Franco Fornari, nel libro Psicoanalisi della guerra (*), sostiene che la guerra derivi da un certo numero di motivazioni soggettive inconsapevoli, che gli individui trasferiscono al gruppo, alla collettività, sotto forma di giustificazioni ideologiche, religiose o economiche.
L’uomo porta dentro di sé impulsi distruttivi contro gli oggetti del proprio amore.
Amando e, nello stesso tempo, desiderando inconsapevolmente di uccidere gli oggetti del proprio amore, egli è preso da paura, senso di colpa e rimorso. A causa di questa ambivalenza, ogni uomo sarebbe indotto in una condizione di malinconia depressiva, se non riuscisse il più delle volte a convogliare quei contrastanti sentimenti in una elaborazione psicologica deviata, trasferendo su altri la colpa e la vergogna delle tendenze distruttive e delle immaginarie uccisioni. Il gruppo, o la società, riceve e accetta dunque la nostra “elaborazione paranoide della morte”, separandola dalle sue reali motivazioni. Lo Stato, in nome della società, diviene l’imprenditore monopolista della violenza privata dei cittadini. Così nasce e si sviluppa, concatenandosi a cause storiche contingenti, la guerra, cioè quell’atto criminale immaginato individualmente e commesso collettivamente.
Ma la guerra non ha risolto mai nulla in modo definitivo.
Inoltre oggi, nell’era atomica, la potenza distruttiva è diventata tale da escludere che ci siano vincitori e vinti. Se la guerra convenzionale ha in ogni tempo rappresentato una costosa terapia delirante, momentaneamente funzionale, ma non risolutiva, la guerra atomica non riuscirebbe ad adempiere più neanche a questa funzione.
Facile richiamare le figure storiche per le quali questa analisi fu anche pensata: Hitler e Mussolini. Ma non vi viene da individuare, oggi in Putin e Trump, le figure altrettanto meritevoli di queste parole? (Tralasciamo Netanyahu, per il quale le motivazioni sono più “terra terra” come si suole dire).
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, in questi giorni ha richiamato alla “pace disarmata e disarmante”. Sulle orme del Papa, Zuppi invita a “impegnarsi ciascuno, a livello personale e di comunità, per essere artigiani di pace, tessitori di unione in ogni contesto, pacifici nelle parole pure sul web e nel comportamento”. Torneremo sul documento della Cei la settimana prossima.
Siamo consapevoli dello sforzo di attenzione che richiedono alcuni riferimenti ai temi tipici della psicoanalisi. Ma siamo convinti che l’idea che la conoscenza si possa ridurre a un post generi solo ignoranza. Confidiamo dunque nelle parole quanto mai attuali di quel tale che invitava al “pessimismo dell’intelligenza e all’ottimismo della volontà”.
gaf
(*) Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli Ed., Milano 1966.