Le città sono figlie della loro storia e delle loro storie.
Da qui l’idea che se Nerviano non ha una piazza centrale è perché, negli anni non si è sentita alcuna necessità di averne una.
La storia urbanistica italiana ha fatto della piazza il centro nevralgico della cultura e dello scambio mercantile e non solo, distinguendo quattro tipi di piazze: la piazza mercato, del sacro, del civile e del militare.
La piazza del sacro ce l’abbiamo, è la piazza della Chiesa. Quella del mercato resiste. Quella del militare, per fortuna non ci serve. Infine la piazza del civile, quella su cui si apre il Municipio, che ci siamo persi dopo lo scellerato rifacimento del ponte sull’Olona e la definitiva compromissione di piazza Manzoni, che piazza non è più.
L’Italia è una terra di città, fin dall’epoca romana, quando nacque la maggior parte delle città italiane, una tradizione che si è mantenuta e consolidata in epoca medievale, dando al territorio l’assetto che conserva tuttora. Nel corso del Rinascimento, gli architetti italiani lavorarono molto intorno al tema della “città ideale”, ricordiamo il Filarete tra tutti.
E la piazza, diretta erede dell’Agorà greco e del Forum romano? Che dire dell’importanza dellapiazza nello sviluppo della cultura del singolo e più in generale del pubblico? La piazza è da sempre il perno intorno al quale gravitano la vita civile e la vita religiosa. E’ un sistema di spazi pubblici pulsanti di una attiva vita comunitaria. Il concetto tipicamente italiano della piazza come “luogo teatrale” della vita cittadina trova in Piazza del Campo a Siena la sua più evidente semplificazione.
Ma noi non siamo a Siena e allora vale la pena soffermarsi sul perché della mancanza di una piazza “centrale”a Nerviano. Abbiamo in mente di indagare su questo tema, magari ricorrendo all’aiuto del Collettivo Pro Memoria. Per ora la risposta che ci viene in mente individua nelle diverse attività lavorative, l’imputato principale. Il lavoro sembra aver costruito il paese e costituito la ragione della sua vita, della sua progettualità e della sua definizione complessiva. Il lavoro, però, per dirla con Calvino, rende “le città invisibili”, costringendole a riempirsi e a svuotarsi di utenti, di clienti meglio, conformandole in maniera disordinata e trasformandole nei loro aspetti originari. Gli Dei di Platone si commuovono per l’uomo condannato al lavoro e gli regalano la pausa alla fatica, il riposo, gli regalano cioè le feste ricorrenti in Loro onore (Platone, Leggi). E alle feste serve una piazza, un palcoscenico naturale da percorrere da soli o in compagnia.
Dunque quello della piazza sembra essere un tema importante, una questione attinente allo spazio cittadino, quello della socializzazione per intenderci.
Il dibattito è aperto.
gaf
Il titolo della nota di oggi lo dobbiamo a Claudio Lolli