30 novembre 2025

Educazione alla pace

 


Tempi i nostri ricchi di contraddizioni che ci scoppiano sulla pelle e coinvolgono destini umani, vite, intere popolazioni. 

La violenza è all’ordine del giorno. 

E la pace? 

Difficile parlarne quando gli altri sono diventati i cattivi, i nemici, solo perché diversi da noi. Contro costoro, considerati estranei alla comunità, è più ammissibile, anzi sembra del tutto doveroso, scaricare la propria aggressività punitiva. 

Che fare? Direbbe quel tale. 

Una possibilità consiste nella scelta deliberata dell’esercizio della non violenza, che è un modo eroico e per alcuni generosamente religioso di comportarsi in un mondo così pieno di violenza. Questa posizione, che mantiene viva la capacità di indignarsi e di rifiutarsi a ragioni contrarie alla propria coscienza, è quella stessa sostenuta dai grandi padri del pacifismo, da Gandhi al don Milani dell’Obbedienza non è una virtù, oltreché da altri. E noi pensiamo che tali posizioni siano giuste. Tuttavia dobbiamo riconoscere anche che esse richiedono l’esercizio di “virtù eroiche”, le quali sono tali proprio in quanto vengono assunte dai pochi che vanno controcorrente. 

Ora, quale capacità di tenuta contro i pericoli di guerra e di violenza possiamo attribuire al movimento che si dirama dai pochi virtuosi? 

Essi sono il perno attorno al quale possiamo distinguere gli zelanti emuli, gli estimatori e gli inerti (inetti?), che solo una generosa spinta morale potrebbe smuovere verso una direzione giusta per la pace. 

Il problema così come è non appare risolvibile del tutto in modo educativo. 

La scuola sembra non bastare. L’educazione alla tolleranza e alla pace necessita di molte più cose che non di semplici soluzioni intellettuali, del tipo l’ora settimanale di Educazione civica. 

La famiglia allora, se i genitori si impegnassero con l’esempio. I ragazzi fanno le stesse cose che vedono fare agli adulti loro vicini, non quelle che questi dicono loro di fare. I ragazzi sono portati a imitarne gli atteggiamenti e i comportamenti, che si radicano in essi molto prima dell’entrata a scuola, e la successiva strutturazione del carattere cresce attorno a queste “armature” di base. 

“Ma chiunque, attraverso la propria ulteriore esperienza, potrà acquisire la comprensione di nuovi ideali, se nel profondo del suo essere amerà il mondo, se sentirà che il mondo circostante lo ama, e se crederà nei poteri della sua propria intelligenza”(*). 

Tutto questo comporta un grande sforzo di volontà e una saggezza maggiore di quella fin qui dimostrata da noi adulti. 

In questo senso, ogni applicazione pedagogica non può che avere una corrispondenza in una riforma della società che gradualmente riduca le differenze sociali, rendendo tutti uguali nel potenziale esercizio della responsabilità etica.


gaf

*Cronbach Lee, Education Psychology, Harcourt, Bruce, New York.

23 novembre 2025

La Salute prima di tutto

 



Una ultima riflessione sul cosiddetto quartiere GESCAL /3

Esistono luoghi di frizione sociale, spesso a un passo da noi, come il quartiere GESCAL. Sono a un passo, proprio a un passo da noi, ma sembra che gli unici rapporti che hanno con noi passano attraverso le istituzioni e sono quelli di tamponamento: assistenti sociali, preti, poliziotti. E poi ci sono loro, i ragazzi, i figli della prima immigrazione, che cercano di stare nelle regole, che vanno a scuola, cercano un posto di lavoro, un’opportunità. Evitiamo che si sentano esclusi, lavoriamo perché “restino tra noi”; costruiamo dunque, prima che tutto venga distrutto. I loro genitori, del resto, sono venuti qui per restare. 

Ritorniamo alla frase di F. Ferrarotti con cui abbiamo chiuso la nota della settimana scorsa: “Una vita è una prassi, che si appropria delle strutture sociali, le interiorizza e le trasforma in strutture psicologiche”. L’autore vuole dirci che lo stigma della diversità viene interiorizzato e allora ci si può convincere che si è “inferiori e arretrati” perché lo si legge negli occhi di chi ci guarda. La coscienza di essere disprezzati, sfruttati, utilizzati per i lavori più pesanti, faticosi e pericolosi, discriminati nei propri valori sociali e morali, serve a ribadire la realtà di una contrapposizione noi-loro mai risolta, di una diversità mai superata. Loro, gli “altri”, sarebbero i cattivi, i nemici. Contro costoro, considerati estranei alla comunità, è più ammissibile, anzi sembra del tutto doveroso scaricare la propria aggressività. In più questi “immigrati di seconda generazione” (lo sentite l’intimo razzismo di questa definizione?) non hanno quasi mai la cittadinanza italiana, spesso non hanno un lavoro regolare, non votano, non hanno un peso politico, non contano niente. E tutto questo a un passo da dove tutto sembra a portata di mano: quanto deve essere frustrante. Da qui l’atteggiamento difensivo (o offensivo) di chi vede minacciata la propria identità culturale, il proprio Io sociale. Così il punto di riferimento primario continua ad essere il paese che si è lascato, e il microcosmo quotidiano finisce per occupare per intero il vissuto di questa gente. A questo punto tirare le somme può essere estremamente rischioso. La realtà testimonia una subalternità sofferta e, per molti versi, ancora non risolta. 

Ci abbiamo provato a fare una riflessione, a guardare dentro a pezzi del paese lasciati andare alla deriva e ci colpisce l’assordante silenzio intorno alla loro condizione. È forse possibile tuttavia, la formulazione di una speranza, da considerare a tutti gli effetti come un appuntamento dato allo sviluppo urbano futuro.


gaf

16 novembre 2025

Una riflessione sul quartiere GESCAL /2


Eccoci al tentativo di individuare delle variabili con cui ridisegnare un quartiere moderno. 

Alcune di queste variabili sono: 

1) la possibilità di scelta e di decisione, 

2) la possibilità di contatti sociali,

3) la quiete dell’ambiente di vita, 

4) la possibilità di identificarsi con la comunità, 

5) la possibilità di

un’attiva partecipazione sociale, 

6) la capacità di mutamento, la flessibilità, 

7) la continuità e la tradizione. 

Ognuna di queste variabili viene posta in relazione con la struttura della città.

Naturalmente dobbiamo limitarci a razionalizzare l’esistente, puntando su interventi che dovrebbero mirare a realizzare una vita sociale dignitosa attraverso una utilizzazione dello spazio conforme ai bisogni sociali. 

Sul piano dell’analisi dei bisogni, risulta evidente l’incidenza della struttura del quartiere. 

Il modello che da sempre ci ispira è quello della “partecipazione sociale”, in un’area e in un insediamento urbano marginale. 

Lo sforzo dovrà dunque essere quello di individuare delle possibili forme di intervento per fronteggiare i problemi più evidenti dei quartieri “dormitorio” ispirati, come detto, dalla scuola della partecipazione sociale. 

Per cominciare ci sembra importante conoscere come i giovani si relazionino alla cultura d’origine: 

1) quanto sia profondo il loro tradizionalismo, quanto cioè sia stato ereditato acriticamente dalla cultura di appartenenza e quanto esso sia stato interiorizzato; 

2) se tra i loro valori figuri l’impegno civile, se accettino e apprezzino i mutamenti del ruolo delle donne, infine quali siano i loro orientamenti di valore e in quali campi. 

La sensazione è che negli gli abitanti del quartiere, soprattutto tra i giovani e i giovanissimi, prevalga la volontà di appartenere al mondo occidentale ed una coscienza intrisa di europeismo. 

Il che ci sembra un ottimo punto di partenza e per avvalorare questa opinione andiamo a prendere conforto da un grande maestro: “Una vita è una prassi, che si appropria delle strutture sociali, le interiorizza e le trasforma in strutture psicologiche … Ogni vita … si rivela … come sintesi verticale di una storia sociale. Ogni comportamento o atto individuale appare, nelle sue forme più uniche, sintesi orizzontale di una struttura sociale” (*). 

Fanno ancora riflettere queste parole, che valgono per gli abitanti del quartiere GESCAL come per i palestinesi di Gaza.

(*) F. Ferrarotti, Storia e storie di vita, Bari, Laterza, 1981.

La nostra ricognizione del Quartiere GESCAL continua. 

Alla prossima nota dunque, contando sull’interesse dei nostri sette lettori verso ipotesi che consideriamo a tutti gli effetti come appuntamenti dati allo sviluppo urbano futuro.


gaf

09 novembre 2025

Una riflessione sul cosiddetto Quartiere GESCAL




Questo “quartiere popolare” bene rappresenta le forme di rifiuto con cui la politica ha da sempre organizzato i processi di urbanizzazione. Sono forme di rifiuto che hanno contribuito in maniera determinante a sistemare una gerarchia sociale nell’uso dei suoli urbani. E sono forme di rifiuto attraverso le quali si organizza e si distribuisce la popolazione spazialmente in funzione dei redditi, delle somiglianze e delle affinità sociali. La città si struttura spontaneamente in aree ognuna coi propri modi di vita, i propri modelli culturali e le proprie abitudini, producendo anche luoghi dove è facile trovare situazioni di disgregazione sociale in cui disoccupazione, sottoccupazione, occupazione precaria e disadattamento costringono le persone a puntare sull’espediente come mezzo di sussistenza. Il risultato è l’isolamento etnico e sociale, unito a solitudine, incomprensione e paura. La città come unità sociale e culturale, come reale “bene comune” scompare, realizzando il distacco dalle iniziative di cooperazione e di interesse collettivo e l’aumento incontrollato della asocialità, del vandalismo oltre che dell’aggressività verso l’ambiente e le persone. 

C’è un habitat collettivo. 

Manca una vita collettiva. 

Queste forme di rifiuto producono aree di emarginazione involontaria, zone periferiche dove il centro appare lontano e negato, caratterizzate dalla carenza dei servizi elementari per qualsiasi comunità civile. Infine, cosa ancor più grave, sono forme di rifiuto che non daranno luogo all’integrazione del tessuto sociale ma, al contrario, a fenomeni di discriminazione e di esclusione. 

La periferia vive così di una sua vita clandestina, dove non arriva nulla in termini di servizi essenziali e di svago – realizzando uno spazio impermeabile. 

Il ghetto.


gaf


Questa, in una sintesi certamente non esaustiva, l’analisi. 

Rimandiamo al prossimo appuntamento il tentativo di individuare delle variabili con cui ridisegnare il quartiere GESCAL.

05 novembre 2025

Scuola media di Nerviano: si rischia di sprecare un'occasione


Nerviano, 5 novembre 2025 - 𝗦𝘂𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹 𝗿𝗶𝗽𝗿𝗶𝘀𝘁𝗶𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮𝗿𝗶𝗮 𝗡𝗲𝗿𝘃𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘀𝗽𝗿𝗲𝗰𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻’𝗼𝗰𝗰𝗮𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 per ripensare il futuro scolastico della comunità.


Ne è convinto il 𝗣𝗮𝗿𝘁𝗶𝘁𝗼 𝗗𝗲𝗺𝗼𝗰𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗶 𝗡𝗲𝗿𝘃𝗶𝗮𝗻𝗼, che, in attesa che l’Amministrazione Comunale informi i cittadini sul progetto selezionato tra le ipotesi presentate nell’ultima riunione, il 30 ottobre scorso, del tavolo tecnico sulla scuola, vuole porre l’attenzione sui 𝗰𝗿𝗶𝘁𝗲𝗿𝗶 𝗱𝗶 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼 che dovrebbero ispirare questa scelta.

Avere una scuola secondaria sicura e rinnovata nella struttura è un criterio imprescindibile, ma riteniamo che non debba essere l’unico. L’emergenza che ha portato alla chiusura della scuola e all’urgenza di questo intervento strutturale dovrebbe anche farci riflettere su questa imprevista opportunità: poter 𝗿𝗶𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮𝗿𝗶𝗮 𝗮𝗱𝗲𝗴𝘂𝗮𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗲 𝗲𝘀𝗶𝗴𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲𝘀𝘀𝗲 𝗲 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗻𝗲𝗿𝘃𝗶𝗮𝗻𝗲𝘀𝗶 𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗼𝗰𝗲𝗻𝘁𝗶.

Le ipotesi di ristrutturazione e/o di rifacimento dei diversi corpi dell’edificio, infatti, restituiranno una scuola certo più sicura e adeguata dal punto di vista strutturale, ma sostanzialmente identica a quella concepita negli anni ’50 del secolo scorso, e ampliata poi nei due decenni successivi, che rispondeva a esigenze didattiche e formative del tutto diverse da quelle attuali. 𝗟𝗮 “𝗻𝘂𝗼𝘃𝗮” 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮𝗿𝗶𝗮, 𝗱𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲, 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗴𝗶à “𝘃𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮”, se il progetto non terrà conto di 𝗱𝘂𝗲 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗰𝗿𝘂𝗰𝗶𝗮𝗹𝗶: 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮 𝗲𝘃𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗱𝗮𝘁𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗺𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗰𝗼, che, come sappiamo, incide in modo significativo da diversi anni anche sulla popolazione scolastica nervianese.

La sindaca Colombo ha scritto, nell’editoriale dell’ultimo numero del periodico comunale NervianoInforma, che «questa è l’occasione per costruire, insieme, una scuola che guardi avanti, che cresca con i nostri bambini (…). Una scuola che non nasce solo da un’urgenza ma da una scelta di cura e da una visione per il futuro di tutta la comunità». 𝗜𝗹 𝗣𝗮𝗿𝘁𝗶𝘁𝗼 𝗗𝗲𝗺𝗼𝗰𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗶 𝗡𝗲𝗿𝘃𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗲𝗱𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗶𝗻𝗱𝗮𝗰𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝗶 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗮𝗿𝗲 “𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗶 𝗮𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶” 𝘂𝗻 𝗲𝗱𝗶𝗳𝗶𝗰𝗶𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗿𝗶𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗼 𝗿𝗶𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗿𝗶𝗰𝗮𝗹𝗰𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟳𝟬 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗳𝗮 e quale sia la “visione per il futuro” di un progetto che non tiene conto di come potrà trasformarsi il mondo scolastico nervianese nei prossimi anni, ovvero per quando la scuola di via Diaz sarà di nuovo agibile.

«𝗖𝗼𝗻𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗺𝗶𝗼𝗽𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗶𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗺𝗼𝗹𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗮𝗹𝗮 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗼𝗺𝗲𝘀𝘀𝗮 - 𝘀𝗼𝘁𝘁𝗼𝗹𝗶𝗻𝗲𝗮𝗻𝗼 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗙𝗼𝗿𝗹𝗼𝗻𝗶 𝗲 𝗔𝗹𝗳𝗿𝗲𝗱𝗼 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗲𝘀𝗰𝗵𝗶𝗻𝗶, consiglieri comunali PD. - Costi e tempi di realizzazione sono tali da rendere preferibile la completa ricostruzione e il bilancio comunale è in grado di affrontare la maggior spesa. Questa sì sarebbe un'occasione per Nerviano, che anziché la risistemazione di una scuola superata nella sua concezione didattica vedrebbe una scuola nuova, con la possibilità di adeguare gli spazi alle esigenze didattiche e di prevedere una flessibilità in relazione ai livelli demografici, alla cui decrescita non vogliamo arrenderci».

Ricordiamo tutti l’enfasi che l’Amministrazione Comunale ha messo, all’inizio del suo mandato, sul progetto Campus, che intendeva realizzare un unico nuovo edificio scolastico al posto delle due strutture attuali di via Roma e via Diaz. Abbiamo ora la necessità di ricostruire una di queste due scuole, con l’opportunità di farlo pensando veramente al futuro. 𝗤𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 𝗻𝗼𝗻 è 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗮 𝗿𝗶𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼, 𝗺𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁à 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗮𝗽𝗽𝗶𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗮𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶, perché questo progetto non diventi un’altra occasione sprecata per la Nerviano dei prossimi anni.