origine: 

1) quanto sia profondo il loro tradizionalismo, quanto cioè sia stato ereditato acriticamente dalla cultura di appartenenza e quanto esso sia stato interiorizzato; 

2) se tra i loro valori figuri l’impegno civile, se accettino e apprezzino i mutamenti del ruolo delle donne, infine quali siano i loro orientamenti di valore e in quali campi. 

La sensazione è che negli gli abitanti del quartiere, soprattutto tra i giovani e i giovanissimi, prevalga la volontà di appartenere al mondo occidentale ed una coscienza intrisa di europeismo. 

Il che ci sembra un ottimo punto di partenza e per avvalorare questa opinione andiamo a prendere conforto da un grande maestro: “Una vita è una prassi, che si appropria delle strutture sociali, le interiorizza e le trasforma in strutture psicologiche … Ogni vita … si rivela … come sintesi verticale di una storia sociale. Ogni comportamento o atto individuale appare, nelle sue forme più uniche, sintesi orizzontale di una struttura sociale” (*). 

Fanno ancora riflettere queste parole, che valgono per gli abitanti del quartiere GESCAL come per i palestinesi di Gaza.

(*) F. Ferrarotti, Storia e storie di vita, Bari, Laterza, 1981.

La nostra ricognizione del Quartiere GESCAL continua. 

Alla prossima nota dunque, contando sull’interesse dei nostri sette lettori verso ipotesi che consideriamo a tutti gli effetti come appuntamenti dati allo sviluppo urbano futuro.


gaf