15 marzo 2026

Vot’Antonio…Vot’Antonio…Vot’Antonio…

“ L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza se sarà necessario “. 

È il 3 gennaio 1925 e Mussolini nel suo discorso alla Camera dei deputati si scrolla di dosso ogni turbamento causato dal delitto Matteotti. 

Attraverso graduali provvedimenti legislativi il regime fascista prende forma e rilievo totalitario, con lo scioglimento dei partiti antifascisti, l’istituzione del confino di polizia, il ripristino della pena di morte, la creazione del tribunale speciale per la difesa dello stato, la soppressione delle organizzazioni sindacali, l’attuazione dell’ordinamento corporativo, il divieto di scioperi, e una nuova legge sulla stampa con l’obbligo, per l’esercizio della professione, dell’iscrizione all’albo previo parere favorevole delle competenti autorità del regime. 

Il 24 marzo 1929, la prima applicazione della nuova legge elettorale: la votazione avrà luogo mediante schede contenenti una domanda diretta circa l’approvazione dei 400 candidati designati dal Gran consiglio. I Si sono 8.519.559 e i No appena 135.761. 

Le successive elezioni del 25 marzo 1934 saranno ancora più plebiscitarie. 

I Si saranno 10.025.515 e i No solo 15.265. 

Tra il 1929 e il 1934 il consenso fu largo. Il modello morale e l’autorità statale del fascismo era largamente accettato dalla grande maggioranza degli italiani. “Gli Indifferenti”, li chiamò Alberto Moravia. 

Nella cosiddetta grande guerra (1914-18) furono mobilitati, sull’uno e sull’altro fronte, 50 milioni di soldati. Una guerra totale che costò la vita a non meno di 9 milioni di soldati e a un numero quasi uguale di civili. 

Un esercito di contadini e lavoratori venne spedito in trincea. “Sono stati sconfitti quando li hanno presi dalle loro campagne e li hanno messi nell’esercito” si legge nel capolavoro di Hemingway “Addio alle armi”. E ancora più in là è il protagonista che parla: ”Ero sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso e sacrificio …, parole astratte come gloria, amore, coraggio o dedizione erano oscene accanto ai nomi concreti dei villaggi, ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti”. 

Le stesse parole usate da Donald Trump nell’accogliere le salme dei soldati rimasti uccisi nei primi giorni dell’attacco all’Iran. È più che certo che Trump non abbia letto Hemingway. 

La nostra nota di oggi vuole ricordare due No tornati attuali: No al Referendum sulla Giustizia e No alla guerra. 

Gli ebrei dicono che il passato è davanti, perché lo si conosce, mentre si cammina all’indietro verso il futuro. Walter Benjamin scrisse in “Angelus novus” un famoso aforisma di filosofia della storia: guardo il passato che mi serve per orientarmi nel futuro, che però è dietro le spalle per cui può sempre sorprendermi. Vittorio Gassmann, figlio di questa cultura riprende il tema nel suo ”Un grande avvenire dietro le spalle”. 

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08 marzo 2026

L’emancipazione difficile

Ricordate cosa sta scritto nel libro dei Profeti? Sta scritto così: il figlio saggio suo padre ne è felice, mentre lo stolto rattrista sua madre! Dunque, se un figlio viene fuori in gamba, allora il padre se ne vanta, e gli viene riconosciuto il suo merito. Ma se il figlio, per disgrazia, viene fuori fallito, un cretino problematico o con un difetto, o malfattore, allora è di sicuro tutta colpa di sua madre, e i dolori, le fatiche ricadono sempre su di lei. 

La visione maschile della donna non è obiettiva, ma è la combinazione imbarazzante di ciò che l’uomo desidera che la donna sia e di ciò che teme che sia: è questa l’immagine speculare alla quale la donna deve uniformarsi. Ma tutto questo ci arriva da lontano. 

Levitico 12, 2-8: Il Signore aggiunse a Mosé: “Riferisci agli Israeliti: Quando una donna sarà rimasta incinta//E darà alla luce un maschio//Sarà immonda per sette giorni.//L’ottavo giorno si circonciderà il bambino.//Poi essa resterà ancora//33 giorni a purificarsi dal suo sangue;//non toccherà alcuna cosa santa.// Ma se partorisce una femmina//Sarà immonda due settimane;//resterà 66 giorni a purificarsi dal suo sangue.//Quando i giorni della sua purificazione//saranno compiuti//porterà al sacerdote un agnello di un anno//come olocausto//e un colombo o una tortora//in sacrificio di espiazione.//Il sacerdote li offrirà davanti al Signore//E farà il rito espiatorio per lei;//essa sarà purificata dal flusso del suo sangue.//Se non ha mezzi da offrire un agnello,//prenderà 2 tortore o 2 colombi: uno per l’olocausto//e l’altro per il sacrificio espiatorio”.

Da millenni dunque si utilizza la parola “natura” per puntellare dei pregiudizi o per esprimere non quello che è lo stato reale delle cose bensì una situazione che l’uomo vorrebbe vedere realizzata. Le consuetudini si perpetuano in quella cittadella del conservatorismo sociale che è la famiglia.

Vogliamo ricordare oggi una donna, Armanda Guiducci (1923-1992), filosofa e sociologa, che in un libro uscito nel 1977 descrive le strutture dell’esclusione della donna nella società e raccoglie le storie di nove contadine dalla Sardegna alla Valtellina, dal Piemonte all’Abruzzo, dal Molise alla Campania, alla Calabria e alla Sicilia. I loro nomi: Zita, Adele, Rosa, Felicina, Gerarda, Antonia, Marta, Onesta. Rosa, la siciliana: “Non è vero che una donna può fare quello che vuole. Dipende sempre da qualcuno. Prima dal padre, poi dal marito, poi dai figli”. Adele: “Scriva, signora, scriva: così i ricordi e i racconti non moriranno”. Il libro di Armanda Guiducci si intitolava "La donna non è gente" riprendendo un detto dialettale “I donn no son gent” nel senso che la donna non è persona (giuridica). Proprio in questi giorni è stato ripubblicato col titolo “Destini senza voce” dalle edizioni

Nottetempo. Buona Festa della Donna.


gaf

01 marzo 2026

È sempre stato così

L’educazione è uno dei modi della trasmissione intergenerazionale, cioè uno dei modi attraverso i quali noi adulti trasmettiamo ai giovani valori, comportamenti e rappresentazioni. 

La generazione adulta, dunque, trasmette alle giovani generazioni ciò che ritiene essere fondamentale per vivere insieme. È il momento che segna il passaggio da “io e gli altri” a “gli altri ed io”. 

Il problema sembra essere che questo modello intergenerazionale si sia interrotto nei primi venticinque anni di questo secolo. 

Nella cosiddetta “Inattuale” Nietzsche sostiene che ci sono tre modi di fare storia: quella monumentale (i grandi monumenti, che però non comunicano nulla), quella antiquaria (le date da imparare a memoria) e quella critica, che noi adulti non abbiamo più voglia di fare.

Abbiamo smesso di raccontare la storia perché abbiamo creduto al fatto che bisogna essere neutrali.

Ma non esiste neutralità. Abbiamo creduto alla menzogna che raccontiamo ai giovani che “è sempre stato così”. Ma se è sempre stato così perché studiare la storia? Abbiamo trascorso buona parte della nostra vita a scuola, prima da studenti e poi, saltando “dall’altra parte” da professori. Ebbene, possiamo dire con buona consapevolezza che i nostri studenti siano la prima generazione astorica della storia dell’Occidente, la prima alla quale noi non abbiamo raccontato la storia. Abbiamo ucciso la storia o, per essere ottimisti, l’abbiamo ferita grevemente. Chi si lamenta dei giovani dovrebbe pensare che sono il nostro prodotto, il nostro specchio. 

Il primo quarto del nuovo secolo è passato e alcune cose andrebbero riattivate, come l’essere contro la guerra. Essere contro la guerra oggi vuol dire capire che dal 1945 il 98% delle vittime di guerra sono civili. 

E noi continuiamo a raccontare la barzelletta progressista per cui il mondo va sempre meglio. Pier Paolo Pasolini parlava di queste cose, in particolare di sviluppo senza progresso e di progresso senza sviluppo, sessant’anni fa. “Bisogna assolutamente chiarire il senso di queste due parole e il loro rapporto, se vogliamo capirci in una discussione che riguarda molto da vicino la nostra vita anche quotidiana”. PPP parlava di noi figli del benessere sospesi tra la perdita di vecchi valori e la mancata acquisizione di nuovi. Ci racconta della nostra “imponderabilità morale” e della totale mancanza di ogni opinione sulla propria “funzione”. 

Noi adulti siamo entrati nel ventunesimo secolo “come reduci laceri e stanchi, come inutili eroi”, cantava Gaber.

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Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, 1874, in Considerazioni inattuali, a cura di Sossio Giametta e Massimo Montanari, Torino, Einaudi, 1981

22 febbraio 2026

Come se tenesse conto del coraggio la storia

Charles Maier, uno storico americano tra i più lucidi, venne in Italia nel novembre 1999, dunque quando il secolo stava finendo, e tenne una conferenza intitolata proprio: Il ventesimo secolo è stato peggiore degli altri?. In quell’occasione, Maier si sforzò di elaborare un po’ di notizie e di statistiche per dare un fondamento più preciso all’immagine del “secolo della tragedia”. 

Il Novecento è costellato da una serie di genocidi che va da quella degli Herero nell’Africa sud-occidentale sotto la dominazione tedesca, a quella degli armeni per mano dei turchi, agli ucraini sotto Stalin, alle vittime civili e militari delle guerre totali del Novecento. E così via, fino alla Shoah. E poi di nuovo, più recenti, il Ruanda e il Centro-america e i Balcani. 

Alla fine di questa drammatica contabilità, alla quale dobbiamo aggiungere la Palestina e ancora l’Ucraina al debutto del nuovo secolo, Maier constatava che probabilmente ci sono stati cento o centocinquanta milioni di persone consapevolmente o indirettamente oggetto della tragedia del secolo. 

Una cifra in sé mostruosa. 

Ecco allora che occorre continuare a rinnovare la memoria di quanto c’è stato di terribile nella storia del novecento, dello sterminio, della sopraffazione, della morte causata lucidamente e intenzionalmente da parte di uomini nei confronti di altri uomini delle altre donne e dei bambini. 

viaggi di Gulliver non è solo un libro per ragazzi. Lo erano le versioni ridotte che una volta si regalavano a Natale, o quelle che proponevano soltanto le prime due parti del libro. Le altre due parti, soprattutto la quarta, avrebbero potuto sconcertare le giovani menti. Per i lettori della prima edizione (che è del 1726) era chiaro che il racconto costituiva una brillante satira della lotta tra i due partiti politici inglesi e dei conflitti che per decenni avevano insanguinato la Gran Bretagna. Il tutto, sosteneva Swift, causato da motivi irrilevanti: come a Lilliput, dove il contrasto sul modo di rompere un uovo era stata la causa di ben sei rivoluzioni e di undicimila morti. Nell’ultimo capitolo c’è una mezza paginetta che costituisce un durissimo atto d’accusa contro l’impresa coloniale, mostruosa causa di ingiustizie e di massacri. Ricordiamo qui che Swift fu un critico feroce della presunzione, dell’arroganza e della meschinità che affligge l’umanità (Una modesta proposta).

Il titolo lo dobbiamo all’ultimo verso di una canzone di Giorgio Gaber che si intitola I reduci.

Il testo della conferenza di Maier si legge nella rivista Il Mulino, n. 6, novembre-dicembre 1999.

I viaggi di Gulliver li possiamo ora leggere o rileggere nella recente e bella edizione dell’Einaudi.

E, dello stesso autore, suggeriamo una straordinaria quanto breve lettura: Una modesta proposta.

gaf



15 febbraio 2026

Un gallo per Mnemosine

Abbiamo di recente ricordato avvenimenti tragici del ‘900. Il 27 gennaio e il 10 febbraio abbiamo riportato alla memoria due tragedie. 

Abbiamo alle nostre spalle una storia molto importante, davanti a noi un futuro nel quale ancora bisogna conquistare nuove frontiere di civiltà.  

Questi ultimi decenni hanno visto una forte spinta per una “nuova memoria storica pacificata”. 

Si fa sempre più frequente una critica postfascista all’antifascismo, una vera offensiva alla memoria. Negli ultimi anni, c’è stato poi un forte inasprimento della disputa politica e culturale sulla memoria della Resistenza, con un martellante attacco revisionista nei confronti della lotta partigiana. E qualche farabutto arriva a negare che ci siano stati i campi di sterminio e sei milioni di ebrei uccisi per mano dei nazisti e dei fascisti. 

Accade oggi ma è un fenomeno che ha radici che affondano indietro nel tempo. 

E se rispetto a prima i gruppi neofascisti sono meno “vivaci” non è perché l’Italia ha risolto i conti col passato, ma semplicemente perché molte di quelle istanze stanno direttamente al governo del paese e possono diventare legge. Qualcosa si sta già muovendo e tra non molto andremo a votare su argomenti che stravolgono gli equilibri tra organi istituzionali fondamentali quali Governo e Magistratura e attaccano la Costituzione stessa. 

È dunque necessaria una strategia comune che veda tutti i democratici impegnati a trasformare la memoria in educazione permanente delle nuove generazioni. 

Non è per niente strano che un giovane dica del Novecento “il secolo passato”, e lo dirà come noi abbiamo detto “secolo passato” per l’Ottocento. 

C’è un’ulteriore e conseguente differenza. 

Se gli adulti ricordano il Novecento attraverso l’esperienza diretta, i giovani possono farlo soltanto attraverso l’esperienza indiretta del racconto: quello “caldo” dei genitori e dei nonni, e quello più “freddo” dei libri di storia. Oppure attraverso la reinvenzione operata dai media. 

Davanti a questi fatti abbiamo il dovere di mantenere alta una ferma mobilitazione a difesa della verità storica. 

La sera del 27 agosto 1950 venne ritrovato, nella camera dell’hotel torinese in cui Cesare Pavese si suicidò, un cartellino sul quale lo scrittore aveva trascritto la frase conclusiva del dialogo di Circe con Leucotea, tratto dai suoi “Dialoghi con Leucò”. Circe aveva parlato a lungo del suo incontro con Odisseo per cui Leucotea le fa rilevare che, non avendo Circe fatto di lui né un maiale né un lupo, l’aveva fatto “ricordo”, e Circe così conclude: ”l’uomo mortale non ha che questo di immortale, il ricordo che porta e il ricordo che lascia”. 

Questa è oggi la nostra condizione e la nostra responsabilità, assolute e irrinunciabili.


gaf



10 febbraio 2026

Oggi, 10 febbraio 2026, ” Il giorno del ricordo “

Oggi l’Italia celebra il ricordo del costo della libertà pagato dalle terre di confine nel clima di repressione e di violenza cominciato sotto il fascismo, nel quadro dell’occupazione militare italiana e tedesca della Slovenia e della Croazia. 

A poco più di una settimana (non è un caso) ci ritroviamo a celebrare il ricordo di una tragedia incominciata alla fine della prima guerra mondiale, quando hanno inizio i tentativi italiani di assimilare gli sloveni e i croati. 

Il punto di partenza della criminale violenza è l’incendio del Narodni Dom (Casa della Cultura) sloveno a Trieste, nel 1920, da parte dei fascisti, rimasto il simbolo della snazionalizzazione compiuta da parte italiana nei confronti degli sloveni non solo col fascismo ma già prima, sia pure in forme meno brutali. 

L’assimilazione coatta, la soppressione delle scuole slovene, il frequente disconoscimento agli sloveni di elementari diritti e di identità triestina a pieno titolo, ha eretto un muro di ignoranza che ha separato a lungo gli italiani dalla minoranza slovena, privando entrambe le comunità di un essenziale arricchimento reciproco.

Comunità che furono poi travolte dalla tragedia che portò alle foibe del 1943 e del 1945 e all’esodo lacerante dall’Istria della popolazione italiana là residente da secoli. Foibe dove vennero gettati migliaia di italiani, fascisti, antifascisti e molti senza appartenenze politiche, colpevoli solo di essere italiani. 

E poi in un lungo dopoguerra, dal ’45 al ’54, una pulizia etnica che puntava a sradicare l’italianità di quelle terre. 

Il giusto e doveroso ricordo di quella tragedia non esaurisce il nostro compito di oggi. 

Proprio le pulizie etniche che ancora qualche anno fa hanno insanguinato i Balcani e i suoi popoli, e oggi sembrano riguardare l’Ucraina e la Palestina o quel che ne rimane, i curdi, gli armeni e molte altre etnie, ci dicono che le ragioni della tolleranza, della convivenza e del riconoscimento delle identità di ogni persona e comunità, non sono mai valori acquisiti definitivamente. 

La tragedia degli esuli istriani e dalmati, così come le sofferenze conosciute via via dai popoli dei Balcani, della Palestina, dell’Ucraina, dell’Armenia, sono l’espressione di un nazionalismo che ha inquinato ideologie, nazioni e popoli con la sciagurata teoria della omogeneità etnica degli Stati. 

Una teoria che non solo nega quel pluralismo culturale, etnico e religioso essenziale perché la democrazia viva, ma che porta gli individui a pensare che per vedere soddisfatte le proprie aspirazioni occorre negare, reprimere e distruggere tutto ciò che è diverso da sé. 

L’integrazione europea è il contesto più favorevole per sanare le ferite della storia ancora aperte, e consentire a ogni comunità, come quelle italiane che vivono oggi in Slovenia e Croazia e quella slovena che vive in Italia, di affermare la propria identità senza paura. 

La soluzione a questo nodo cruciale sta dunque nell’Europa e nella sua integrazione. 

Un Europa plurale, capace di riconoscere l’identità di ognuno e di farla vivere non contro, ma insieme alle identità altrui. 

Chissà se, come dice la Scrittura, le ossa umiliate – tutte le ossa umiliate - un giorno risorgeranno.


gaf



01 febbraio 2026

Il formaggio e i vermi


Viene in mente la vecchia battuta del film Il terzo uomo :”In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto assassinii, guerre e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto per cinquecento anni amore fraterno, pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù”. 

Si fa fatica oggi a pensare alla Svizzera col dovuto rispetto. Con tutta la forza delle nostre convinzioni, con la consapevolezza che non sono la “verità”, ma semplicemente ciò in cui crediamo, ci appelliamo al senso di giustizia da cui spesso le leggi sembrano lontane.

“I popoli non amano essere conquistati e per questo non lo saranno. Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combattere nella sconfitta. Gli uomini-gregge, seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini-gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre.” È un brano tratto da La luna è tramontata di John Steinbeck. 

Il novecento: il secolo perduto, diceva quel tale. E il duemila? Non sembra aver avuto un buon inizio. Svizzera, Russia e Stati Uniti sono oggi chiamati a rispondere dell’abbandono di un sistema di garanzie e sicurezze che è stato uno dei passaggi di civiltà della nostra società e oggi sembra messo in difficoltà da interessi puramente economici e dall’arroganza del potere.

Il terzo uomo è un film del 1949 diretto da Carol Reed e interpretato da Holly Martins, Orson Welles e una splendida Alida Valli. Lo sceneggiatore fu lo scrittore britannico Graham Greene che ne fece anche un romanzo con lo stesso titolo.

La luna è tramontata è un romanzo del 1942 dello scrittore statunitense premio Nobel John Steinbeck. Ci racconta un episodio della Resistenza norvegese contro l’occupazione nazista e bene rappresenta la volontà di un popolo di non lasciarsi sopraffare.

Il secolo perduto è un concetto trattato da diversi autori riuniti in un testo curato da Filippo Pennacchi per le edizioni Unicopli.

Del perché del titolo Il formaggio e i vermi che è ispirato a un libro dello storico Carlo Ginzburg sulla storia delle classi subalterne, lo lasciamo all’immaginazione dei nostri sette lettori.


gaf

26 gennaio 2026

174517

174517 era il numero di Primo Levi nel campo di Auschwitz. 

Oggi lo riproponiamo, per lui e per i milioni di ragazze e ragazzi, donne e uomini scomparsi nei campi di sterminio. 

“A partire dall’inizio del 1942 ad Auschwitz e nei lager che ne dipendevano, il numero di matricola dei prigionieri veniva tatuato sull’avambraccio sinistro. In ossequio al tipico talento tedesco per le classificazioni si venne presto delineando un vero e proprio codice: gli uomini dovevano essere tatuati sull’esterno del braccio e le donne sull’interno.” 

Questo leggiamo in "I sommersi e i salvati" di Primo Levi che più in là continua 

“A distanza di quarant’anni il mio tatuaggio è diventato parte del mio corpo. Non me ne glorio, né me ne vergogno, non lo subisco e non lo nascondo. Lo mostro malvolentieri a chi me ne fa richiesta per pura curiosità: prontamente e con ira a chi si dichiara incredulo. Non siamo molti nel mondo a portare questa testimonianza.” (…)

Bruno Schulz, scrittore polacco che fu ucciso per strada nel 1942 da un ufficiale della Gestapo per una crudele ripicca verso un altro ufficiale che in quel momento lo proteggeva, tra l’indifferenza e la paura di tutti quelli che affollavano la strada. Ci viene in mente mentre leggiamo di uccisioni per strada di gente inerme da parte di “reparti speciali di polizia” nell’America democratica. 

L’autodafé della libertà non inizia con la violenza ma con l’indifferenza al destino degli altri. 

Come antifascisti e “costruttori di memoria” siamo impegnati e rendere chiaro a tutti che cosa è stato veramente il fascismo, non solo negazione di democrazia, di libertà e di uguaglianza, ma vera e propria struttura di persecuzione, di crimine, di odio razziale, di xenofobia. 

La consapevolezza di questa dimensione delittuosa del fascismo e del nazismo deve essere patrimonio di tutti, sia della sinistra, sia della destra, perché senza questa consapevolezza, non ci può essere democrazia. 

Noi non vogliamo essere la generazione che dimentica e che rimuove.


gaf




17 gennaio 2026

Noi del Partito Democratico

“Quando abbiamo dato vita al PD, nel 2007, l’intenzione era chiarissima: unire le grandi culture progressiste e democratiche, figlie dell’umanesimo e del solidarismo, in un unico strumento democratico per dare al paese una forza progressista capace di governarlo e rappresentarlo nel modo più giusto, equo e condiviso... quindi, non esserci per esserci, magari rinchiusi in un perimetro difensivo, comodo ma minoritario, ma esserci per fare, assumendosi rischi e responsabilità”. 

Parole di Emanuele Fiano, che facciamo nostre per chiamare all’unità e all’impegno tutte le forze progressiste e democratiche presenti sul territorio di Nerviano.  

L’opposizione è preziosa quando è scomoda oltre che veritiera e quando costringe a confrontarsi con la realtà e a non rifugiarsi nei racconti di comodo. Le passioni nascono a contatto con la prossimità dei problemi della vita, e dunque tutti fuori, all’aria aperta e per le strade. Incontriamoci e mettiamoci insieme. 

Abbiamo imparato da bambini che la solidarietà è un bene, il prossimo si aiuta, un uomo in mare si salva, se fai un vaccino non ti ammali. 

Avevamo maestri che avevano fatto la guerra o erano stati partigiani e non c’erano dubbi sul fatto che il fascismo e il nazismo fossero stati il male assoluto del 900. 

Noi siamo democratici e moderati. 

Prima democratici e poi moderati, ci viene da dire parafrasando Torelli Voiller che, nel primo numero del Corriere della Sera (da lui fondato) del 5-6 marzo 1876 scrive: “Noi siamo conservatori e moderati, prima conservatori e poi moderati”. 

Siamo vicini a quell’uomo, col quale condividiamo con orgoglio la città natale e la passione per il giornale da lui fondato e da noi amato. 

È urgente ritrovare l’idea del bene comune e dei legami sociali, che si traduce in responsabilità dell’uno verso l’altro. 

È necessario avere una visione del “verso dove” si voglia andare, mossi da valori e principi chiari e declinati in criteri concreti e azioni conseguenti, attrezzati con una cultura politica viva e condivisa e uno “strumento” valido e efficiente, cioè un partito che noi mettiamo a disposizione, che ci permetta di individuare, determinare e sviluppare una rappresentanza democratica per le prossime elezioni. 

È intorno a questo partito che vorremmo ritrovarci tutti insieme, non chiedendo alcuna affiliazione ma condividendo valori e principi e idee e battaglie.

Le parole di papa Leone XIV e del Presidente Mattarella a fine anno indicano una strada: la partecipazione. E noi ci uniamo a loro nel sollecitarla. 

Il silenzio e gli equilibrismi (né di qua né di la, né con questi né con quelli) funzionano nei tempi ordinari: ma questi sono tempi straordinari e chi oggi si fa da parte ha la responsabilità di che cosa avalla. 

È più tardi di quanto crediate.

gaf



03 gennaio 2026

La Legge di bilancio

La manovra del Governo Meloni, dopo l’approvazione della Camera dei Deputati è entrata ufficialmente in vigore.

E’ la Legge n. 199 del 30 dicembre 2025.

La legge finanziaria è tra quelle più importanti dell’ordinamento perché indica quante e quali risorse finanziarie vengono raccolte dallo Stato e come e dove queste risorse vengono spese in favore di cittadini, famiglie e imprese.

Presentata in Senato ad ottobre dal Ministro Giorgetti, la manovra è stata quasi completamente stravolta dal maxi emendamento presentato dal Governo alla metà di dicembre.

Lo scopo del maxi emendamento è stato esclusivamente quello di porre fine ai litigi tra la Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Ha prevalso la logica di potere della coalizione di destra rispetto agli interessi degli italiani.

Arrivata blindata al Senato e poi alla Camera, il Parlamento non ha fatto altro che ratificare quanto deciso dal Governo. Nessuno spazio è stato lasciato alle proposte emendative delle forze di opposizione e, come sempre più soventemente accade, con il ricorso al voto di fiducia chiesto dal Governo, la manovra finanziaria è diventata legge.

Il Governo rivendica di essere riuscito a “tenere in ordine i conti”, potremmo dire che “l’operazione è riuscita ma il paziente è morto”.

Si tratta in effetti di una manovra iniqua dal punto di vista sociale, inefficace e priva di una visione strategica per il futuro, questo ce lo dicono i numeri in essa contenuti.

Sul fronte delle entrate, il Governo ha aumentato di due punti percentuali per banche e assicurazioni l’IRAP ed ha raddoppiato la Tobin tax per coprire il tanto sventolato taglio di due punti percentuali dell’IRPEF, con la riduzione dell’aliquota sul secondo scaglione dal 35% al 33%. 

L’effetto di tale manovra si vede bene nella seguente tabella di confronto:

REDDITO

IMPONIBILE

IRPEF LORDA

Aliquote 2025

IRPEF LORDA

Aliquote 2026

DIFFERENZA

2026/2025

28.000,00

6.440,00

6.440,00

0,00

29.000,00

6.790,00

6.770,00

-20,00

30.000,00

7.140,00

7.100,00

-40,00

31.000,00

7.490,00

7.430,00

-60,00

32.000,00

7.840,00

7.760,00

-80,00

33.000,00

8.190,00

8.090,00

-100,00

34.000,00

8.540,00

8.420,00

-120,00

35.000,00

8.890,00

8.750,00

-140,00

36.000,00

9.240,00

9.080,00

-160,00

37.000,00

9.590,00

9.410,00

-180,00

38.000,00

9.940,00

9.740,00

-200,00

39.000,00

10.290,00

10.070,00

-220,00

40.000,00

10.640,00

10.400,00

-240,00

41.000,00

10.990,00

10.730,00

-260,00

42.000,00

11.340,00

11.060,00

-280,00

43.000,00

11.690,00

11.390,00

-300,00

44.000,00

12.040,00

11.720,00

-320,00

45.000,00

12.390,00

12.050,00

-340,00

46.000,00

12.740,00

12.380,00

-360,00

47.000,00

13.090,00

12.710,00

-380,00

48.000,00

13.440,00

13.040,00

-400,00

49.000,00

13.790,00

13.370,00

-420,00

50.000,00

14.140,00

13.700,00

-440,00

200.000,00

78.640,00

78.200,00

-440,00

201.000,00

79.070,00

79.070,00

0,00

In sintesi il taglio dell’IRPEF avvantaggia i ricchi:

+ 440,00 euro all’anno per i dirigenti;

+ 120,00 euro all’anno per gli impiegati;

+ 20,00 euro all’anno per gli operai.

A corollario di ciò, il report di fine anno della banca d’Italia ci dice che “ 6 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi”. Per quanto sulla sanità siano state messe risorse aggiuntive, il parametro con cui, in tutto il mondo, si misura la spesa sanitaria di un paese è dato dal rapporto tra spesa sanitaria e Prodotto Interno Lordo (PIL).

I dati dell’ISTAT dimostrano che tale rapporto in Italia è del 6,2%, mentre la media europea è del 6,9%.

Oltre a ciò, il Governo ha introdotto la quinta rottamazione delle cartelle esattoriali, ovvero chi non ha pagato a suo tempo le imposte allo Stato, potrà estinguere il debito senza pagare Interessi, sanzioni, interessi di mora e aggi. In sostanza pagherà solo le imposte esattamente come il contribuente che ha pagato regolarmente. Su questo provvedimento la Corte dei Conti ha così commentato “premia l’evasione fiscale”.

La legge finanziaria ha un solo articolo ma ben oltre 900 commi, all’interno dei quali ci sono prelievi occulti come ad esempio:

- Aumento delle accise sul gasolio, circa 4/5 centesimi al litro, è una tassa invisibile che fa salire i costi dei trasporti, del trasporto pubblico locale, della logistica, con ricadute sui prezzi di tutti i beni;

- RC Auto più cara, sale del 12,5% l’aliquota sulle garanzie accessorie quali: infortuni del conducente e l’assistenza stradale. Risultato polizze più costose;

- Dal 1° luglio il Trattamento di Fine Rapporto (TFR), se il dipendente interessato non si oppone entro 60 giorni, l’accantonamento andrà ai fondi pensione, togliendo da un lato liquidità alle imprese e dall’altro il salario differito del dipendente diventa finanza pubblica;

- Affitti brevi più tassati, 21% sulla prima casa, 26% sulla seconda casa, dalla terza casa bisogna aprire la partita IVA. Risultato viaggi e turismo più cari;

- Tagliato il “piano casa” a cui sono destinati solo 100 milioni. Risultato meno aiuti ai Comuni, meno case disponibili, più difficoltà per giovani e famiglie;

- Dal 1° luglio, salvo modifiche legate alla legislazione europea, nuova tassa di 2 euro su ogni spedizione extra-UE sotto il valore di 150,00 euro. Risultato la tassa la pagheranno i cittadini e non i colossi dell’e-commerce.

Infine la risposta data alle imprese per contrastare il declino industriale del nostro Paese è assolutamente inadeguata e temporanea.

ec



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