La violenza è all’ordine del giorno.
E la pace?
Difficile parlarne quando gli altri sono diventati i cattivi, i nemici, solo perché diversi da noi. Contro costoro, considerati estranei alla comunità, è più ammissibile, anzi sembra del tutto doveroso, scaricare la propria aggressività punitiva.
Che fare? Direbbe quel tale.
Una possibilità consiste nella scelta deliberata dell’esercizio della non violenza, che è un modo eroico e per alcuni generosamente religioso di comportarsi in un mondo così pieno di violenza. Questa posizione, che mantiene viva la capacità di indignarsi e di rifiutarsi a ragioni contrarie alla propria coscienza, è quella stessa sostenuta dai grandi padri del pacifismo, da Gandhi al don Milani dell’Obbedienza non è una virtù, oltreché da altri. E noi pensiamo che tali posizioni siano giuste. Tuttavia dobbiamo riconoscere anche che esse richiedono l’esercizio di “virtù eroiche”, le quali sono tali proprio in quanto vengono assunte dai pochi che vanno controcorrente.
Ora, quale capacità di tenuta contro i pericoli di guerra e di violenza possiamo attribuire al movimento che si dirama dai pochi virtuosi?
Essi sono il perno attorno al quale possiamo distinguere gli zelanti emuli, gli estimatori e gli inerti (inetti?), che solo una generosa spinta morale potrebbe smuovere verso una direzione giusta per la pace.
Il problema così come è non appare risolvibile del tutto in modo educativo.
La scuola sembra non bastare. L’educazione alla tolleranza e alla pace necessita di molte più cose che non di semplici soluzioni intellettuali, del tipo l’ora settimanale di Educazione civica.
La famiglia allora, se i genitori si impegnassero con l’esempio. I ragazzi fanno le stesse cose che vedono fare agli adulti loro vicini, non quelle che questi dicono loro di fare. I ragazzi sono portati a imitarne gli atteggiamenti e i comportamenti, che si radicano in essi molto prima dell’entrata a scuola, e la successiva strutturazione del carattere cresce attorno a queste “armature” di base.
“Ma chiunque, attraverso la propria ulteriore esperienza, potrà acquisire la comprensione di nuovi ideali, se nel profondo del suo essere amerà il mondo, se sentirà che il mondo circostante lo ama, e se crederà nei poteri della sua propria intelligenza”(*).
Tutto questo comporta un grande sforzo di volontà e una saggezza maggiore di quella fin qui dimostrata da noi adulti.
In questo senso, ogni applicazione pedagogica non può che avere una corrispondenza in una riforma della società che gradualmente riduca le differenze sociali, rendendo tutti uguali nel potenziale esercizio della responsabilità etica.
gaf
*Cronbach Lee, Education Psychology, Harcourt, Bruce, New
York.




