Esistono luoghi di frizione sociale, spesso a un passo da noi, come il quartiere GESCAL. Sono a un passo, proprio a un passo da noi, ma sembra che gli unici rapporti che hanno con noi passano attraverso le istituzioni e sono quelli di tamponamento: assistenti sociali, preti, poliziotti. E poi ci sono loro, i ragazzi, i figli della prima immigrazione, che cercano di stare nelle regole, che vanno a scuola, cercano un posto di lavoro, un’opportunità. Evitiamo che si sentano esclusi, lavoriamo perché “restino tra noi”; costruiamo dunque, prima che tutto venga distrutto. I loro genitori, del resto, sono venuti qui per restare.
Ritorniamo alla frase di F. Ferrarotti con cui abbiamo chiuso la nota della settimana scorsa: “Una vita è una prassi, che si appropria delle strutture sociali, le interiorizza e le trasforma in strutture psicologiche”. L’autore vuole dirci che lo stigma della diversità viene interiorizzato e allora ci si può convincere che si è “inferiori e arretrati” perché lo si legge negli occhi di chi ci guarda. La coscienza di essere disprezzati, sfruttati, utilizzati per i lavori più pesanti, faticosi e pericolosi, discriminati nei propri valori sociali e morali, serve a ribadire la realtà di una contrapposizione noi-loro mai risolta, di una diversità mai superata. Loro, gli “altri”, sarebbero i cattivi, i nemici. Contro costoro, considerati estranei alla comunità, è più ammissibile, anzi sembra del tutto doveroso scaricare la propria aggressività. In più questi “immigrati di seconda generazione” (lo sentite l’intimo razzismo di questa definizione?) non hanno quasi mai la cittadinanza italiana, spesso non hanno un lavoro regolare, non votano, non hanno un peso politico, non contano niente. E tutto questo a un passo da dove tutto sembra a portata di mano: quanto deve essere frustrante. Da qui l’atteggiamento difensivo (o offensivo) di chi vede minacciata la propria identità culturale, il proprio Io sociale. Così il punto di riferimento primario continua ad essere il paese che si è lascato, e il microcosmo quotidiano finisce per occupare per intero il vissuto di questa gente. A questo punto tirare le somme può essere estremamente rischioso. La realtà testimonia una subalternità sofferta e, per molti versi, ancora non risolta.
Ci abbiamo provato a fare una riflessione, a guardare dentro a pezzi del paese lasciati andare alla deriva e ci colpisce l’assordante silenzio intorno alla loro condizione. È forse possibile tuttavia, la formulazione di una speranza, da considerare a tutti gli effetti come un appuntamento dato allo sviluppo urbano futuro.
gaf